Pill 124

Improvvisa gli giunse la notizia della morte di Helmuth, ucciso in duello a Posen da un proprietario polacco. Alcune settimane prima forse Joachim non si sarebbe scosso. Nei vent'anni passati lontano da casa, la figura del fratello era impallidita sempre più; e, quando pensava a lui, egli vedeva soltanto il biondino in abiti fanciulleschi – prima che lo cacciassero in collegio si erano sempre vestiti nello stesso modo – e anche ora gli venne fatto di pensare a una bara di bimbo. Ma a un tratto gli si rizzò accanto l'immagine di Helmuth, virile e con la barba bionda, la stessa immagine che gli era apparsa quella sera nella Jagerstrasse, quand'egli aveva temuto di non riconoscere più per se stesso il volto di una ragazza. Ah! Gli occhi così chiari del cacciatore l'avevano allora salvato dai fantasmi tra cui un altro avrebbe voluto trascinarlo e irretirlo; e quegli occhi, che allora gli aveva prestati, Helmuth li aveva chiusi per sempre, forse per fargliene per sempre dono! Ma lo aveva egli preteso da Helmuth? Si sentiva senza colpa alcuna, eppure gli pareva che quella morte fosse avvenuta per lui, che fosse stata anzi provocata da lui. Strano che Helmuth portasse la barba come lo zio Bernhard, quella barba corta e piena che lasciava libera la bocca! E ora parve a Joachim di aver sempre attribuito a Helmuth, non allo zio, che pure era il vero colpevole, la responsabilità del collegio e della carriera militare. Sì, Helmuth aveva potuto restare a casa, e per di più aveva fatto l'ipocrita – ecco, forse, il motivo; ma tutto questo si confondeva in modo così strano, tanto più strano in quanto egli sapeva da un pezzo che la vita del fratello non era stata invidiabile. Di nuovo si vide dinanzi una bara di bimbo, e crebbe il suo rancore contro il padre. Così dunque il vecchio era riuscito a cacciar di casa anche quest'altro figlio! Gli diede un esacerbato senso di liberazione poter incolpare il padre di quella morte.
Andò al funerale. A Stopin trovò una lettera di Helmuth: "Non so se uscirò vivo da questa faccenda piuttosto superflua. Naturalmente lo spero, sebbene in fondo per me sia tutt'uno. Benvenuta l'esistenza di qualcosa come un codice d'onore che, in questa vita così insulsa, mostri la traccia di un'idea più elevata a cui sottomettersi. Spero che tu abbia trovato più cose degne nella tua vita che non io nella mia; qualche volta ti ho invidiato la carriera militare; serve almeno a qualcosa che è più grande di noi. Non so che cosa tu ne pensi, ma io ti scrivo per metterti in guardia: non lasciare (se io cadessi) la tua carriera per occuparti della tenuta. Prima o poi dovrai certo farlo, ma finché vive nostro padre è molto meglio che tu resti lontano da casa, a meno che la mamma abbia bisogno di te. E a te auguro ogni bene". Seguiva una serie di disposizioni di cui Joachim doveva esser l'esecutore; e alla fine, piuttosto inatteso, l'augurio che il fratello fosse meno solo di lui.
I genitori erano stranamente rassegnati, anche la mamma. Il padre lo salutò con una stretta di mano e disse: - E' caduto per l'onore, per l'onore del suo nome -. Poi, in silenzio, si mise a camminare su e giù per la stanza con pesante passo rettilineo. Poco dopo ripeté: - E' caduto per l'onore! - e uscì.
Il catafalco di Helmuth era nel gran salone. Nel vestibolo Joachim sentì il profumo greve dei fiori e delle corone, troppo greve per la bara di un bimbo: era un pensiero ostinato e assurdo, eppure Joachim s'arrestò esitante fra i pesanti drappeggi della porta, non osò guardar dentro, fissò il suolo. Il pavimento di legno, quello lo conosceva; conosceva anche gli intarsi triangolari contigui alla soglia, conosceva l'ornato che li continuava; e seguendolo con lo sguardo così come, da bambino, si sforzava di seguirne col passo i disegni ingegnosi, giunge al margine del tappeto nero disteso sotto il catafalco. Ci sono sopra alcuni petali, caduti dalle corone. Avrebbe voglia di riprender la via dell'ornato, fa alcuni passi e vede la bara. Per fortuna, non era una bara di bimbo; ma l'atterriva ancora dover fissare i suoi occhi veggenti in quelli morti dell'uomo, occhi certo così spenti che il volto del fanciullo vi è sommerso, forse traendo a sé il fratello, cui pure gli occhi si eran donati; e l'idea che là giaceva lui stesso acquistò una tal forza ch'egli ebbe il senso di una liberazione, di una sorte propizia, quando, avvicinandosi, s'accorse che la bara era chiusa. Qualcuno disse che il viso del morto era sfigurato dal proiettile. Egli l'udì appena; si fermò accanto alla bara, con la mano appoggiata sul coperchio. E nell'imbarazzo che coglie l'uomo di fronte a un cadavere e al silenzio della morte, quando tutta la realtà si dilata e si sfascia, ogni antica consuetudine si spezza e s'irrigidisce nei frantumi, l'aria si fa così sottile che non sostiene più, gli parve di non poter più abbandonare il posto vicino al catafalco; e solo con grande sforzo riuscì a ricordarsi che quella era la sala grande, e che la bara era là dove di solito c'era il pianoforte, e là dietro, presso il margine del tappeto, doveva esserci un tratto di pavimento su cui nessuno mai aveva posato il piede; vi si allontanò lentamente, toccò il muro parato a lutto, sentì sotto il panno scuro le cornici dei ritratti e della Croce di Ferro, e quel frammento di realtà riconquistata trasformò in modo strano e quasi avvincente la morte in una questione di tappezzeria, rese quasi serena la visione di Helmuth che, con la sua bara tutta adorna di fiori, era stato messo in quella stanza come un mobile nuovo; e tornò a costringer l'incomprensibile così saldamente nel comprensibile e nel dominio della certezza, che l'esperienza di quei minuti – o solamente secondi? - si risolse in un piacevole sentimento di tranquilla fiducia. Comparve il padre in compagnia di alcuni signori, e Joachim l'udì ripetere più volte: - E' morto per l'onore -. Ma quando i signori se ne furono andati ed egli credette di ritrovarsi solo, udì di nuovo improvvisamente: - E' morto per l'onore, - e vide il padre piccolo e derelitto vicino al catafalco. Si sentì in dovere di avvicinarglisi. - Vieni, babbo, - disse, e l'accompagnò fuori. Sulla porta il padre lo guardò bene in faccia e ripeté: - E' morto per l'onore, - quasi volesse imparar la frase a memoria e desiderasse che lo facesse anche Joachim.
Ora veniva molta gente. Nel cortile erano schierati i pompieri del villaggio. C'erano anche le società dei veterani che formavano una ben allineata compagnia di cilindri e stiffelius neri, sui quali non di rado si vedeva il nastrino della Croce di Ferro. Ed ecco i vicini in cocchio; e mentre le vetture venivano indirizzate in un appropriato spiazzo ombroso, Joachim dovette accogliere gli ospiti e far gli onori di casa davanti alla bara del fratello. Il barone di Baddensen era venuto solo, perché le signore erano ancora a Berlino; salutandolo, Joachim fu assalito dal pensiero, subito irosamente respinto, che egli potesse considerare come genero desiderabile l'ormai unico erede di Stolpin, e si vergognò per Elisabeth. Dal frontone pendeva immobile una bandiera nera che giungeva quasi al terrazzo.
La madre scese le scale al braccio del marito. La sua fermezza destava meraviglia, anzi ammirazione; ma forse dipendeva solo da quella pigrizia sentimentale che le era propria. Si formò il corteo funebre; e quando le carrozze svoltarono nella strada del villaggio e si trovaron di fonte la casa di Dio, tutti si rallegrarono di cuore, perché potevano entrare nella fresca chiesa bianca, via dal torrido sole pomeridiano, che rovente e polveroso era penetrato nel pesante tessuto degli abiti da lutto e delle uniformi. Il pastore tenne un discorso in cui si parlava molto di onore, ricco di abili circonlocuzioni ridondanti a onore dell'Altissimo; l'organo sonava che ogni cosa diletta si deve lasciare... certo, evitare, e Joachim aspettava sempre la rima che avrebbe dovuto seguire. Poi andarono a piedi al cimitero, dove, sulla porta, sfolgorava un "Riposa in pace" in lettere di metallo dorato; gli equipaggi seguivano adagio in una lunga nuvola di polvere. Il cielo pieno di sole, di un azzurro purpureo, s'inarcava sulla terra secca e screpolata, che attendeva le fosse consegnato il cadavere di Helmuth; per quanto non fosse propriamente terra, ma il sepolcro di famiglia che, piccola cava aperta, sbadigliava di noia incontro al nuovo venuto. Quando Joachim ebbe vuotato per tre volte la piccola pala, guardò in basso, vide le estremità delle bare dei nonni e degli zii e pensò che avevan tenuto libero un posto per il padre e certo per questo non avevan sepolto lì anche lo zio Bernhard. Ma poi, mentre la terra cadeva sul feretro di Helmuth e si polverizzava sulle lastre del sepolcro, con quel balocco di pala in mano gli tornarono a mente i giorni della sua infanzia; sulla morbida sabbia del fiume rivide il fratello bambino, vide se stesso disteso sul catafalco e gli parve che l'arsura di quel giorno estivo avesse defraudato Helmuth non solo della vecchiaia, ma anche della morte. E si augurò di morire in una molle giornata piovosa, quando anche il cielo si abbassa ad accogliere l'anima, perché si dissolva in lui, come nelle braccia di Ruzena. Erano pensieri lascivi, sconvenienti in quel luogo; la responsabilità però non era soltanto sua, ma anche di tutti gli altri cui egli cedeva il posto davanti all'apertura del sepolcro, e anche il padre ne era responsabile: perché la fede di tutti loro era ipocrita, friabile e polverosa, e dipendeva dal sole e dalla pioggia. Non si dovevano forse invocare gli eserciti dei neri, perché tutto sia spazzato via e il Salvatore ascenda a nuova gloria e riporti gli uomini nel suo regno? Sopra la tomba, il Cristo pendeva dalla sua croce marmorea, cinto solo dal panno che gli copriva la vergogna, con la corona di spine da cui stillavano bronzee gocce di sangue; e anche Joachim sentì qualche goccia sulla guancia: forse erano lacrime di cui non si era accorto, forse venivano solo dall'opprimente calura; non lo sapeva e stringeva le mani che gli si porgevano.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1888: Pasenow o il romanticismo, pagg. 35-39. Einaudi editore)

Nessun commento: