Amorphis - Tales from the thousand lakes (1994)

Nel settembre del 1993 gli Amorphis entrano nei Sunlight studios per realizzare il secondo album. Quell'anno era uscito Privilege of evil, un EP oscuro che in realtà rappresentava la primissima rappresentazione della band con brani datati 1991 e una registrazione da scantinato. 
Tales from the thousand lakes colpisce invece per un sound più maturo, vario e melodico. Il neoquintetto finlandese annovera tra le proprie fila per la prima volta un tastierista del quale tuttora mi è sconosciuta l'età ma al quale a giudicare dalle foto non abbiamo mai osato attribuire più di diciotto anni. Kasper Martenson resta solo per questo disco ma offre un validissimo contributo, scrivendo curiosamente uno dei brani più celebri del gruppo: Black winter day. Si racconta di un concerto in Italia in cui la suonarono per tre volte!
Il riffing delle chitarre resta corposo ma meno doom/death rispetto al disco d'esordio. Le twin guitars restano uno dei tratti distintivi, mentre come base solida emerge la chitarra solista di Holopainen che doppia la base doomy delle chitarre ritmiche. Sul piano vocale il gruppo compie il primo passo per variare i grugniti un po' monocordi di Tomi Koivusaari con un guest di nome Ville Tuomi. Sul piano compositivo si è detto di Martenson ma quasi tutti i brani portano la firma di Esa Holopainen e Olli-Pekka Laine.

I testi lasciano finalmente da parte battaglie nordiche per concentrarsi su altri aspetti più caratteristici e folcloristici dell'identità finlandese del gruppo: si parla spesso di pescatori, non a caso il disco – come da titolo - è un omaggio a storie dalle migliaia di laghi del paese, ispirate o tratte dal Kalevala, una raccolta di racconti della tradizione finlandese). Per una serie di melodie strambe e a volte quasi ballabili se non si trattasse di metal, potremmo definire questo ibrido una sorta di folk-doom. Un disco particolarissimo e decisamente avanti rispetto a pacchianate successive di certi gruppi, spesso finlandesi, che hanno messo spesso da parte la ricchezza compositiva per elevare strumenti esotici a rappresentanza scialba di un'identità folcloristica.

Black winter day e The castaway sono i brani di spicco, ma le impennate di certi brani tipo il ritornello di Drowned maid o Forgotten sunrise e Magic and Mayhem (le mie preferite) mi lasciano ancora la pelle d'oca dopo oltre quindici anni (il disco mi fu rivenduto per 20 mila lire verso la fine degli anni '90). Tanta roba.

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