E' solo la fine del mondo (di Xavier Dolan, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

But the beast beneath the skin has been whispering, wondering, wondering, whispering
It's only the end of the world again.

"Quanto tempo?"


Il tabù della morte.

Il dolore da condividere perché appartiene a quella sfera intima di cui fa parte anche l'amore.

Il diritto di poter essere padroni, per quanto possibile, della propria vita, di condividere la propria morte.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.

Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
La vecchia casa, non ha senso vederla: la brutalità della rinuncia.
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.

La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo. 

La madre, tutto a punto, la mater familias che ha sempre sognato di poter esclamare “Come stiamo bene insieme, va tutto bene”, la nostalgia per le domeniche trascorse in famiglia, essere artefice della spensieratezza della famiglia, un riflesso ormai consunto, irrimediabilmente. 
I piatti preparati impeccabilmente “come nei libri”.
La madre che vede gli occhi del padre nel figlio, perché la genetica non mente, ma il dolore di un figlio è talvolta inconcepibile, quella frase “devo andarmene” necessariamente il timore che sia un'esperienza terrena, impossibile che sia la morte. La morte di un figlio è impossibile da considerare per una madre, tra le righe. A volte. Sarà più preparata, la prossima volta. Non ci sarà una prossima volta, un concetto alieno per l'amore irrazionale di una madre.
Lei resterà sempre quella della veste svolazzante delle domeniche, la stessa fantasia della tenda anch'essa svolazzante che Louis osserva mentre l'abbraccia, con le narici intrise di quel profumo di una mamma che è impossibile da dimenticare, e che ogni volta che si cade in un suo abbraccio si ritrova come la prima volta, anche a distanza di decenni. La tenda-vestito materno che ricorda l'infanzia noi la vediamo nel riflesso degli occhi azzurri di Louis (tutti gli interpreti hanno gli occhi chiari, tutti azzurri eccetto lei, verdi).

Suzanne, l'incoscienza del mondo. Non a caso il dialogo è nella sua stanzetta, il suo letto, la speranza adolescenziale di andare lontano, ancora inconsapevole del dolore del mondo. Non sono accadute cose strane, omicidi, reati, tradimenti, quelle cose che si vedono nelle vite degli altri. La morte, anche qui, un'eco lontana. Nessuno la rassicura, nessuno le spiega.

Gli sguardi: Catherine e Louis nel salotto, soli nel mondo in quel momento. Lui ha la barba di due giorni, e lo sguardo perso.
“E' malato”, pensa Catherine, si accorge Catherine, goffa nell'esprimersi, l'emblema che linguaggio emotivo e verbale non procedono di pari passo, contrariamente al tangibile, lei che non ride di una pessima storiella che prende per il culo una ragazza down, la trova di cattivo gusto, mentre per Antoine è la sola iniziativa verbale non violenta che intraprende per tutto il film; il solo terreno sul quale conversare “normalmente” è trovare un “argomento” di questo genere.

Catherine che “non è della famiglia”, preferirebbe che Louis e Antoine si parlassero, in intimità. Quando i due tornano dal delirante giro in auto, teme che abbiano litigato: conosce Antoine emotivamente, non tanto per cose riferite da lui (non era a conoscenza che fosse stato in Cina, ad esempio) e intuisce cosa la parola “morire” gli possa suscitare, tanto che più tardi nel momento in cui Louis cerca di spiegare il motivo della propria visita, lo prende per mano. 

L'occhiolino prima, la confidenza verso il fratello maggiore, la ricerca di un contatto maschile, con “chi saprà capirmi, ho pensato”, esclama Louis in auto, prima di una folle corsa, che gli lascia una camicia sudatissima tra spavento, tristezza, dolore. Antoine non solo non l'ascolta, s'incazza persino, lo accusa farneticando di aver inventato una storia, “l'ennesima storia per incularlo”, nella paranoia più malsana, ed è egli stesso che aggiunge un particolare di fantasia (la lettura del giornale) nel racconto. Efficace, per una volta, il doppiaggio italiano che traduce "nel contempo" l'espressione forbita ma naturale di Louis, che Antoine sbeffeggia (nella versione sottotitolata è tradotta con "nell'attesa" ed effettivamente non si capisce perché Antoine debba sottolineare con derisione tale espressione).
La morte di Pierre, “il tuo Pierre”, gli viene in mente di riferirla così, d'impulso, preceduta da uno schiocco di dita come un particolare, omesso e recuperato.
Louis persiste a provare fino all'ultimo a comunicare con Antoine: lo sguardo sorridente durante il dessert, così caldo e dolce e ebbro di amore. L'illusione che non ha riconoscimento.
“Devo andare via”, esclama: Antoine reagisce come sempre, terrorizzato, perché ha capito (come suggerisce il tipo seduto dietro di me nella sala). Il terrore di infrangere la vacua ma rassicurante sterilizzazione della realtà. Una camera iperbarica: ecco cosa desidererebbe per sé e per gli altri. Soprattutto per sé, ma anche per gli altri, e qui nasce la tenerezza verso questo personaggio che si difende distruggendo, indifeso ma violento. Lui, il primogenito - la responsabilità che rifiuta - avrebbe voluto difendere le altre, le donne, isolarle dall'impronunciabile morire, che Louis ha edulcorato per provare a introdurre il concetto. Ha fatto un bel casino, Antoine, l'ennesimo. L'ennesima prevaricazione “a fin di bene”, ma pur sempre prevaricazione - la sua difesa è offesa.
Le nocche di Antoine ferite da un pugno a qualcosa o qualcuno, l'inesplicabile che trova sbocco tramite l'esercizio del pugno.

Lascia Louis interdetto, sa che è remissivo, lo costringe a partire. Gli nega la possibilità. Gli serve l'alibi (appuntamento serale). Louis accetta: tornare è equivalso ritrovare gli stessi motivi che l'avevano spinto a partire. Ma Louis è diverso, pentito sinceramente della propria assenza pregressa, asseconda il desiderio materno (“avete il diritto di venire a trovarmi”). Si è reso conto irrimediabilmente e definitivamente che il suo sentire è incompatibile con quello degli altri, coloro che avrebbero dovuto, o saputo capire.

Solo Catherine, l'estranea, traduttrice emotiva secondo una consonanza non verbale, destinataria del cenno di Louis di mantenere il segreto, a cui risponde annuendo e chiudendo gli occhi nel mantenere tacito un accordo, l'unico possibile.

Pill 162

A dire il vero io non sono magra, ma posso sembrarlo, perché so come vestirmi. Sono nel mio elemento quando mi mostro, proprio perché non sono pura luce. Io non sono così sfuggente. E se una volta voglio fuggire non me lo permettono. Io sono il mio abito e il mio abito è me, dunque il mio abito è più della luce. E' ciò che non può essere di più. Non ciò che non può più essere. Insomma, come posso dire, sotto non c'è più carne. Ciò che è, è ciò che è, ma non è soggetto al divenire del tempo, perché non è carne. Io non marcisco. Io mi premetto di essere perfettamente a casa nel mio corpo, avvolto da abiti che mi danno sicurezza. No, anche così è mal detto. Va bene, ci si ricorderà ancora a lungo degli occhi distanziati e della bocca sensuale, ma come se fossero stati degli abiti. I miei occhi e la mia bocca sono accessori. Il mio profilo è molto complicato, ma per questo esistono le abbreviazioni espresse dai miei abiti, e io le adopero tutte per iscrivermi stenograficamente nel libro degli uomini, nei loro diari personali, ce n'è per tutti. Una stenografia che è in fondo una variante senza identità e forma. Tutto è insicuro, per questo appaio così sicura. Una donna in fondo insicura come me, che appare sicura nel sistema del mondo. Da personaggi pubblici come noi si richiede tempra e si riceve altrettanta tempra. Mostrare le gambe! Nessuna ne aveva mai avuto il coraggio. Via il punto vita. In compenso far vedere completamente le gambe. Persino alla cerimonia dell'insediamento, quando stavo quasi per morire di freddo nel mio cappottino di lana. Ma in mezzo a quelle matrone dai lunghi visoni mi distinguevo fra tutte. Proprio non riuscite a capire come si possa sopportare qualcosa di simile? Allora ascoltate: è impossibile che manchi qualcosa, perché altrimenti mancherebbe tutto. Voglio dire, qualcosa può mancare in un modo così drastico che la sua stessa esistenza non è più data, anche quando ne sia rimasto qualcosa, no, non mi sono espressa bene, per quell'esistenza non rimane alcun margine di azione, ed è l'esistenza stessa a diventare un margine di azione. Ma solo noi eletti abbiamo il permesso di agire, là dentro. Gli altri stanno fuori dal recinto e cercano di intrufolarsi. Senza riuscirci. Nessun abito può fare a meno di cuciture. Ecco, vedete. Se mancano le cuciture, niente abito! Gli elementi destinati a stare bene insieme non crescono insieme. Chi lo sa meglio di me! E' così che mi comporto con me stessa. Io sono la cucitura, ma la stoffa nel mezzo manca, accidenti, adesso ho ribaltato tutto. Insomma, la mia esistenza diviene significativa nel momento in cui vario gli accenti. Ora si parlerà di più del mio abito da sera Duchesse, a favore delle elezioni, ora degli short e della camicetta a quadri Vichy sulla spiaggia, a favore dei bambini, ora del mio completo rosa Chanel, per il favore e la fama della morte, e ora del mio completo di lana rossa, dopo l'annuncio dei risultati elettorali, quando i voti raggiunsero il massimo apice, quel completo che accolse confidenzialmente la testa sulla mia spalla, o era la spalla che accoglieva la mia testa? Non importa. Improvvisamente sono sola e mi metto a piangere. Questa faccenda che sono una cucitura mi dà filo da torcere: la gente si immagina quello che sta in mezzo, che non sono io. Ognuno ci vede una cosa diversa. Le cuciture ci sono o non ci sono, si possono impuntire fino al punto X, si possono accentuare come un punto vita, non il mio, quello di un'altra, il mio non è la cosa migliore che ho, devo far in modo che non vi cada l'occhio.

(Elfriede Jelinek - Jackie, pagg. 24-27. Forum editrice)





Pill 161



Article 522 of the Lebanese Penal Code exonerates rapists if they marry their victim.
A white dress doesn't cover the rape.

Deicide - Legion (1992)

La violenza in 29 minuti.
Talmente ripetitivo che ad un certo punto non capisci più a che brano sei, dove sei, chi sei.
Il suono dei Morrisound, ruvido, tagliente, spietato.
blast beat di Steve Asheim.
Il basso corposo e la voce demoniaca di Glen Benton.
Il resto sono loro, i fratelli Hoffman, con quell'incaponirsi in riff cervellotici, nevrotici, bestiali.

In mezzo a tanta idiozia lirica e scenica, i Deicide con Legion realizzano il secondo eppure già ultimo buon disco.
Leggermente inferiore al debutto ma ancor più efferato.
Repent to die mi sconvolge ogni volta.

Pill 160


Io canto per consumare l'attesa.
Allacciarmi la cuffia
chiudere la porta di casa -
non ho altro da fare,

fin quando viaggeremo verso il giorno
in cui s'avvicina il passo fatale -
e ci racconteremo come abbiamo cantato
per tenere lontana la Notte.

(1864)



La strega fu impiccata, nella storia,
ma la storia ed io
troviamo le arti magiche
di cui abbiamo bisogno, giorno dopo giorno.
(1883)













Atrocity - Calling the rain (1995)

Calling the rain è un project-album della band tedesca Atrocity. Sarebbe stato il caso di chiamarlo con un altro nome, e molti avrebbero agito così, ma gli Atrocity erano fieri di mostrare come riuscivano a cambiare pelle da un album all'altro, agglomerando famelicamente e in breve tempo una serie di sonorità completamente distanti le une dalle altre.


Blut dell'ottobre del 1994 era un coraggioso ma poco ispirato esempio di come ci si potesse staccare dal death metal degli esordi, Willenskraft del 1996 ancora peggio; tanto trend preso qua e là da altri dischi del tempo alternative e nu metal.
Nel mezzo, una collaborazione con i Das Ich con incursioni stravaganti nell'EBM e industrial. Per poi finire a fare cover di grandi pezzi degli anni '80.

Proprio in Blut c'era il brano Calling the rain che dà il titolo a questa raccolta, o meglio un album vero e proprio di qualche mese più tardi. Il gruppo scrive e registra in collaborazione con Yasmin Krull, sorella del leader Alex. Il risultato spiazza, fa discutere. Dimenticato in fretta, in realtà, prima che After the storm quindici anni più tardi ne rievochi lo spirito.

Non è certo folk metal, come è etichettato ovunque. Qui di metal non c'è nulla, e le uniche chitarre elettriche appaiono in Land beyond the forest e nella successiva Die Geburt eines Baumes
Yasmin non è una gran cantante, a volte la sua voce ha delle incertezze, e lo stesso Alex col pulito non ha mai convinto. Tuttavia i brani non sono affatto male. Si assiste ad una band metal che gioca a sperimentarsi per davvero nel folk. Coraggioso. 

Da segnalare l'ultimo brano Ancient sadness, che parte come traccia ambient prima di trovare una definizione in linea col resto del disco, in tempi più dilatati. Decenti la title-track e Back from eternity. La copertina è malamente sgranata, discreto il video estratto.


Resta un esempio di incursione di una band tedesca pioniera di musica estrema nel proprio paese, con alle spalle un capolavoro come Todessehnsucht (1992), che si è gettata a capofitto senza paura e con un bel po' d'ingenuità in un genere distante anni luce da quello originario, facendolo proprio.

Sadness - Danteferno (1995)

Time belongs, only to the ones that partecipate

Dopo un primo album tanto bello quanto inosservato, i Sadness da Sion (come i Samael) cambiano etichetta, infelicemente, e realizzano Danteferno
Sarebbe potuta essere la svolta sia in termini musicali che di successo, ma il disco è controverso e segna un passo indietro rispetto al debutto, e l'entusiasmo underground dei primi tempi si spegne. L'italiana Godhead fallisce di lì a poco.
Il tempo per firmare un terzo contratto con la Mystic: ancora una volta un buco nell'acqua. L'etichetta polacca è dedita alla realizzazione di musicassette, per i Sadness opera un'eccezione: edizione CD in slipcase, ma il mini Evangelion è terribilmente inascoltabile nel suo mix di elettronica, dark e techno nei brani inediti. La fine.

Danteferno è controverso perché la band ha cercato di uniformarsi alla corrente metal, rinunciando alle influenze dark delle origini. Ascoltato per intero, le intenzioni sembrano diverse, ma i risultati sono proprio questi. La produzione di Martin Eric Ain dei Celtic Frost è più un limite che un vantaggio: segna un passo in avanti per professionalità, ma il suono delle chitarre e molti riff della coppia Chiva/Terry nelle parti heavy riconducono molto, troppo alla band di culto di Zurigo (gli Alastis in quegli anni tracciavano un destino simile).
Il limite maggiore sono i quattro brani conclusivi del disco, ossia la metà sul totale. I brani Shaman e Talisman sono pura accademia sulla falsa riga dei momenti più piatti delle parti heavy dei Celtic Frost. Below the shadows e Aphrodite's thorns si incentrano sulla voce di Christine (che pervade anche il debut), tastiera e i rintocchi dark tipici del loro stile, ma tutti questi elementi non bissano la ricercatezza, lo splendore dei brani del primo album, che erano più emozionanti ed omogenei.
Infine, Danteferno a mio avviso è stato promosso male, ossia come un disco di gothic/doom metal (dovrei ancora avere un flyer dell'epoca che lo descriveva come i nuovi Anathema e My Dying Bride).

Scrivo di questo disco per rendere omaggio invece a tutto ciò che di buono e prezioso possiede nei primi quattro brani: ispirati, potenti, creativi, emozionanti.
L'ingresso delle chitarre sui cori femminili della title-track mi suscita ancora oggi un brivido intenso. Gli strumenti sono più d'impatto rispetto al debutto ma risulta ancora chiara la matrice del gruppo, a partire dal timbro inconfondibile di Steff Terry. Danteferno evolve in un inserto azzeccato di piano fino ad un finale travolgente. Senza respiro.
The mark of the eldest son è ancora più metallico, e nel momento di maggior enfasi in cui non casualmente vengono mescolate le parole melody e melancholy (senza h nel booklet) sia sul piano lirico che sonoro torna alla mente la splendida chitarra di Lueurs.
Tribal è il primo brano del disco più Celtic Frost-dipendente, animato da una vena tribal-metal come da titolo. E' accattivante, parte e prosegue bene, ma a sorpresa non avviene quella svolta tipica nell'evoluzione dei brani del gruppo. E' il primo segnale di cedimento.
Per fortuna c'è Delia, ultimo grande esempio della magia dei Sadness: gli arpeggi, la voce sussurrata, un'esplosione metallica e la chitarra solista (un po' paradiselostiana) di Chiva lasciano una traccia ben distinta.
A seguire, un calo netto, nettissimo di idee.

La band dopo Evangelion è scomparsa. Steff Terry ha provato a metter su un nuovo gruppo dieci anni più tardi, i Mistery Cold. Farciti di elettronica. Solo demo.

Chiva ha realizzato un disco Black Sabbath-dipendente (Oracle Morte, del 1996, scovato in un negozio anni fa) in cui suona tutti gli strumenti.

  

Pill 159

Per Ingmar Bergman, che sa della parete

Ho visto la verità
avvinghiata
da un enorme serpente
a sonagli
e inghiottita
da un enorme serpente
che nel ventre
la gonfia
e lentamente la fa svanire
finire, lei
divorata.

Ho visto la parete
e ho gridato
nel mio bianco
bianco letto al quale
nessuno è venuto, ho
giaciuto in un bianco
bianco letto
e gridato perché
tutti gli animali dell'Ade
mi avevano preso di mira
i rospi, i
vermi, i [–]
i sauri, e sbattevano
intorno ali e pinne

Parole non ne ho più
soltanto rospi che schizzano
fuori e fanno paura, solo
astori che si precipitano
fuori, solo feroci
cani selvaggi, come se non ce ne
sono più, mastini,
che vi attaccano
che ululano e
i miei parti verbali
nell'azzurro ridente
e col gelo dei
campi mietuti dell'amore
amore, la grande merde
alors, che concima una
pazzia in cui,
per quello che mi importa, tutto,
per quello che mi importa tutto,

può andare in malora.

(Ingeborg Bachmann - Non conosco mondo migliore, pagg.95-97. Guanda editore)


Elle (di Paul Verhoeven, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ho visto Elle di Verhoeven. Penso a quanto sia labile il limite tra mostrare una violenza “pulita” e morbosa.
In Spetters, Fiore di carne e nei primi film olandesi l'eccesso non era quasi mai stucchevole. In Elle sì.
Sfruttamento e sopraffazione facevano parte di una poetica ben precisa, persino nel primo film hollywoodiano del regista.
Lo stupro di Spetters è spaventoso, mi spacca le ossa. Quelli di Elle cedono il passo ad una dimensione che non ha più a che fare col mio corpo. Il film si allontana da me durante la visione. Nemmeno la trama da film giallo, inizialmente accattivante, regge la distanza.
La spettacolarizzazione della violenza ha trasformato Verhoeven in un regista esageratamente compiaciuto di fare il Verhoeven.
Poche sequenze si salvano, le più grottesche.
Una psicanalisi da strapazzo serpeggia per tutto il film. Lei asseconda la violenza che in fondo ritiene di meritare? Lui la violenta per vendetta della morte di qualcuno a lui caro quarant'anni prima? Il desiderio di paternità del figlio, pur a costo di riconoscere un figlio non suo? Una madre che rivanga la giovinezza sfiorita con un gigolò per poi morire per un improvviso ictus provocato da veleno madre-figlio? Il padre, enigmatico mostro, idem? Una vicina di casa caricaturale devota e vergine sposata ad un maniaco sessuale, che commenta con compostezza la sorte del marito come frutto di un' “anima tormentata”?
E poi questa ridicola allusione al lesbismo, ma per favore!
Come se il valore, la riproducibilità, la comunicazione del mezzo filmico con chi ne fruisce vadano di pari passo con l'esagerazione. Quanto narcisismo!
Per gli amanti del "c'è gente che si masturba, eiacula, prende botte, muore, muore atrocemente, muore dissanguata, scopa, scopa con uomini, donne, bambini torturati? Critica alla società conformista".
Strizzata d'occhio a La pianista, per giunta, in almeno due sequenze. Forse tre, se considero l'ambiguità che assume la violenza carnale.
Vorrebbe costringermi a sentirmi puritano perché ripudio questa reiterazione di sessualità visibile e latente (le scene collettive, in cui regna il perbenismo formale mentre sotto i tavoli – metaforicamente e non – giace la menzogna del “tutti scopano con tutti”) ma perde completamente di vista il vero parametro che mi spinge ad apprezzare un film: la potenza evocativa. Quella che mi lascia sperare o morire, vergognare o temere, e soprattutto fremere.
Non sempre la briglia sciolta conduce al cuore.
Per fortuna c'è Isabelle. Lei sorregge la visione. Senza di lei, oh, ridatemi la Soutendijk.
A 63 anni offre ancora il corpo nudo alla macchina da presa con la stessa sfrontata disinvoltura di trentacinque anni fa quando girava Loulou o Colpo di spugna.

Pill 158

Della infanticida Maria Farrar

1.
Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue:
afferma che, incinta di due mesi,
nella cantina di una donna ha tentato
di abortire con due iniezioni
dolorose, dice lei, ma senza risultato.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


2.
Tuttavia, lei dice, il prezzo stabilito
lo ha pagato subito, si è legata stretta,
ha bevuto la polvere di pepe nello spirito
ma quello d'una purga, non altro fu l'effetto.
Le si gonfiava il ventre a vista d'occhio, allora
lavando le stoviglie aveva assai sofferto.
Lei stessa, così dice, era cresciuta ancora.
Molto aveva sperato pregando la Madonna.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


3.
Ma, così pareva, era inutile pregare.
Si pretendeva troppo. E quando fu più grossa,
le venne il capogiro durante il mattutino. Sudò più d'una volta
ed anche per l'angoscia, ai piedi dell'altare.
Ma lei tenne segreta la sua condizione
fino a quando la colsero le doglie del parto.
Ci era riuscita: nessuno credeva che fosse
caduta in tentazione, lei così sgraziata.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


4.
In questo giorno, dice, alla mattina presto
sente una fitta, lavando le scale,
come di spilli nel ventre. Un brivido la scuote.
Ma pure le riesce di nascondere il suo male.
E tutto il giorno, stendendo i suoi panni,
si rompe la testa, poi le viene in mente
che doveva partorire, ed improvvisamente
sente una stretta al cuore. In casa torna tardi.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


5.
La si chiamò ancora, mentre era coricata:
la neve era caduta e doveva scopare.
Alle undici finì. Era lunga la giornata.
Soltanto nella notte poté sgravarsi in pace.
E partorì, a quanto dice, un figlio.
Il figlio somigliava a tutti gli altri.
Ma lei non era come le altre madri.
Non la schernisco: non ce n'è motivo.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


6.
Lasciate che lei seguiti a narrarvi
come finì la sua creatura,
(nessun particolare lei vuole celarvi)
così di ogni essere si vede la natura.
Appena giunta a letto un forte malessere
l'aveva pervasa, e, da sola,
senza sapere quello che succedesse
a stento si trattenne dal gridare.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


7.
Con le ultime forze, lei dice, seguitando,
dato che la sua stanza era fredda da morire
al gabinetto s'era trascinata, e lì (quando
più non ricorda) partorì alla meglio
così verso il mattino. Lei dice ch'era tutta
sconvolta ormai e mezzo intirizzita
e il suo bambino lo reggeva a stento,
poiché nella latrina ci nevicava dentro.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


8.
Fra la stanza e il gabinetto, prima, lei dice,
non avvenne proprio nulla, il bambino scoppiò in pianto
e questo l'urtò talmente, lei dice,
che con i pugni l'aveva picchiato tanto
alla cieca, di continuo, finché smise di piangere.
E poi s'era tenuta sempre il morto
vicino a sé, nel letto, per il resto della notte
e al mattino nel lavatoio l'aveva nascosto.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


9.
Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.
Voi, che partorite comode in un letto
e il vostro grembo gravido chiamate «benedetto»,
contro i deboli e i reietti non scagliate l'anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.

Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


(Bertolt BrechtLibro di devozioni domestiche, pagg. 23-26. Einaudi editore)

Pill 157

come egli aveva detto: la cosa più terribile è andare a finire sotto gli occhi di tutti, e subito di nuovo: ma non ritirerò niente!, scrive Enderer ed attirò la nostra attenzione su una notizia del “Tiroler Nachrichten” di martedì scorso, in cui si dice che il commerciante H. si è gettato venerdì scorso dal terzo piano della sua abitazione nella Saggengasse. Ho subito pensato, questo è Humer, scrive Enderer e ho approfondito la faccenda ed effettivamente Humer si è gettato venerdì scorso da una finestra della soffitta di casa sua. Era morto sul colpo, scrive il giornale, scrive Enderer. Ma quello che non lo lasciava in pace, scrive Enderer ed era suo dovere farcelo notare, quello che non lo lasciava in pace, lui, Enderer, dopo aver letto la notizia, non era Humer, non era la vita, come Enderer scrive, in apparenza del tutto fuori dell'ordinario e cioè straordinariamente deprimente, ma in realtà assolutamente ordinaria, di un uomo in definitiva molto semplice, ma il loden, che l'uomo, Humer, indossava e lui, Enderer, si era vestito, erano già le quattro del pomeriggio e faceva perciò già scuro, si sa, le giornate di novembre sono corte, non sono in verità vere e proprie giornate, ed era andato nella Saggengasse superiore nel negozio di rivestimenti interni per bare di Humer e aveva subito detto chi, lui, Enderer, era e che era venuto per via del loden del defunto. Il loden del defunto, non dissi naturalmente del suicida, scrive Enderer, era il loden di mio zio Worringer annegato otto anni fa nella Sill, dissi. Per un caso ero a conoscenza del fatto che si trattava del loden di mio zio. Non dissi nulla della visita di Humer nel mio studio, perché per quel che mi riguardava ritenevo chiusa la faccenda, scrive Enderer. Il giovane nel negozio, senza dubbio il figlio del defunto, fece come se tutte le circostanze connesse con il loden del padre e dunque con il loden di mio zio Worringer gli fossero note e disse che, sì, il loden era stato portato circa due anni prima dalla Sill. Al che, scrive Enderer, io: io so che Suo padre andava a camminare ogni giorno lungo la Sill. Sì, dice il giovane e prende l'attaccapanni e mi porge senza tante cerimonie il loden del defunto...

(Thomas BernhardIl loden, pagg. 66-67. Edizioni Theoria)

Septic Flesh - Esoptron (1995)

Esoptron è il secondo album dei greci Septic Flesh. Uscito nel 1995 per l'etichetta francese Holy Records, è stato ristampato di recente con un nuovo artwork.
Dopo un esordio sorprendente per originalità della proposta (Mystic places of dawn, del 1994), il trio greco perde solo per un tratto del suo percorso uno dei suoi pilastri, Chris Antoniou (a cui viene augurata buona fortuna sui ringraziamenti - servizio militare?), affidandosi quasi interamente al genio del chitarrista Sotiris Vayenas.


Alle influenze dei primissimi Paradise Lost (mentori tra l'altro dei Nightfall, che fecero un percorso non dissimile) si sovrappongono una serie di risonanze che attingono invece da un guardarsi dentro.
Esoptron, specchio interiore, ne è il risultato. Death metal greco, verrà successivamente definito. Melodie che oggi definiremmo etniche, abbondanti, ispirate, si sposano con una sezione ritmica rocciosa. Assoli e arpeggi, deliziosi. Timide orchestrazioni, tastiere e cori che non prendono il sopravvento. Niente eccessi, tutto in armonia, equilibrio. Accelerazioni improvvise e impennate sognanti. Lo sliding nella melodia che segue il ritornello di Burning phoenix non può lasciare indifferenti.
E così dopo il black metal greco di Varathron, Necromantia e Rotting Christ del periodo '92-'94, anche il death metal trova una sua collocazione in un panorama nazionale, distinguendosi tra altre proposte esterofile per una serie di caratteristiche ben definibili come greche.
La produzione negli Storm studio di Atene è un vero peccato. Si tratta dello stesso studio di registrazione di Non Serviam dei Rotting Christ, tanto per fare un esempio, non certo il massimo della qualità: chitarre polverose e batteria, programmata nonostante loro scrivano che è opera di un session, dal suono terribile (ma sull'esordio era peggio). Come ultima nota negativa, tecnica stavolta, evidenzio il gutturale di Spiros.
Per fortuna c'è la musica, ossia le composizioni, diamanti grezzi coperti dai difetti a cui si accennava. La title-track racchiude tutto l'universo da cui il duo attinge, Burning Phoenix come detto rappresenta già uno dei momenti topici, mentre Rain è la mia preferita con il suo attacco furioso e la sua magica, vorticosa scala di chitarra prima di un finale sognante.
Ice Castle e Succubus priestess, altre hit: a volte si sfocia in una base doom ma tutte le varie deviazioni e divagazioni di Sotiris creano un'alchimia eccellente, rara.
Difficile annoiarsi. Solo The eyes of set appare meno riuscita, sulla falsa riga di Rain.
Narcissism, distante dal resto del disco per struttura e sforzo di creare qualcosa di ulteriore, quasi fiabesco, chiude in bellezza suggellando lo spirito di un disco che resta a mio avviso il migliore all'interno della discografia del gruppo, troppo catchy nel periodo '97-'99.
Anche il ritorno alle radici in chiave moderna operato in seguito alla reunion del 2008 offre risultati non così alti in termini di ispirazione e libertà espressiva. Caso a parte Sumerian Daemons del 2003, che troverà spazio su queste pagine.


Pill 156





La morte corre sul fiume (di Charles Laughton, 1955)

The night of the hunter: il cacciatore si nasconde dietro la facciata agognata da un’America assetata di padri di famiglia distinti e servi di dio, tanto incline al rispetto delle apparenze sociali quanto al pettegolezzo e al linciaggio. Una società radicata esattamente su quelle parole amore e odio tatuate sulle mani del predatore, le polarità pronte a rovesciarsi in un battito di ciglia, il bisogno del bene e del male, del salvatore e del mostro, del sogno e dell’incubo.
Dall’altro lato i bambini che assistono alla violenza e alla menzogna, soli e smarriti. John ha mangiato presto la foglia come un Alexander, Pearl assomiglia più a Fanny e non ha ancora risolto il complesso edipico.
In mezzo le madri, quella naturale assente e succube vive e muore da incosciente senza alcuno spirito di difesa e quando è presente il predatore si insinua ovunque, dilagando negli spazi più intimi fino a determinarne le regole.
La seconda madre, la sostituta, proiettata, è mamma orsa immune al sonno tanto quanto l’avversario. Con il fucile spianato difende i suoi cuccioli feriti che cercano di dormire finalmente tutti stretti gli uni agli altri, mentre il predatore è fuori ma non entra, non può entrare, e se ci prova è costretto a portare fuori il culo se non vuole bruciarselo.
E’ un noir, ma Mitchum con la voce cavernosa e impostata oltre a incutere timore incarna lo spirito “gigione” del Laughton attore e fa da ago della bilancia tra spirito oscuro e grottesco.
Un film effettivamente unico (la sola prova da regista del celebre attore inglese), sgangherato per la velocità di esecuzione di certi passaggi narrativi, quanto mirabilmente profondo – e non solo di campo – per l’ampiezza di significati, su tutti l’utilizzo della metafora tra uomini e animali, la crudeltà da una parte e la mansuetudine dall’altra, la loro compenetrazione, inestricabile se non da uno spirito “veramente cristiano” secondo quanto il film suggerisce, specie nella ridondanza didascalica delle parole nell’incipit e nel finale, assolutamente superflua, che stona invece con la magnificenza della sequenza notturna della barca che viaggia lentamente: immagini suggestive rese ancor più imponenti dal dettaglio tecnico dell’utilizzo della messa a fuoco (gli animali) e del campo lungo, in cui spiccano meravigliosi giochi di luci riflesse nelle ombre notturne, merito di una fotografia di alta qualità.

Pill 155

Mi fu improvvisamente chiaro che poteva essere vero, doveva essere vero, quello che un transfuga greco aveva riferito e che per ordine di Priamo era opportuno non divulgare, perché il popolo non considerasse il nemico un mostro: che questo medesimo Agamennone aveva fatto scannare la sua propria figlia, una fanciulla di nome Ifigenia, sull’ara sacrificale della dea Artemide, prima della partenza della flotta. Quante volte durante tutti gli anni della guerra dovetti pensare a quella Ifigenia. L’unica conversazione che mi consentii con quell’uomo riguardò sua figlia. Fu sulla nave, il giorno dopo la notte di tempesta, stavo a poppa della nave, lui accanto a me. Cielo azzurro intenso e la bianca linea di spuma che la nave si lasciava dietro sul liscio mare verdeazzurro. Chiesi apertamente ad Agamennone di Ifigenia. Pianse, non come si piange di dolore, ma di paura e di debolezza. Però aveva dovuto farlo. Che cosa, chiesi freddamente, volevo che lo dicesse. Si torceva. Era stato costretto a sacrificarla. Non era questo che volevo sentire, ma parole come “assassinare”, “macellare” sono sconosciute agli assassini e ai macellai. Come mi sono allontanata da loro, anche nella mia lingua. Il vostro Calcante, gridò Agamennone con tono d’accusa, per ottenere venti favorevoli ha preteso da me questo sacrificio. E tu gli hai creduto, ho detto. Io forse no, piagnucolò lui. No, io no. Gli altri, i prìncipi. Tutti invidiosi di me, che avevo il comando. Tutti malevoli. Che cosa può un condottiero contro un esercito di superstiziosi. Lasciami in pace, dissi. Grande davanti a me stava la vendetta di Clitennestra.

(Christa WolfCassandra, pagg. 67-68. Edizioni e/o)

Pill 154

Il collegio mi ha prospettato ogni giorno, con la forza incisiva dell'autenticità, questa essenza cattolico-nazionalsocialista: intellettualmente incastrati fra cattolicesimo e nazionalsocialismo, siamo stati allevati per essere poi stritolati fra Hitler e Gesù Cristo, usati entrambi alla stregua di decalcomanie per il rimbecillimento del popolo. Occorre dunque stare all'erta e non farsi abbindolare, perché l'arte di darla a intendere al mondo, non importa su che tema, è esercitata in questa città con maestria impareggiabile, e qui ogni anno migliaia e decine di migliaia se non centinaia di migliaia di persone rimangono incastrate. Quando si parla del piccolo-borghese come di un essere inoffensivo, si compie in realtà una deduzione errata, grossolana e superficiale, e tale da provocare sovente lo stravolgimento del mondo e la sua distruzione, e questo ormai dovremmo saperlo. Eppure questa gente, in quanto popolazione, dall'esperienza non ha imparato nulla, anzi al contrario. Qui dalla sera alla mattina il nazionalsocialismo potrebbe tornare a manifestarsi e a prevalere subentrando al cattolicesimo, esistono in questa città tutte le premesse perché ciò accada, e in effetti abbiamo a che fare oggi, in questa città, con un equilibrio costantemente oscillante fra cattolicesimo e nazionalsocialismo, e un'improvvisa preponderanza del peso nazionasocialista è possibile in ogni momento. Tuttavia, se qualcuno esprime questo pensiero, che pure in effetti è presente costantemente nell'aria di Salisburgo, così come se esprime altri pensieri, parimenti pericolosi e presenti nell'aria, costui è dichiarato pazzo, proprio come è sempre dichiarato pazzo chiunque esprima ciò che pensa e ciò che sente. E questi non sono che accenni, accenni e nient'altro, a sensazioni e a pensieri continuamente pensati, che quanto meno irritano – per tutta la sua esistenza – colui che estende queste note, e non lo lasciano in pace. Il ginnasio era sempre stato un ginnasio rigorosamente cattolico, benché ora, dopo essere stato chiuso nel trentotto e riaperto nel quarantacinque, si chiamasse di nuovo Liceo-ginnasio di Stato, ma anche lo Stato austriaco nel suo complesso si era sempre definito Stato cattolico, e i nostri professori erano esclusivamente uomini cattolici – con una sola eccezione, per quel che ricordo, rappresentata dall'insegnante di matematica – e in scuole come quella s'insegna il cattolicesimo più di tutto il resto, ogni materia viene insegnata solo in quanto è cattolica, come nel periodo nazista ogni materia veniva insegnata in quanto nazionalsocialista, quasi che ogni cosa degna di essere appresa dovesse essere per forza nazionalsocialista oppure cattolica, e se prima (nella scuola media) ero stato assoggettato a una menzogna storica di stampo nazista e da quella menzogna storica ero stato completamente dominato, adesso (al ginnasio) ero dominato da una menzogna storica di stampo cattolico.


(Thomas BernhardL'origine, pagg. 92-94. Adelphi editore)

La ragazza senza nome (di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ritorno ad Assita. Lungo i titoli di coda apprendo che l'attrice che interpreta la sorella di Felicie si chiama Nadège Ouedraogo. In attesa di scoprire l'effettiva parentela con l'Assita Ouedraogo de La promesse è chiaro il richiamo al viaggio della speranza del film di vent'anni fa. E' un viaggio che si conclude con la morte, assurda, beffarda e più tragica delle altre, etimologicamente parlando. Mi trovo ad esprimere queste considerazioni alla soglia del funerale di un uomo solo, che verrà sepolto indigente, senza esseri umani a dargli l'ultimo saluto, bensì esseri umani con cui ha avuto a che fare "professionalmente". Ma la professione che esercitiamo nasce dalla persona che siamo, e quindi siamo noi le persone che lui al tempo stesso ha avuto e non avuto nella sua vita.
Cresciamo nella concezione errata del funerale come celebrazione di una vita certificata da parenti e amici. Niente di più sbagliato. L'assurdo che diviene ordinario, visto come tale, plausibile e frequente, diventa più tangibile. Non è questo che risulta agli occhi dell'ispettore nel film, che svolge il suo ruolo in maniera asettica, fredda, calcolata. "Non ho avuto tempo per..." o "Ho avuto molte altre cose da fare...", le frasi già sentite e risentite, e così sia noi che Jenny non possiamo celebrare la sepoltura di una donna, sotterrata e non sepolta, tornando alle parole di Thomas Bernhard del post qui sotto, nell'indifferenza generale, un numero su una lapide.
La sepoltura è l'ossessione di Jenny. Non del medico, ma di Jenny. La morte di Felicie (poteva un nome essere più paradossalmente emblematico di questo? Un nome, un definire, che racchiude nascita, viaggio della speranza e morte?) non è un risultato di "Se lei avesse aperto...". Nella sua mediocrità il padre di Bryan rappresenta una società che cerca di scaricarsi la coscienza, e il cui tentativo di suicidio è talmente goffo e non sincero da risultare ridicolo.
Tutte balle. La morte di Felicie è una morte sociale, e il responsabile vero è collettivo. Quel che Jenny sa fin dall'inizio è che non ha aperto per un banale atto di superbia nei confronti dello stagista. Sono i meccanismi inconsci di competizione che ci vengono trasmessi e introiettiamo più o meno consapevolmente. Sono atti di incoerenza che non hanno la forza di determinare una cascata di eventi ben più forti e decisivi come quelli che hanno condotto alla morte di Felicie (e di cui lo stesso padre di Bryan – volutamente senza nome – non è che un tassello anonimo), ma una breccia, un richiamo alla nostra responsabilità, nello specifico a quella di Jenny. Qualcosa di minuto e deflagrante che rianima un mai sopito moto di perseveranza. Nell'unico momento in cui è lei a confessare a qualcun altro, confida a Julien il suo senso di colpa. E' il rispecchiamento ad aiutarla a sfogarlo (Jenny vede nello stagista il proprio doppio), e il rispecchiamento che, alla fine, aiuta Julien a non mollare il proprio percorso.
Nel mezzo la morte di una donna sconosciuta, che ha ricordato alla coscienza di Jenny che ci appartiene. E a Julien che la professione che voleva imparare e svolgere, e che tornerà a svolgere, si nutre non delle ombre del passato sulla sua persona, ma della luce che può dare. Una luce laica.
Jenny nel frattempo è sola, ma voler restituire dignità la rende meno sola, "è la sua morte a dircelo" esclama al padre di Bryan, riferendosi al motivo dell'ossessione, che è chiaramente diverso, ma scaturiscono dalla stessa persona, e il suo farsi da parte nel confessare la narrazione dei fatti è un rimettere la responsabilità all'uomo, che come detto, ne è incapace.
L'umano dolore, l'umana compartecipazione alla sorte altrui, quel meccanismo reiterato che trascende il limite tra ruolo umano e professionale della colpa, è qui che Jenny emerge al di là della propria apparente impassibilità e rigidità emotiva, perché la sua ossessione metabolizza il proprio ruolo che la assolve (in quanto l'ambulatorio era chiuso da un'ora e non era tenuta non solo ad aprire, ma neppure a vedere chi avesse suonato, non sarebbe neppure più dovuta essere lì, e invece finisce col dormirci e mangiarci – è attraverso il ruolo che realizza la sua impresa, ma il ruolo è solo una guida, uno strumento, un contorno, è lei a determinare il ruolo naturalmente, e non viceversa). E' il suo ruolo che catalizza tutte le confidenze/confessioni dei personaggi che ruotano attorno alla figura della sconosciuta? Il segreto professionale? Un confessore del male taciuto, rimosso, mistificato, un alter-ego di un prete-confessore appunto, questo appare Jenny ai personaggi negativi del film, o al povero Bryan che ha quei modelli, ma che probabilmente scorge i primi segni della propria responsabilità (non lascia Jenny nella fossa dopo un tentennamento come la mia amata Rosetta del film omonimo del '99), ma la sua perspicacia, abnegazione seguono un filo conduttore laico, ancora ruolo e donna insieme, un connubio che risolve non solo il mistero, mistero della morte intesa come fine del viaggio della speranza, definitiva, seppur la fine era già costituita dall'esito del viaggio che era l'esercizio dello sfruttamento, situazioni di ambiguità, una sorella complice, vite negate così come è palese quando entra in quell'internet point l'aria di dissimulazione, la stessa che la polizia conosce ma conserva per vantaggi apparentemente secondari, ma primari, mentre l'emarginazione, prostituzione e miseria sociale sono apparentemente primari ma secondari.
Tutto scivola nel paradosso, restano Felicie, finalmente Felicie, e una confessione finale della sorella che appare come quella di Jenny a Julien, ancora rispecchiamento, certo più forte devastante e intima, una sorella che trova il coraggio di scavare nella vergogna di un pensiero terribile, orribile, di aver desiderato la morte di Felicie, per stupida gelosia. E' lei la depositaria dell'abbraccio solito non dei Dardenne, del Cinema dei Dardenne, in cui non smetto mai di riconoscermi (e che non riconoscerei senza i volti di Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione e Jeremie Renier).

Pill 153

Nei collegi, e specialmente quelli dove a causa dell'umano sadismo e del clima naturale si vive in condizioni di estrema esasperazione, come ad esempio nel collegio della Schrannengasse, il tema principale fra coloro che ci vivono per imparare e per studiare, fra gli allievi insomma, è sempre, con ogni probabilità, il tema del suicidio, solo quello, un argomento dunque tutt'altro che scientifico, non essendo desunto dalle materie di studio, bensì dal primo pensiero, quello che più intensamente occupa la mente di tutti; e pensare che invece il suicidio e il pensiero del suicidio sono sempre l'argomento più scientifico di tutti, ma ciò alla società, nella sua bugiardaggine, risulta incomprensibile. Lo stare insieme con i compagni di collegio è sempre stato uno stare insieme col pensiero del suicidio, e solo in secondo luogo con le cose da imparare e da studiare. E in effetti, durante tutto il mio periodo di apprendimento e di studio, io, ma non ero il solo, ho dovuto trascorrere la maggior parte del mio tempo con il pensiero del suicidio, a ciò indotto da un lato dall'ambiente brutale, senza scrupoli e volgare sotto ogni aspetto, e dall'altro dalla sensibilità e vulnerabilità che sono sempre accentuatissime nei giovani. Il tempo dell'apprendimento e dello studio è in primo luogo un tempo di riflessione sul suicidio, e solo chi ha dimenticato tutto può dire che questo non è vero. Spessissimo, centinaia di volte, ho camminato in lungo e in largo per la città pensando al suicidio, allo spegnersi della mia esistenza, a nient'altro pensavo, e al dove e al come (da solo o con altri) mi sarei suicidato, ma questi pensieri e tentativi, evocati da tutto in questa città, mi hanno sempre di nuovo riportato al collegio, a quel carcere che era il collegio. Non soltanto ciascuno aveva per sé, singolarmente, il pensiero del suicidio come unico pensiero presente incessantemente, ma tutti insieme avevano la mente occupata da questo pensiero incessante, e gli uni sono stati subito uccisi da questo pensiero e gli altri solo spezzati da questo pensiero, ma spezzati per tutta la loro vita; sul pensiero del suicidio e sul suicidio si è sempre dibattuto e discusso, e da parte di tutti senza eccezione si è anche continuamente taciuto, e sempre via via riemergeva fra noi un nuovo vero suicida: non menziono i loro nomi, che per la maggior parte mi son passati di mente, però li ho visti tutti, appesi o sfracellati a prova dell'orrore. So di parecchie esequie, al cimitero comunale o al cimitero di Maxlagan, nel corso delle quali questi allievi – e cioè esseri umani tredicenni o quattordicenni o quindicenni o sedicenni, ammazzati dal loro ambiente – sono stati sotterrati, ma non sepolti, perché in questa città rigidamente cattolica questi giovani suicidi, com'è naturale, non sono stati sepolti, bensì soltanto sotterrati nelle circostanze più deprimenti, più umanamente degradanti. In entrambi questi cimiteri esistono moltissime prove dell'esattezza del mio ricordo, che per fortuna, di questo son grato, non è stato falsato da nulla, e del quale qui si può dare soltanto un accenno. Vedo il Grunkranz che assiste in silenzio alle esequie davanti alla fossa nei suoi stivali da ufficiale, e i cosiddetti congiunti del suicida pomposamente in lutto e pieni di vergognoso raccapriccio, e i compagni di scuola – gli unici davanti alla fossa che conoscano la verità nel suo crudo orrore – i quali osservano lo svolgimento di queste imbarazzanti esequie; e sento le parole con cui i cosiddetti superstiti e legittimi educatori tentano di prendere le distanze dal suicida dopo averlo sotterrato in una bara di legno. Un sacerdote non ha nulla da cercare alle esequie di un suicida in una città come questa, totalmente abbandonata all'ottusità del cattolicesimo e totalmente soggiogata da questa cattolica ottusità, città che come se non bastasse in quell'epoca è stata nazista, nazista fino al midollo. La fine dell'autunno, e così pure il primo annunciarsi della primavera, tra febbre e marciume, hanno sempre preteso le loro vittime, qui più che in qualsiasi altra parte del mondo, e i più esposti al suicidio sono i giovani, gli adolescenti lasciati soli dai loro genitori e dagli altri educatori, che imparano e studiano e meditano effettivamente sempre e soltanto in termini di autoestinzione e di autoannientamento, per i quali tutto, ancora, è semplicemente verità e realtà, e che quindi in questa verità e realtà, intese come unico orrore, colano a picco. Ciascuno di noi avrebbe potuto commettere suicidio, in alcuni si era sempre letto in faccia con chiarezza anche prima, in altri no, comunque ci siamo raramente sbagliati. Quando qualcuno, preso da improvvisa debolezza, non riusciva più a sopportare né il terribile perso del suo mondo interiore né quello del mondo intorno a lui, poiché aveva perso l'equilibrio tra questi pesi che entrambi lo opprimevano senza posa, e quando poi d'improvviso, da un certo momento in poi, tutto in lui e nel suo aspetto alludeva al suicidio, e la sua decisione di compiere suicidio si poteva notare e ben presto desumere con spaventosa chiarezza da tutto il suo essere, sempre noi eravamo preparati e mai sorpresi di fronte all'orrore che diventava realtà, di fronte al suicidio che veniva coerentemente attuato dal nostro condiscepolo e compagno di dolore, mentre il direttore coi suoi aiutanti non si è mai, neanche in un solo caso, accorto di una simile fase di preparazione al suicidio, pur sempre osservabile nella sua lunga evoluzione esteriore, e sempre, anzi, è stato sgradevolmente sorpreso, per ovvia conseguenza, dal suicidio del suicida in quanto allievo, e ogni volta è inorridito e al tempo stesso ha dato a credere di sentirsi raggirato da colui che altri non era se non un infelice, come se questi fosse invece un impudente truffatore, ed è stato sempre spietato nella sua reazione, disgustosa per tutti noi, di fronte al suicidio dell'allievo, freddo e nazisticamente-egoisticamente pronto ad accusare un colpevole che com'è ovvio era innocente, sempre e in ogni caso, perché la colpa non è mai del suicida ma sempre dell'ambiente, in questi casi dell'ambiente cattolico-nazista del suicida, che aveva schiacciato questo essere umano istigandolo e costringendolo al suicidio; e quale che fosse il motivo, o quali che fossero le centinaia e migliaia di motivi che potevano averlo indotto a commettere, o meglio a compiere suicidio, bisogna dire che tutto, in un collegio o istituto d'istruzione come quello della Schrannengasse, la cui vera denominazione ufficiale era, si badi bene, Convitto nazionalsocialista, un collegio che per sua stessa natura doveva in ogni senso istigare e indurre al suicidio e che in un'alta percentuale ha effettivamente portato al suicidio chiunque avesse un sistema nervoso sensibile, tutto in un simile collegio, ma proprio tutto, era un buon motivo per suicidarsi. I fatti sono sempre spaventosi e noi non abbiamo il diritto di coprirli con l'angoscia che da essi ci deriva, un'angoscia che in ognuno di noi opera morbosamente e si alimenta senza posa, e non abbiamo il diritto di falsificare così l'intera storia della natura trasformandola in storia dell'uomo, né di tramandare tutta questa storia come una storia da noi sempre falsificata, poiché è nostra abitudine falsificare la storia e tramandarla come storia falsificata, pur sapendo perfettamente che tutta la storia è falsificata ed è sempre stata tramandata soltanto come storia falsificata.


(Thomas BernhardL'origine, pagg. 19-23. Adelphi editore)

Le boucher (di Claude Chabrol, 1970)

Le boucher: per immergersi nel film di Chabrol il primo passo da seguire è il titolo originale, non l'italiano Il tagliagole. L'originale "macellaio" contiene l'ambiguità del termine, il mestiere di Paul ma anche l'uso comune derivante dal gergo giornalistico, sezione cronaca nera. Paul è un macellaio? In tal senso, Sì e no.
Tradurre il senso del titolo con il sostantivo "tagliagole" è dunque totalmente fuorviante: implicherebbe che il protagonista è un assassino sanguinario che taglia gole, per l'appunto, con quella connotazione morbosa che non ha nulla a che vedere con il film.
Bene, primo punto saliente: Le boucher non è un film su un serial killer sadico che taglia gole, ma su un macellaio, e su un'insegnante.
Si sarebbe potuto chiamare L'insegnante, ma il lato oscuro del macellaio è decisamente più accattivante e regola le sorti dello sviluppo della narrazione.
Naturalmente nel tempo sono giunti film dal titolo Il macellaio e L'insegnante, oltre che Cut – Il tagliagole. Forse anche a causa di questi tre filmacci, per me Le boucher resta Le boucher, e evidentemente anche per i tipi della Raro Video che ne hanno curato l'edizione DVD italiana.

Un matrimonio, poi un funerale. Un amore sancito e defunto in pochi giorni, quello tra Leon e sua moglie, diviene un sinistro riflesso dell'amore tra Helene e Paul. In un clima di provincia in cui I diabolici di Clouzot si fonde con invenzioni, particolari presi in prestito dall'universo hitchcockiano (l'accendino, le serrature aperte e chiuse), ruota tutto o quasi sugli incontri dei protagonisti così diversi, lei scorpione1 lui bilancia.

Si danno del Lei e al rispettoso Mademoiselle Helene corrisponde il vezzeggiativo Popaul.
Un passato oscuro emerge gradualmente: Popaul è un reduce di guerra d'Algeria (il passato oscuro della Francia fa capolino – vedi Caché) dove ha fatto l'abitudine al sangue.
Mademoiselle Helene nasconde una storia d'amore finita che le ha lasciato una ferita indelebile, e ha paura di innamorarsi di nuovo. Qualcosa sboccia, ma resta così soffocato!

Donne uccise ma non seviziate: l'ispettore esclama: "Non c'è abuso sessuale, strano!". La tesi del serial killer di provincia, ribaltata, camuffata. Le indagini restano sullo sfondo, solo congetture, piste sbagliate, un'emblematica auto della polizia che va e viene lungo il paese tra i pettegolezzi morbosi delle persone.

Helene scopre tutto, è lei la chiave. Lei e il MacGuffin accendino, che regala a Paul, lo trova sul luogo del delitto tanto che sospetta subito di lui. Lo nasconde in un cassetto, ma lui ne ha un altro uguale, o lo stesso? Le viene il mal di testa, scoppia in lacrime, non sa più a quale verità credere.
Ma c'è una verità più forte, per questa insegnante forte e fragile, che tiene testa da sola ad un gruppo di venti scolari in gita o in classe, sola, solitaria, rispettata ma priva di amiche, di amici, ed è la verità del sentimento. Così forte. Tanto che quando si sbroglia del tutto il giro di accendini lei non lo denuncia, non lo tradisce, certo ha paura, chiude gli occhi quando lui appare nell'oscurità sussurrando "Mademoiselle Helene" facendoci rabbrividire (dopo una sequenza da cardiopalma in cui lei corre, si affanna terrorizzata per chiudere tutte le porte, le finestre, gli ingressi principali, laterali, posteriori della scuola-abitazione, un luogo che si presta perfettamente alla suspance). Lui ha un coltello, si avvicina. Lei chiude gli occhi. Dissolvenza.
Non è un sacrificio come in Rocco e i suoi fratelli, come giustamente mi fa osservare la mia preziosissima ragazza, ma una prova d'amore, "dimostrami che mi ami o davvero vuoi uccidermi?". E' lui a sacrificarsi.
Lo accompagna in ospedale, spera che sopravviva, e lo bacia per la prima e unica volta quando lui finalmente le confida l'amore per lei.

Uno sguardo magnetico, enigmatico, che si perde nel vuoto o sui pulsanti di un ascensore: libero, occupato. Come lei, la sua vita. Torna a riemergere solitaria, l'amore e il riscatto non vanno di pari passo con la sua, di vita. Naufragati dinanzi alla pulsione di morte derivante dal trauma irrimarginabile di lui. "Il sangue ha sempre lo stesso odore, umano o animale che sia".


1Spulciando a tempo perso tra le biografie salta fuori che Stephane Audran è del segno dello scorpione come la sua Mademoiselle Helene. Casualità? E come mai si chiama Helene proprio come la protagonista dell'appena precedente La femme infidèle? (anche qui orrore italiano, ma curiosa ambiguità: al titolo originale viene aggiunto il nome dell'attrice, che diviene anche il nome della protagonista del film).

Pill 149

Il padrone di casa, dopo aver guardato a lungo tutti, uno per uno: "Vorrei parlare della solitudine. Io credo che il più delle volte non esista: si tratta piuttosto di un sentimento artificiale, imposto dall'esterno. Una volta ero seduto qui, in questa stanza, completamente stordito. Un po' più in là, c'erano ancora nel posacenere i mozziconi di sigaretta della sera prima. Ieri sera ero seduto lì, nello stess stato di stordimento, ho pensato. Ieri sera ero seduto lì e stasera sono seduto qui. Questa immagine di me stesso mi toccò così profondamente che ne fui gratificato. Questa era dunque la solitudine. Mi sentii orgoglioso della mia solitudine, ubriacato, inondato dalla solitudine. Ugualmente artificiale fu la solitudine che provai un'altra volta, una sera che ero seduto sulla terrazza di casa. Avevo una bottiglia di buon vino e il tempo se ne andava senza che neanche me ne accorgessi. Poi passarono delle persone vicino al cancello e mi videro: come dev sembrare solo, pensai, e subito mi ritrovai avvolto in questa solitudine imposta e artificiale. Essa è in realtà uno stato d'animo puramente teatrale e nasce nell'attimo in cui sentiamo come attori: più lusinga che dolore, un ventaglio per il proprio stordimento. Lo stordimento profondo e spontaneo, in confronto, mi sembra un attributo della verità. Eppure è in questi momenti ipocriti di solitudine che mi sento rinascere. Questo è il paradosso della solitudine: il senso di protezione che mi pervade in quei momenti". (Mentre parlava sono stati inquadrati uno dopo l'altro i volti dei suoi ascoltatori, attenti ma stanchi. Di tanto in tanto la ragazza ha guardato Wilhelm, lo sguardo fisso, mentre egli annotava qualcosa sul suo taccuino.)

Bevono in silenzio.

Wilhelm al vecchio: "Aveva detto che stasera ci avrebbe svelato il suo segreto".

Il vecchio: "Oggi sono troppo stanco; rimandiamo tutto alla passeggiata di domani. Vieni, Mignon". Mette una mano sulla spalla della ragazza. Mignon scrolla le spalle per liberarsene e si alza.

Wilhelm: "Ah, si chiama Mignon! Non lo sapevo neanche".

Il vecchio: "Infatti non glie l'hai neanche chiesto. E' stata fino a ora ad aspettare che tu glielo chiedessi". Se ne vanno.

I due che salgono le scale. Salendo, Mignon si gira a guardare indietro un'ultima volta.

Therese si alza e dice qualcosa a Wilhelm nell'orecchio. Wilhelm sorride. Poi, serio: "Ma sì, lo sai no? Rimango ancora due minuti. Sono insoddisfatto perché oggi nonho scritto niente".

Bernhard che si è addormentato e russa piano piano a bocca aperta.

Wilhelm: "Lui ha già scritto i suoi versi".

Therese: "Ma io non voglio essere insoddisfatta, oggi. Vieni a cercarmi stanotte."

Bernhard che inaspettatamente si alza e allo stesso tempo, con gli occhi ancora semichiusi, parla: "E io sono contento di avervi incontrato. Buonanotte".

Therese e Bernhard vanno via.

La casa dall'esterno: al piano di sopra si accendono una dopo l'altra le luci.

Un quadro nel soggiorno al piano terra: un corpo di donna legato alle cime di due alberi piegati verso il basso. La voce del padrone di casa: "Un autoritratto di mia moglie".

Il padrone di casa: "Vorrei dire ancora due parole sulla solitudine in Germania. Mi pare che qui sia ancora più celata e al contempo più dolorosa che altrove. Ciò dipende forse dalla storia stessa del pensiero tedesco, da sempre proteso alla ricerca di modi di vita che permettessero il superamento della paura. La proclamazione di virtù quali il coraggio, la perseveranza e la diligenza aveva l'unico scopo di distogliere dalla paura. Supponiamo in ogni caso che sia così: qui come in nessun altro luogo le filosofie sono sempre state utilizzabili come filosofie di stato, e di conseguenza i metodi impiegati per superare la paura, necessariamente criminali, sono stati anch'essi legalizzati. La paura è ritenuta una futilità o un'onta. Perciò la solitudine in Germania è mascherata dietro tutti questi volti proditorii e privi di anima che si aggirano per i supermarket, i giardini pubblici, le zone pedonali, le palestre. Le anime morte della Germania... Un giovanotto non ha mai paura, mi dicevano i miei genitori. Io mi rifiuto di superare la paura! E adesso le auguro di trovarsi a suo agio qui da me. Mi ha commosso vedere che ascoltava mentre parlavo".

Il padrone di casa esce dalla stanza.

Wilhelm che scrive. Il ticchettio di un orologio. Dissolvenza incrociata. Wilhelm che scrive.

La casa da fuori: in una stanza al piano di sopra si accende la luce.

Wilhelm si appoggia allo schienale e parla da solo: "Forse è vero anche questo: si vuole scrivere senza sapere cosa. Semplicemente aver voglia di scrivere, come si può aver voglia di camminare. Si ha bisogno non di scrivere, ma di voler scrivere. Uscire di casa, bere, mangiare. Ma non scrivere, bensì voler scrivere... Allo stesso modo anche amare, forse, non è un bisogno, come lo è invece voler amare... Voler scrivere, voler amare: adesso vado di sopra". Dissolvenza.


(Peter HandkeFalso movimento, pagg. 53-58. Guanda editore)

Pill 148

Ma gli insegnanti, per quel che riguarda l'arte, non si limitano a svolgere una funzione di ostacolo e di distruzione, in fondo gli insegnanti hanno sempre ostacolato la vita e l'esistenza dei giovani esseri umani, invece di insegnare cos'è la vita, invece di aiutarli a decifrarla, invece di far sì che la vita diventi per i giovani una fonte di ricchezza inesauribile che scaturisce dalla loro stessa natura, gliela spengono la vita, fanno di tutto per spegnergliela. I nostri insegnanti sono per la maggior parte creature incapaci, la cui missione sembra essere quella di sbarrare ai giovani la strada della vita trasformando quest'ultima una volta per tutte in un tremendo avvilimento. Del resto, a infoltire la corporazione degli insegnanti sono solo i sentimentali e i perversi di poco cervello, tutta gente che proviene dagli strati più bassi del ceto medio. Gli insegnanti sono i galoppini dello Stato, e se, come nel caso dello Stato austriaco oggi, lo Stato è corrotto dalla testa ai piedi, spiritualmente e moralmente, e non insegna nulla se non deprivazione e imbarbarimento e caos pericoloso per l'intera comunità, è ovvio che anche gli insegnanti siano spiritualmente e moralmente corrotti e imbarbariti e depravati e caotici. Questo Stato cattolico è privo di sensibilità artistica, e quindi anche gli insegnanti di questo Stato ne sono privi, o comunque non sono tenuti ad esserne provvisti, questo è il fatto deprimente. Gli insegnanti insegnano cos'è questo Stato cattolico, insegnano quello che lo Stato stesso li incarica di insegnare: grettezza e brutalità, volgarità e vigliaccheria, abiezione e caos. Da questi insegnanti gli alunni non possono aspettarsi altro che la mendacità dello Stato cattolico e del potere cattolico che governa lo Stato, pensai mentre osservavo Reger, e contemporaneamente, attraverso l'Uomo dalla barba bianca di Tintoretto, guardavo di nuovo dentro la mia infanzia. Anch'io del resto ho avuto questi insegnanti atroci e senza scrupoli, prima gli insegnanti di campagna, poi gli insegnanti di città, insegnanti di campagna e insegnanti di città che si sono avvicendati di continuo, e per buona metà della mia vita sono stato rovinato da tutti questi insegnanti, i miei insegnanti mi hanno rovinato per i decenni a venire, penso. |...| Anch'io ho avuto questi insegnanti che nutrono un disprezzo inconfessato per gli esseri umani, un disprezzo che loro, quei galoppini dello Stato sentimentali e patetici con l'indice alzato, erigono a norma di fronte ai propri alunni impotenti. Anch'io ho avuto questi idioti, questi sensali dello Stato, che più volte la settimana con la bacchetta di nocciolo mi picchiavano sulle dita fino a farle gonfiare, e che prendendomi per le orecchie mi ruotavano la testa verso l'alto tanto da scatenare in me un pianto convulso e trattenuto del quale non riuscivo più a liberarmi. Oggi gli insegnanti, anche se non prendono più gli alunni per le orecchie, né li picchiano sulle dita con le bacchette di nocciolo, sono tuttavia rimasti insulsi come una volta, questo è ciò che vedo qui al museo quando guardo gli insegnanti che passano con i loro alunni davanti ai cosiddetti Antichi Maestri, sono gli stessi, penso, gli stessi che ho avuto io, gli stessi che mi hanno distrutto per la vita, che mi hanno annientato per tutta la vita. Così dev'essere, così stanno le cose, dicono gli insegnanti, e non tollerano la benché minima obiezione, perché questo Stato cattolico non tollera la benché minima obiezione, e loro ai propri alunni non concedono niente, e men che mai di conservare qualcosa di originale. In questi alunni viene riversata l'immondizia di Stato, nient'altro, come il frumento nella gola delle oche, e a viva forza l'immondizia di Stato viene riversata in quelle teste fino a farle soffocare. I bambini sono bambini dello Stato, così pensa lo Stato e si comporta di conseguenza, provocando da secoli danni devastanti. E' lo Stato in realtà che partorisce i bambini, vengono partoriti soltanto bambini di Stato, la verità è questa. Non esiste un solo bambino libero, c'è soltanto il bambino di Stato, di cui lo Stato può fare quello che vuole, è lo Stato che mette al mondo i bambini, alle madri vien solo dato a intendere che siano loro a mettere al mondo i bambini, ma è dal ventre dello Stato che nascono i bambini, la verità è questa. Sono centinaia di migliaia i bambini che ogni anno escono dal ventre dello Stato sotto forma di bambini di Stato, la verità è questa. I bambini di Stato vengono messi al mondo dal ventre dello Stato e vanno alla scuola di Stato, dove sono istruiti dagli insegnanti di Stato. Lo Stato partorisce i suoi bambini nello Stato, la verità è questa, lo Stato partorisce i suoi bambini di Stato nello Stato e non li lascia più uscire. Ovunque ci guardiamo intorno, non vediamo altro che bambini di Stato, scuole di Stato, lavoratori di Stato, funzionari di Stato, anziani di Stato, morti di Stato, la verità è questa. Lo Stato produce e autorizza soltanto esseri umani di Stato, la verità è questa. L'essere umano secondo natura non esiste più, è rimasto soltanto l'essere umano di Stato, e dove l'essere umano secondo natura esiste ancora, esso viene braccato e perseguitato a morte e/o trasformato in un essere umano di Stato.

(Thomas Bernhard - Antichi maestri, pagg. 37-41. Adelphi editore)

Pill 147


Thomas Bernhard, In alto - tentativo di salvezza, nonsenso. Guanda editore

Pill 146

Non starò zitta su nessuno dei loro crimini

Come va la mia salute? Cara mamma, l'andamento delle condizioni di salute di uno è un processo calcolato. Qui, nella RFT, ai prigionieri politici non si strappano più le unghie delle dita; si è troppo delicati per far questo e inoltre non sarebbe ammissibile farsi accusare dalla opinione pubblica del mondo di tutta la bestialità del nazifascismo, dopo che si sono spesi miliardi e miliardi per la propria immagine politica. L'isolamento opera certo più lentamente, ma anche più sicuramente della tortura fisica. Opera nel cervello. No, io non sono ancora impazzita, anche se mi avevano preannunciato la crisi già per la settimana scorsa. A quanto pare, hanno fatto dei veri e propri calcoli. Ma adesso ho continuamente delle crisi di mancanza di respiro. All'inizio solo un paio di volte alla settimana, adesso due volte al giorno. E poi mi va via il sangue dal viso e mi vengono giramenti di testa. Questo mi succede soprattutto la sera, a volte già durante il giorno. Di sera qui non c'è nessuno, puoi suonare il campanello fin che crepi. Il medico non ci può fare niente, ti dà dei tranquillanti ma non servono a niente. Dice che si può solo sperare che la detenzione non duri troppo a lungo, altrimenti la mia salute sarebbe fottuta, e in modo permanente. Tu ti puoi chiedere perché nel mio caso questo processo è così veloce. Ora, io avevo una prospettiva completamente diversa rispetto agli altri che stanno in carcere. Proprio per questo non mi posso rassegnare così tranquillamente. Io non voglio che anche voi vi rassegniate e diciate: "D'altra parte, non ci si può far niente!". Ne abbiamo parlato spesso, certo; quando una cosa viene accettata da tutti, allora vuol dire che non c'è niente da fare. Quando ero piccola, ti ho fatto impazzire con le mie domande: come andava sotto il fascismo, come era possibile una cosa del genere. La risposta era sempre che c'erano troppo poche possibilità di informarsi; ce ne sono ancora. E ciò che sappiamo e abbiamo sperimentato non possiamo tenercelo soltanto per noi, dobbiamo dirlo agli altri, altrimenti quello che sappiamo non serve a nessuno. Bene, con tutto ciò uno può finire in galera, come me. Ma una cosa devi sapere: che, appena esco di qui, riprenderò il mio posto, non starò zitta su nessuno dei loro crimini.

(Brigitte Heinrich - Diario dal carcere 1975: Operazione 'Winterreise' e persecuzione degli intellettuali nella Germania federale oggi. La pietra editore)

Pill 145

Nella dissoluzione di ogni forma, nel crepuscolo di una torpida incertezza sopra un mondo spettrale, l'uomo, come un bimbo smarrito, avanza a tentoni, tenendosi al filo di una qualche logicuzza di corto respiro, attraverso un paese chimerico, ch'egli chiama realtà sebbene non sia per lui che un incubo.
Il patetico orrore con cui questo tempo vien definito pazzo, il compiacimento patetico con cui vien definito grande, si giustificano con l'ipertrofica inconcepibilità e illogicità degli avvenimenti che in apparenza ne costituiscono la realtà. In apparenza! Perché pazzo o grande non può mai essere un tempo, ma sempre soltanto un destino individuale. Ma i nostri singoli destini sono del tutto normali. Il nostro destino collettivo ne è la somma, e ognuna di queste vite singole si svolge in maniera affatto "normale", conformemente, per così dire, alla sua logica in veste da camera. Il complesso degli avvenimenti ci pare una pazzia, ma del nostro destino individuale possiamo facilmente fornire una motivazione logica. Siamo forse pazzi, poiché non siamo impazziti?
Ecco la gran questione: come può l'individuo, che certo un tempo era ideologicamente orientato verso altre cose, comprendere e accettare l'ideologia e la realtà del morire? Si può rispondere che non così agiterebbe la gran massa, e che vi è stata semplicemente costretta – questo è forse vero adesso che si è stanchi della guerra; ma c'era, e oggi ancora persiste, uno schietto entusiasmo per la guerra e per gli spari! Si può rispondere che l'uomo comune, la cui vita si svolge fra il letto e la mangiatoia, non ha in genere nessuna ideologia, e perciò doveva esser facile conquistarlo all'ideologia dell'odio – che è pur sempre una delle più chiare, sia essa diretta contro una nazione o contro una classe – e che anzi tale vita meschina posta al servizio di una causa sovraindividuale, anche se rovinosa, avrebbe assunto un'apparenza di alto valore sociale; ma, dato che ciò sia, il nostro tempo ha pur posseduto valori diversi e più alti, cui l'individuo, nella sua povera mediocrità, ha, nonostante tutto, partecipato. Questo tempo aveva pure una schietta aspirazione alla conoscenza, aveva pure uno schietto talento artistico, aveva pure un preciso sentimento sociale; come può "comprendere" l'ideologia della guerra, accettarla e approvarla senza contrasto? Come ha potuto, senza impazzire, prendere in mano il fucile, entrar nella trincea per morirvi o uscirne per tornare al suo lavoro consueto? Com'è possibile tanta mutabilità? E in generale, come ha potuto l'ideologia della guerra radicarsi in questi uomini, come han potuto questi uomini comprendere una simile ideologia e la sua sfera di realtà? Per non parlare di un'approvazione entusiastica – d'altronde possibilissima! Sono pazzi, perché non sono impazziti?
Indifferenti al dolore altrui? Quell'indifferenza che lascia dormir tranquillo il borghese, quando nel cortile del carcere vicino qualcuno è steso sotto la ghigliottina o viene strangolato al palo? Quell'indifferenza che basta moltiplicare, perché in patria nessuno si turbi quando a mille pendono dai reticolati! Certo, è la stessa indifferenza, eppure la oltrepassa, perché qui non si tratta più di una sfera di realtà che, estranea e fredda, si isola da un'altra, ma piuttosto del fatto che in un solo individuo si trovino riuniti la vittima e il carnefice, cioè del fatto che in un'unica sfera si possan riunire gli elementi più eterogenei, e tuttavia l'individuo come rappresentante di questa realtà vi si muova con perfetta naturalezza e assoluta disinvoltura. Qui non si contrappongono il fautore e l'oppositore della guerra, non si tratta nemmeno di un'intima metamorfosi dell'individuo che dopo quattro anni di carestia abbia "mutato" il proprio tipo ed ora si contrapponga, per così dire, a se stesso come un estraneo: è una frattura nella totalità della vita e dell'esperienza, assai più profonda di una separazione fra gli individui, una frattura che penetra profondamente nel singolo e nella sua unitaria realtà.
Ahimè! Noi siamo consci della nostra intima frattura, eppure non sappiamo spiegarla, vogliamo renderne responsabile il tempo in cui viviamo, ma il tempo ci schiaccia con la sua potenza e noi non possiamo comprenderlo e lo definiamo pazzo o grande. Quanto a noi, ci crediamo normali, perché, nonostante la frattura della nostra anima, tutto in noi si svolge secondo motivi logici. Se ci fosse un uomo, in cui vedessimo rappresentare tutte le vicende del nostro tempo, se la sua attività logica s'identificasse con quelle, allora sì, allora anche il tempo cesserebbe di esser pazzo. Per questo noi sospiriamo il "duce", perché ci dia la motivazione di avvenimenti che, senza di lui, siamo costretti a chiamare folli.


(Hermann Broch, I sonnambuli1918: Huguenau o il realismo, pagg. 402-404. Einaudi editore)