Pill 123

La mia coscienza è sempre per un attimo totalmente categorica, ipotetica, disgiuntiva. E' senz'altro possibile che ci siano davvero dei pescecani che volano in aria, sopra i boschi, perché, in effetti, niente è fantastico... In tutte le lettere, benché non se ne faccia cenno," disse il principe "io leggo l'amarezza di chi scrive nei confronti del proprio destino. Molto in profondità, molto al di sotto della superficie della sua disperazione, io vedo colui che si sforza di far giungere la sua voce in superficie, tentando di illudere le sue disillusioni, eccetera... Gli elementi di comicità o di allegria presenti nelle persone si manifestano con particolare evidenza nel loro tormento, così come un elemento tormentoso è presente nei loro momenti di comicità, di allegria, eccetera... A poco a poco le stelle, e i corpi celesti in generale" (che noi non vedevamo) disse il principe "finiscono per trasformarsi in quei simboli che per noi sono sempre stati. In questo modo ci illudiamo che esista un creatore. L'intelletto, caro dottore, è a-logico. La salvezza è là dove noi non andiamo, perché non saremmo capaci di tornare indietro. Quanto più grandi sono le difficoltà, tanto più volentieri io vivo, questa frase l'ho passata e ripassata più volte, per notti intere, attraverso il mio cervello, affilandola come una lama. Poiché determiniamo un oggetto mediante la rappresentazione, crediamo di trovarci nell'ambito dell'esperienza. Ma le apparenze, che noi concepiamo come i presupposti del nostro sapere, nella realtà sono impossibili. Abbiamo coscienza delle nostre capacità rappresentative, e questo ci deve bastare. Poesia, proprio perché, ragionevolmente, siamo tenuti a distanza dalla realtà. Se riusciamo a diventare consapevoli della problematica della nostra esistenza, crediamo di essere delle menti filosofiche. Siamo costantemente infastiditi da tutto ciò che tocchiamo, per cui tutto ci infastidisce sempre. Quella parte della nostra vita che non coincide con la natura è per noi un fastidio unico. Quando il tempo è cattivo (quando la visibilità è scarsa!) ci viene vivamente sconsigliato di inerpicarci sulle cime di una certa altezza, per non parlare delle cime più alte. Noi ci sentiamo stanchi, inoltre," disse il principe "quando la speculazione filosofica ci ha stancato. Ovviamente ognuno di noi si difende ogni volta dicendo: Io non c'entro con quelli! E ne ha pieno diritto. Anch'io, infatti, continuo sempre a dire che non c'entro, che non appartengo a niente e a nessuno. Tuttavia, per un puro caso, ci troviamo insieme. Ci stanchiamo rapidamente se non ricorriamo alla menzogna. E' nella terra che si trovano le fondamenta, negli strati più bassi, questo noi lo sentiamo senza dover riflettere, e la paura ci assale. Pretendiamo sempre troppo dagli altri?" chiese il principe. "No," rispose a se stesso, "penso di no. Io mi faccio incontro a qualcuno e penso: che cosa stai pensando? Posso, mi chiedo, fare un tratto di strada insieme con te nel tuo cervello? La risposta è: no! Non possiamo camminare insieme per una stessa strada in un unico cervello. Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nostre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un'ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa". Il principe disse: "Ognuno discute ininterrottamente con se stesso e dice: Il me non esiste. Ogni concetto implica in sé un numero infinito di altri concetti. Fin dai primi anni della mia infanzia ho sempre sentito il bisogno di addentrarmi nelle mie fantasie, sono andato molto lontano in esse, più lontano, sempre, di coloro che ho portato con me dentro alle mie fantasie, le mie sorelle, per esempio, o le mie figlie o mio figlio. Come non osano addentrarsi davvero all'infinito nelle fantasie, nella sfera fantastica. Noi parliamo molto di malattia e di morte," disse il principe "e anche dell'attenzione che gli uomini dedicano alla malattia e alla morte, perché per noi la malattia, la morte e il concentrarsi sulla malattia e sulla morte sono fatti inspiegabili. Perché dovremmo sacrificarci adattandoci a uno spettacolo esteriore, a un'azione esterna che si svolge alla superficie della vita? Perché denigrarci così stupidamente se siamo fatti per lo spettacolo interiore, eccetera? La nostra componente mistica ci porta direttamente alle allegorie dell'intelletto: una cosa disperante.


(Thomas Bernhard, Perturbamento, pagg. 193-195. Adelphi editore)

Nessun commento: