Il figlio di Saul (di Laszlo Nemes, 2015)

La vicenda di Saul ricorda come nella disumanizzazione imperante, quando attorno tutto è crudele e scioccante e si è costretti ad assuefarsi al fondo del fondo dei sentimenti negativi che l'uomo è capace di provare e perpetrare, sia ancora possibile distinguersi e recuperare quel sentimento a cui tenterò di attribuire un nome, ma che originariamente è indefinibile, afasico.
E' quel sentimento che mi accompagna al termine della visione, dove mi ritrovo sui titoli di coda piegato in avanti con la testa tra le mani senza il minimo compiacimento e con la sensazione di non volere, di non riuscire a sporcare in nessun modo la visione con la verbalizzazione.

Ora vorrei pronunciarmi a freddo giusto per lasciare traccia per me, per ricordare quando ne avrò bisogno, come mi accade con quel che scrivo quando guardo i film di Tarr, Ceylan e Farhadi, tra i pochissimi registi che negli ultimi anni tornano ad ossessionarmi quando la vita mi sembra senza troppe vie di uscita, indicandomi puntualmente determinate, mastodontiche verità.
Mi piacerebbe anche chiarire quel che secondo me (ma potrei sbagliarmi) il film vuole incidere attraverso il progressivo svelamento della verità (presunta o autentica) sulla paternità del protagonista.

Ieri a distanza di poche ore dalla visione dell'esordio di questo regista ungherese ho rivisto Notte e Nebbia di Resnais sul grande schermo: quasi un alfa e omega nella cinematografia sul ehm "tema" – ? non so definirlo meno banalmente - di questi ultimi settant'anni.
Ho considerato quanto queste due opere siano distanti nel tempo, oltre che diametralmente differenti sul piano tecnico e narrativo, ma altrettanto efficaci ed indispensabili. Offrono prospettive stimolanti e irrinunciabili: i corpi ("i pezzi") che Resnais sbatte in faccia mi rimandano ad una visione collettiva, Nemes invece mediante l'orrore fuori fuoco e la camera incollata al suo protagonista s'insinua in un dolore differente. Si tratta a mio avviso di un richiamo esistenziale che dall'individuo si allarga all'umanità, come tenterò di spiegare più in là.
In ogni caso, tutto nasce finalmente da un punto di vista veramente esterno rispetto ad un giudizio sommario e semplicistico sui Sonderkommando, e questo è uno dei punti di forza con cui il film si lancia su un binario "giusto" e condivisibile fin dall'inizio.

Il figlio di Saul è altro non solo rispetto al seminale Notte e Nebbia, ma anche nei confronti di tutto ciò che è stato girato riguardo i campi di sterminio. Marca un punto di vista assolutamente nuovo e mai sperimentato, e già questo basterebbe a renderlo degno di attenzione.
Troppo spesso, quasi sempre, si è caduti in superficiali, abusati spunti di riflessione. Non mi piace definirlo, come ho ascoltato dalla bocca dell'attore protagonista, un film "contro", ma diverso sì. Ognuno poi la vede come vuole, personalmente non ho nulla contro i Schindler's list del caso.

Scrivevo, dall'individuo all'umanità. In effetti ciò che mi sembra elevi il film da quello stilema ossessivo che ne è la forma a opera di profonda sostanza, è l'aver unito all'intrepida ricerca del protagonista – vissuta costantemente con gli occhi sul suo corpo e quindi sull'azione – una manifestazione progressiva del pensiero che la sottende.
Si crea un punto di contatto tra coscienze: lo spettatore è sempre più incastrato, al pari di Saul, in un ritmo frenetico (tutto in fretta, nel minor tempo possibile, con il massimo dello sforzo).
Rispetto all'automatizzazione del brutale contesto, ci sono solo i barlumi di una lotta "di classe" volta al disperato tentativo perso in partenza di una rivolta per sopravvivere, e chi come Saul sa che "è già morto" e quindi si crea uno scollamento tra le parti (vedi le sequenze della fuga finale, in cui viene acciuffato e letteralmente trascinato una volta che ha perso il cadavere del ragazzo).
Saul è solo ma non possiamo lasciarlo solo in questo strenuo tentativo che identifica come ultimo, prioritario e direi unico possibile.

Nella tragedia più assurda e atroce, ai limiti estremi della violenza, nonostante tutto c'è qualcosa, e penso che come tutte le storie della vita anche la Shoah racconti in maniera ancor più definitiva il ciclo della vita, l'essere padre rispetto al figlio, essere padri rispetto ad una terrestrità inesorabile e al destino del mondo in cui viviamo e desideriamo che loro vivano. E parimenti, l'inesorabilità della nostra morte allora significa che la morte dei figli va onorata secondo i codici del mito più che della religione in sè, ah il caro vecchio mito come ultimo baluardo da difendere secondo Syberberg, a difesa dell'oltraggio più estremo di una mentalità becera come quella del nazismo in cui i corpi non sono altro che pezzi, vengono ammucchiati, studiati in aberrazioni scientifiche e mediche, annichiliti e resi nicht. Sono figli stuprati della loro innocenza in cui riconosciamo la nostra innocenza stuprata in uno specchio – perché sempre lì, forse dovremmo poter tendere allo stremo delle nostre vite: la salvaguardia di innocenza e dignità. E poi di per sè questo rifiuto categorico di un corpo da sottoporre ad autopsia, innanzitutto, che sarebbe un'onta sull'onta di una morte indicibile – la sequenza del ruomore assordante proveniente dalla camera a gas; Resnais ci mostra nel suo documentario le unghiate sul soffitto: ci sono immagini più desolanti?).

E' sempre una questione di responsabilità, dunque, da padre a figlio, e questo si riverbera con un'eco dolorosa e violentissima sulla generazione successiva, che non capisce perché nascondere le atrocità (vedi la sequenza di Notte e Nebbia mostrata nelle scuole a Gudrun e Christiane in Anni di piombo).

E quindi, per forza, in una tragedia di padri e figli non ho la minima intenzione di chiedermi più di tanto se il ragazzo fosse il figlio di Saul. Il film lascia intuire la risposta, ma non ha più importanza.

Saul tende a dignità e innocenza, dunque, la sua sagoma non ha più confini, non si percepisce più come presenza fisica, figurarsi distinguere un "ruolo".
Si è genitori di tutti, i bambini sono bambini identici, identica è la manifestazione di un'innocenza come ultimissima meta da proteggere se vogliamo proteggere l'ultima possibilità rimasta per significare quando "siamo già morti". Saul (ri)vede all'unisono sé stesso e suo figlio (o non suo figlio, ma un figlio. Non ha alcuna importanza come detto) e il sorriso è come recupero di un'emozione primordiale che lo (ri)porta ad una visione surreale (in quelle condizioni), simil-onirica, estatica della vita.

Tutto diviene metafora: non ha compiuto la missione anelata con tanto ardore, il corpo è perduto, risucchiato da un vortice inaffrontabile, ma quel bambino è reale ed è libero di correre.

1 commento:

Ismaele ha detto...

secondo me il fatto che sia un povero ragazzo, quello sopravvissuto e subito morto, non è importante, forse, quello che importa è che Saul cerca di redimersi dallo schifo che l'ha ingoiato, e non gli lascerà nessuno scampo.
non potrà salvare neanche una vita, almeno risparmiare l'oltraggio assoluto a un morto, ci prova, a rischio di tutto, ma non ha più niente.