Pill 125

L'uomo che da lontano sospira la sua donna, o anche soltanto la terra della sua infanzia, è alle soglie del sonnambulismo.
Ci son forse già stati parecchi indizi, ma lui non ci ha badato. Così, ad esempio, quando, avviandosi alla stazione, si avvede che le case son fatte di mattoni sovrapposti, le porte di assi segate, le finestre di vetri rettangolari; o quando pensa ai redattori e ai demagoghi che fingono di sapere dove siano la destra e la sinistra, mentre lo sanno soltanto le donne, e neppur tutte. Ma non si può pensar sempre a queste cose, e alla stazione egli beve placidamente un bicchiere di birra.
Ma quando vede arrivare sbuffando il treno per Mullheim, quel grosso, lungo verme che si avventa con tanta sicurezza verso la meta, qualcosa lo assale all'improvviso, l'assale improvviso il dubbio se ci sia da fidarsi della locomotiva, che forse potrebbe sbagliar strada; l'assale il timore di venir sottratto ai suoi obblighi, lui che notoriamente deve adempiere importantissimi obblighi terreni, e di venir magari sviato in America.
Nei suoi dubbi si rivolgerebbe volentieri a qualche impiegato in uniforme, come fanno i viaggiatori inesperti, ma la banchina è così estesa, così smisuratamente lunga e nuda, che si stenta a percorrerla e ci si deve reputar fortunati se, pur senza fiato, si riesce ancora a raggiungere il treno, dovunque esso vada. Poi naturalmente ci si sforza di decifrar sulle vetture i cartelli che indicano la destinazione, ma si capisce subito che è un'impresa inutile, perché sui cartelli non ci son che parole. E il viaggiatore sosta un po' incerto davanti alla vettura.
Incertezza e fiato corto bastano indubbiamente a far imprecare un uomo d'indole irascibile, soprattutto quando, incalzato dal segnale di partenza, deve arrampicarsi rapido come il vento sugl'incomodi scalini del vagone e batte lo stinco contro il predellino. Egli impreca, impreca contro gli scalini e contro lo stupido modo di costruirli, impreca contro il destino. Ma questa sua villania nasconde un'intuizione abbastanza giusta e piuttosto eccitante, e se avesse le idee chiare egli potrebbe benissimo esprimerla: semplice opera dell'uomo è, ahimè, tutto questo! Gli scalini, adattati alla flessione e all'estensione del ginocchio umano, la banchina smisuratamente lunga, i cartelli con le loro parole e i fischi delle locomotive e i rilucenti binari d'acciaio: una profusione di opere umane, figlie tutte della sterilità.
Il viaggiatore sa confusamente che queste considerazioni lo elevano sul viver comune e vorrebbe imprimersele nella memoria per tutta la vita. Perché, sebbene si possan dire comuni a tutti gli uomini, i viaggiatori, soprattutto quelli d'indole irascibile, vi son più inclini dei sedentari, che non pensano a nulla, anche se salgono e scendono le scale di casa cento volte al giorno. Il sedentario non si accorge di esser circondato da opere umane, e che anche i suoi pensieri sono soltanto opera umana. Manda in giro i pensieri, come si mandano in giro per il mondo sicuri e abili uomini d'affari, e crede in tal modo di costringere il mondo nella sua stanza e nella sua impresa.
Ma chi invece dei suoi pensieri manda in viaggio se stesso ha perso tale avventata certezza; volge la sua collera contro tutto quello che è opera dell'uomo: contro gli ingegneri che costruiscono gli scalini così e non altrimenti, contro i demagoghi che farneticano di giustizia, ordine e libertà, come se potessero assestare il mondo a piacer loro, contro i sapientoni volge la sua collera l'uomo in cui albeggia il sapere dell'ignoranza.
Una dolorosa libertà si annuncia, e tutto potrebbe anche esser diverso. Inavvertitamente le parole imposte alle cose scivolano nell'incerto; sembrano orfane, le parole. Incerto, il viaggiatore percorre il lungo corridoio del vagone, un po' stupito che ci sian finestre di vetro come nelle case, e con la mano ne tocca la fresca superficie. Così l'uomo che intraprende un viaggio cade facilmente in uno stato di disimpegno e d'irresponsabilità. Ora che il treno strepita di corsa e par che si avventi alla meta, che tenda all'irresponsabile libertà e nulla può arrestare quell'impeto tranne il segnale d'allarme, ora che il viaggiatore sente sotto i suoi piedi qualcosa che lo trascina via di furia, ora che pur nella dolorosa libertà della chiarezza diurna non ha perduto la sua coscienza, ora egli tenta di andare in direzione opposta. Ma non se ne viene a capo, perché qui tutto è futuro.
Ruote di ferro lo separano dalla buona terra ferma, e il viaggiatore pensa a navi dai lunghi corridoi, dove si allineano le cabine, le navi galleggianti sulla montagna d'acqua, alte sopra il fondo del mare, che è terra, dolce speranza non mai adempiuta! A che serve rimpiattarsi nel corpo della nave, quando soltanto l'assassino può portar la libertà! Ah, mai la nave approderà al castello, dimora dell'amata! Il viaggiatore nel corridoio ferma i suoi passi e, mentre ha l'aria di osservare il paesaggio e i castelli lontani, schiaccia il naso contro il vetro come faceva da bambino.
Assassinio e libertà, così intimamente affini come generazione e morte! E chi è buttato nella libertà è orfano, come l'assassino che avviato al patibolo invoca a gran voce la madre. Nel treno che strepita in corsa tutto è futuro, perché ogni istante già appartiene a un altro luogo, e i viaggiatori sono contenti, quasi sapessero di venir sottratti all'espiazione. Quelli che sono rimasti sulla banchina hanno ancora tentato, chiamando e sventolando i fazzoletti, di toccar la coscienza ai fuggiaschi, di ricondurli al dovere; ma i viaggiatori non rinunciano più all'irresponsabilità; chiudono i finestrini col pretesto che temono un torcicollo per qualche colpo d'aria, e tirano fuori le provviste, che non son più costretti a dividere con nessuno.
Parecchi hanno infilato il biglietto nel cappello, perché la loro innocenza risulti già da lontano; ma i più lo cercano in fretta angosciati non appena risuona l'appello della coscienza e appare l'impiegato in uniforme. Chi medita un assassinio è subito colto in fallo ed è inutile che, come un bambino, ingolli cibi e leccornie d'ogni sorta; è pur sempre l'ultimo pasto del condannato.
Siedono su panche che i costruttori, con sfrontatezza forse inconsiderata, hanno adattato alla linea due volte spezzata del corpo seduto; siedono otto per otto, stipati nella loro gabbia di assi; dondolano la testa e ascoltano il cigolio del legno e lo strider leggero delle bielle sulle ruote che girano e scuotono. Chi è seduto nella direzione della corsa disprezza gli altri che guardano nel passato: questi temono le correnti d'aria e, quando si spalanca la porta, temono l'ingresso di qualcuno che torca loro la faccia sulla nuca. Perché quegli a cui capita un tal caso non sa più nulla del giusto rapporto tra colpa ed espiazione; dubita che due e due facciano quattro, dubita s'egli sia figlio di sua madre o non piuttosto un essere mostruoso. Perciò anche le punte dei piedi sono accuratamente rivolte in avanti, a indicar gli affari che sono da perseguire. Perché sull'esercizio degli affari si fonda la loro comunità. Una fiacca comunità, piena d'incertezza e malvolere.
Soltanto la madre può rassicurare il figlio perché non tema di essere un mostro. Ma i viaggiatori e gli orfani, tutti quelli che tagliano i ponti dietro di sé, non sanno più che ne sia di loro. Buttati nella libertà, debbono fondare un nuovo ordine e una nuova giustizia: non vogliono più lasciarsi infinocchiare da ingegneri e demagoghi, odiano l'opera dell'uomo nelle istituzioni dello Stato e della tecnica, ma non osano ribellarsi al malinteso millenario, né scatenare la terribile rivoluzione della conoscenza, quando due e due non si potran più addizionare. Perché non c'è nessuno che li assicuri dell'innocenza perduta e ritrovata, nessuno nel cui grembo posare il capo, fuggendo nell'oblio la libertà del giorno.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1903: Esch o l'anarchia, pagg. 314-317. Einaudi editore)

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