Pill 125

L'uomo che da lontano sospira la sua donna, o anche soltanto la terra della sua infanzia, è alle soglie del sonnambulismo.
Ci son forse già stati parecchi indizi, ma lui non ci ha badato. Così, ad esempio, quando, avviandosi alla stazione, si avvede che le case son fatte di mattoni sovrapposti, le porte di assi segate, le finestre di vetri rettangolari; o quando pensa ai redattori e ai demagoghi che fingono di sapere dove siano la destra e la sinistra, mentre lo sanno soltanto le donne, e neppur tutte. Ma non si può pensar sempre a queste cose, e alla stazione egli beve placidamente un bicchiere di birra.
Ma quando vede arrivare sbuffando il treno per Mullheim, quel grosso, lungo verme che si avventa con tanta sicurezza verso la meta, qualcosa lo assale all'improvviso, l'assale improvviso il dubbio se ci sia da fidarsi della locomotiva, che forse potrebbe sbagliar strada; l'assale il timore di venir sottratto ai suoi obblighi, lui che notoriamente deve adempiere importantissimi obblighi terreni, e di venir magari sviato in America.
Nei suoi dubbi si rivolgerebbe volentieri a qualche impiegato in uniforme, come fanno i viaggiatori inesperti, ma la banchina è così estesa, così smisuratamente lunga e nuda, che si stenta a percorrerla e ci si deve reputar fortunati se, pur senza fiato, si riesce ancora a raggiungere il treno, dovunque esso vada. Poi naturalmente ci si sforza di decifrar sulle vetture i cartelli che indicano la destinazione, ma si capisce subito che è un'impresa inutile, perché sui cartelli non ci son che parole. E il viaggiatore sosta un po' incerto davanti alla vettura.
Incertezza e fiato corto bastano indubbiamente a far imprecare un uomo d'indole irascibile, soprattutto quando, incalzato dal segnale di partenza, deve arrampicarsi rapido come il vento sugl'incomodi scalini del vagone e batte lo stinco contro il predellino. Egli impreca, impreca contro gli scalini e contro lo stupido modo di costruirli, impreca contro il destino. Ma questa sua villania nasconde un'intuizione abbastanza giusta e piuttosto eccitante, e se avesse le idee chiare egli potrebbe benissimo esprimerla: semplice opera dell'uomo è, ahimè, tutto questo! Gli scalini, adattati alla flessione e all'estensione del ginocchio umano, la banchina smisuratamente lunga, i cartelli con le loro parole e i fischi delle locomotive e i rilucenti binari d'acciaio: una profusione di opere umane, figlie tutte della sterilità.
Il viaggiatore sa confusamente che queste considerazioni lo elevano sul viver comune e vorrebbe imprimersele nella memoria per tutta la vita. Perché, sebbene si possan dire comuni a tutti gli uomini, i viaggiatori, soprattutto quelli d'indole irascibile, vi son più inclini dei sedentari, che non pensano a nulla, anche se salgono e scendono le scale di casa cento volte al giorno. Il sedentario non si accorge di esser circondato da opere umane, e che anche i suoi pensieri sono soltanto opera umana. Manda in giro i pensieri, come si mandano in giro per il mondo sicuri e abili uomini d'affari, e crede in tal modo di costringere il mondo nella sua stanza e nella sua impresa.
Ma chi invece dei suoi pensieri manda in viaggio se stesso ha perso tale avventata certezza; volge la sua collera contro tutto quello che è opera dell'uomo: contro gli ingegneri che costruiscono gli scalini così e non altrimenti, contro i demagoghi che farneticano di giustizia, ordine e libertà, come se potessero assestare il mondo a piacer loro, contro i sapientoni volge la sua collera l'uomo in cui albeggia il sapere dell'ignoranza.
Una dolorosa libertà si annuncia, e tutto potrebbe anche esser diverso. Inavvertitamente le parole imposte alle cose scivolano nell'incerto; sembrano orfane, le parole. Incerto, il viaggiatore percorre il lungo corridoio del vagone, un po' stupito che ci sian finestre di vetro come nelle case, e con la mano ne tocca la fresca superficie. Così l'uomo che intraprende un viaggio cade facilmente in uno stato di disimpegno e d'irresponsabilità. Ora che il treno strepita di corsa e par che si avventi alla meta, che tenda all'irresponsabile libertà e nulla può arrestare quell'impeto tranne il segnale d'allarme, ora che il viaggiatore sente sotto i suoi piedi qualcosa che lo trascina via di furia, ora che pur nella dolorosa libertà della chiarezza diurna non ha perduto la sua coscienza, ora egli tenta di andare in direzione opposta. Ma non se ne viene a capo, perché qui tutto è futuro.
Ruote di ferro lo separano dalla buona terra ferma, e il viaggiatore pensa a navi dai lunghi corridoi, dove si allineano le cabine, le navi galleggianti sulla montagna d'acqua, alte sopra il fondo del mare, che è terra, dolce speranza non mai adempiuta! A che serve rimpiattarsi nel corpo della nave, quando soltanto l'assassino può portar la libertà! Ah, mai la nave approderà al castello, dimora dell'amata! Il viaggiatore nel corridoio ferma i suoi passi e, mentre ha l'aria di osservare il paesaggio e i castelli lontani, schiaccia il naso contro il vetro come faceva da bambino.
Assassinio e libertà, così intimamente affini come generazione e morte! E chi è buttato nella libertà è orfano, come l'assassino che avviato al patibolo invoca a gran voce la madre. Nel treno che strepita in corsa tutto è futuro, perché ogni istante già appartiene a un altro luogo, e i viaggiatori sono contenti, quasi sapessero di venir sottratti all'espiazione. Quelli che sono rimasti sulla banchina hanno ancora tentato, chiamando e sventolando i fazzoletti, di toccar la coscienza ai fuggiaschi, di ricondurli al dovere; ma i viaggiatori non rinunciano più all'irresponsabilità; chiudono i finestrini col pretesto che temono un torcicollo per qualche colpo d'aria, e tirano fuori le provviste, che non son più costretti a dividere con nessuno.
Parecchi hanno infilato il biglietto nel cappello, perché la loro innocenza risulti già da lontano; ma i più lo cercano in fretta angosciati non appena risuona l'appello della coscienza e appare l'impiegato in uniforme. Chi medita un assassinio è subito colto in fallo ed è inutile che, come un bambino, ingolli cibi e leccornie d'ogni sorta; è pur sempre l'ultimo pasto del condannato.
Siedono su panche che i costruttori, con sfrontatezza forse inconsiderata, hanno adattato alla linea due volte spezzata del corpo seduto; siedono otto per otto, stipati nella loro gabbia di assi; dondolano la testa e ascoltano il cigolio del legno e lo strider leggero delle bielle sulle ruote che girano e scuotono. Chi è seduto nella direzione della corsa disprezza gli altri che guardano nel passato: questi temono le correnti d'aria e, quando si spalanca la porta, temono l'ingresso di qualcuno che torca loro la faccia sulla nuca. Perché quegli a cui capita un tal caso non sa più nulla del giusto rapporto tra colpa ed espiazione; dubita che due e due facciano quattro, dubita s'egli sia figlio di sua madre o non piuttosto un essere mostruoso. Perciò anche le punte dei piedi sono accuratamente rivolte in avanti, a indicar gli affari che sono da perseguire. Perché sull'esercizio degli affari si fonda la loro comunità. Una fiacca comunità, piena d'incertezza e malvolere.
Soltanto la madre può rassicurare il figlio perché non tema di essere un mostro. Ma i viaggiatori e gli orfani, tutti quelli che tagliano i ponti dietro di sé, non sanno più che ne sia di loro. Buttati nella libertà, debbono fondare un nuovo ordine e una nuova giustizia: non vogliono più lasciarsi infinocchiare da ingegneri e demagoghi, odiano l'opera dell'uomo nelle istituzioni dello Stato e della tecnica, ma non osano ribellarsi al malinteso millenario, né scatenare la terribile rivoluzione della conoscenza, quando due e due non si potran più addizionare. Perché non c'è nessuno che li assicuri dell'innocenza perduta e ritrovata, nessuno nel cui grembo posare il capo, fuggendo nell'oblio la libertà del giorno.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1903: Esch o l'anarchia, pagg. 314-317. Einaudi editore)

The lesson - Scuola di vita (di Kristina Grozeva, Petar Valchanov, 2015)

Nota: presenti anticipazioni sullo sviluppo della trama del film.

Uscirà in Italia presumibilmente nel marzo del 2016 ma sono già riuscito a vederlo poiché finalista del premio Lux assieme a Mustang (poi vincitore) e Mediterranea. Premetto che The lesson mi è piaciuto tantissimo e forse anche di più rispetto al film della Erguven, ma si tratta di due opere inconfrontabili per stile e narrazione.
I due registi bulgari di The lesson sono all'esordio e, come si leggerà ben presto ovunque, sembrano seguire le orme di due ben noti fratelli belgi che mi sforzerò di non nominare, visto che ormai qualsiasi film girato con camera in spalla che verte su tematiche sociali viene sempre accostato a uno dei loro. Non si può negare che questa influenza sia evidente anche in questo caso, ma il taglio vira spesso sul grottesco e la ricerca del calore umano, tanto caro a quei due innominabili, non è dopotutto il centro di interesse degli altri due, i bulgari, che affrontano la disperazione attraverso un teatro dell'assurdo che sconfina spesso in un cinismo dissacrante e pungente.
La storia (che prende spesso da un fatto realmente accaduto) segue il denaro, rappresentato nelle sue forme più svariate: dal bonifico al prestito, dall'asta al bancomat fino alle sue forme più rudimentali – banconote e monete, presenti e assenti, marchiate o racimolate in una fontana. Un flusso continuo in relazione al quale sia la protagonista che tutte le altre figure adulte che le si aggirano attorno devono fare i conti come preoccupazione prioritaria. A questo che sembra essere il primo piano del film, vi si accosta un altro parallelo e subordinato come quello dei ragazzi (sarebbe il caso di dire adolescenti se non fosse per la presenza della figlia della protagonista che capisce bene che c'è qualcosa che non quadra e piange mentre la madre le racconta una favola). Tra di essi c'è la scuola intesa come istituzione che mostra i principi morali su cui la società dovrebbe fondarsi. Il film non si limita a mettere in discussione la moralità della protagonista, che dopotutto mantiene una sua dignità e coerenza e suscita continuamente empatia e partecipazione; dipinge piuttosto una collettività corrotta nelle sue fondamenta di sostegno reciproco e interesse per l'altro. Il vero dramma di Nadia è l'assenza (oltre ad una buona dose di sfiga, dobbiamo evidenziarlo) di comprensione e talvolta un semplice buon senso, oltre alla crudeltà, che determinano lo scivolamento in una spirale di situazioni paradossalmente e progressivamente sempre più complicate e irrisolvibili. Nella cornice desolante e aliena in cui si muove, il suo gesto estremo per recuperare il denaro per quanto esecrabile appare dettato dall'esasperazione e dalla mancanza di una soluzione "pulita" che il contesto le offre (vedi anche l'accusa alla collusione tra polizia e strozzini, nelle loro varie forme spesso difficilmente distinguibili). La qualità di ciò a cui assistiamo sta nel fondere vari piani di lettura senza definire nettamente le qualità morali di ciascuno dei personaggi (eccetto l'odioso strozzino, uno che ti riceve in ciabatte e che si concede una pausa per andare a pisciare con la porta aperta – senza dimenticare il dialogo vis a vis impossibile per via di un monitor che impalla la visuale).
Narrativamente avvincente, con una serie di sequenze concatenate capaci di mantenere alta la tensione.

Ho perso la testa per la protagonista Margita Gosheva; non è una questione di attrazione quanto di personalità che riesce a infondere al proprio personaggio, e il personaggio a sua volta allo spettatore. Credo che non mi capitasse di trovare un carattere femminile così intenso al cinema da tanto tempo. Alcune sequenze, come quando scarabocchia la foto della "sostituta della madre", o quando si alza per togliere quella fastidiosa ragnatela mentre non riesce a dormire, o ancora quando "prova" a vestirsi da puttana con goffi risultati, sono intuizioni geniali della sceneggiatura che mi hanno fatto innamorare di questo film completamente, non solo nel senso (amplificato da un finale esemplare) quanto fin dentro i dettagli.

Disaffected - Vast (ristampa, 2015)

Un disco d'esordio splendido, traboccante di energia e creatività: uscito il 17 ottobre del 1995, Vast dei portoghesi Disaffected ha compiuto vent'anni e la Chaosphere Recordings l'ha ristampato in 500 copie includendo come bonus tracks la cover degli Slayer di Seasons in the abyss e il demo del 1994 Halloween Rehearsal. La confezione in digipack è elegante e impreziosita da varie foto di repertorio.
Ho riascoltato il disco (in realtà non smetto mai di farlo) e lo trovo sempre una meraviglia.
Un gioiello degli anni '90 che suona ancora fresco e coraggioso e che considero sempre tra i miei album preferiti.

Per una recensione approfondita rimando qui.

Pill 124

Improvvisa gli giunse la notizia della morte di Helmuth, ucciso in duello a Posen da un proprietario polacco. Alcune settimane prima forse Joachim non si sarebbe scosso. Nei vent'anni passati lontano da casa, la figura del fratello era impallidita sempre più; e, quando pensava a lui, egli vedeva soltanto il biondino in abiti fanciulleschi – prima che lo cacciassero in collegio si erano sempre vestiti nello stesso modo – e anche ora gli venne fatto di pensare a una bara di bimbo. Ma a un tratto gli si rizzò accanto l'immagine di Helmuth, virile e con la barba bionda, la stessa immagine che gli era apparsa quella sera nella Jagerstrasse, quand'egli aveva temuto di non riconoscere più per se stesso il volto di una ragazza. Ah! Gli occhi così chiari del cacciatore l'avevano allora salvato dai fantasmi tra cui un altro avrebbe voluto trascinarlo e irretirlo; e quegli occhi, che allora gli aveva prestati, Helmuth li aveva chiusi per sempre, forse per fargliene per sempre dono! Ma lo aveva egli preteso da Helmuth? Si sentiva senza colpa alcuna, eppure gli pareva che quella morte fosse avvenuta per lui, che fosse stata anzi provocata da lui. Strano che Helmuth portasse la barba come lo zio Bernhard, quella barba corta e piena che lasciava libera la bocca! E ora parve a Joachim di aver sempre attribuito a Helmuth, non allo zio, che pure era il vero colpevole, la responsabilità del collegio e della carriera militare. Sì, Helmuth aveva potuto restare a casa, e per di più aveva fatto l'ipocrita – ecco, forse, il motivo; ma tutto questo si confondeva in modo così strano, tanto più strano in quanto egli sapeva da un pezzo che la vita del fratello non era stata invidiabile. Di nuovo si vide dinanzi una bara di bimbo, e crebbe il suo rancore contro il padre. Così dunque il vecchio era riuscito a cacciar di casa anche quest'altro figlio! Gli diede un esacerbato senso di liberazione poter incolpare il padre di quella morte.
Andò al funerale. A Stopin trovò una lettera di Helmuth: "Non so se uscirò vivo da questa faccenda piuttosto superflua. Naturalmente lo spero, sebbene in fondo per me sia tutt'uno. Benvenuta l'esistenza di qualcosa come un codice d'onore che, in questa vita così insulsa, mostri la traccia di un'idea più elevata a cui sottomettersi. Spero che tu abbia trovato più cose degne nella tua vita che non io nella mia; qualche volta ti ho invidiato la carriera militare; serve almeno a qualcosa che è più grande di noi. Non so che cosa tu ne pensi, ma io ti scrivo per metterti in guardia: non lasciare (se io cadessi) la tua carriera per occuparti della tenuta. Prima o poi dovrai certo farlo, ma finché vive nostro padre è molto meglio che tu resti lontano da casa, a meno che la mamma abbia bisogno di te. E a te auguro ogni bene". Seguiva una serie di disposizioni di cui Joachim doveva esser l'esecutore; e alla fine, piuttosto inatteso, l'augurio che il fratello fosse meno solo di lui.
I genitori erano stranamente rassegnati, anche la mamma. Il padre lo salutò con una stretta di mano e disse: - E' caduto per l'onore, per l'onore del suo nome -. Poi, in silenzio, si mise a camminare su e giù per la stanza con pesante passo rettilineo. Poco dopo ripeté: - E' caduto per l'onore! - e uscì.
Il catafalco di Helmuth era nel gran salone. Nel vestibolo Joachim sentì il profumo greve dei fiori e delle corone, troppo greve per la bara di un bimbo: era un pensiero ostinato e assurdo, eppure Joachim s'arrestò esitante fra i pesanti drappeggi della porta, non osò guardar dentro, fissò il suolo. Il pavimento di legno, quello lo conosceva; conosceva anche gli intarsi triangolari contigui alla soglia, conosceva l'ornato che li continuava; e seguendolo con lo sguardo così come, da bambino, si sforzava di seguirne col passo i disegni ingegnosi, giunge al margine del tappeto nero disteso sotto il catafalco. Ci sono sopra alcuni petali, caduti dalle corone. Avrebbe voglia di riprender la via dell'ornato, fa alcuni passi e vede la bara. Per fortuna, non era una bara di bimbo; ma l'atterriva ancora dover fissare i suoi occhi veggenti in quelli morti dell'uomo, occhi certo così spenti che il volto del fanciullo vi è sommerso, forse traendo a sé il fratello, cui pure gli occhi si eran donati; e l'idea che là giaceva lui stesso acquistò una tal forza ch'egli ebbe il senso di una liberazione, di una sorte propizia, quando, avvicinandosi, s'accorse che la bara era chiusa. Qualcuno disse che il viso del morto era sfigurato dal proiettile. Egli l'udì appena; si fermò accanto alla bara, con la mano appoggiata sul coperchio. E nell'imbarazzo che coglie l'uomo di fronte a un cadavere e al silenzio della morte, quando tutta la realtà si dilata e si sfascia, ogni antica consuetudine si spezza e s'irrigidisce nei frantumi, l'aria si fa così sottile che non sostiene più, gli parve di non poter più abbandonare il posto vicino al catafalco; e solo con grande sforzo riuscì a ricordarsi che quella era la sala grande, e che la bara era là dove di solito c'era il pianoforte, e là dietro, presso il margine del tappeto, doveva esserci un tratto di pavimento su cui nessuno mai aveva posato il piede; vi si allontanò lentamente, toccò il muro parato a lutto, sentì sotto il panno scuro le cornici dei ritratti e della Croce di Ferro, e quel frammento di realtà riconquistata trasformò in modo strano e quasi avvincente la morte in una questione di tappezzeria, rese quasi serena la visione di Helmuth che, con la sua bara tutta adorna di fiori, era stato messo in quella stanza come un mobile nuovo; e tornò a costringer l'incomprensibile così saldamente nel comprensibile e nel dominio della certezza, che l'esperienza di quei minuti – o solamente secondi? - si risolse in un piacevole sentimento di tranquilla fiducia. Comparve il padre in compagnia di alcuni signori, e Joachim l'udì ripetere più volte: - E' morto per l'onore -. Ma quando i signori se ne furono andati ed egli credette di ritrovarsi solo, udì di nuovo improvvisamente: - E' morto per l'onore, - e vide il padre piccolo e derelitto vicino al catafalco. Si sentì in dovere di avvicinarglisi. - Vieni, babbo, - disse, e l'accompagnò fuori. Sulla porta il padre lo guardò bene in faccia e ripeté: - E' morto per l'onore, - quasi volesse imparar la frase a memoria e desiderasse che lo facesse anche Joachim.
Ora veniva molta gente. Nel cortile erano schierati i pompieri del villaggio. C'erano anche le società dei veterani che formavano una ben allineata compagnia di cilindri e stiffelius neri, sui quali non di rado si vedeva il nastrino della Croce di Ferro. Ed ecco i vicini in cocchio; e mentre le vetture venivano indirizzate in un appropriato spiazzo ombroso, Joachim dovette accogliere gli ospiti e far gli onori di casa davanti alla bara del fratello. Il barone di Baddensen era venuto solo, perché le signore erano ancora a Berlino; salutandolo, Joachim fu assalito dal pensiero, subito irosamente respinto, che egli potesse considerare come genero desiderabile l'ormai unico erede di Stolpin, e si vergognò per Elisabeth. Dal frontone pendeva immobile una bandiera nera che giungeva quasi al terrazzo.
La madre scese le scale al braccio del marito. La sua fermezza destava meraviglia, anzi ammirazione; ma forse dipendeva solo da quella pigrizia sentimentale che le era propria. Si formò il corteo funebre; e quando le carrozze svoltarono nella strada del villaggio e si trovaron di fonte la casa di Dio, tutti si rallegrarono di cuore, perché potevano entrare nella fresca chiesa bianca, via dal torrido sole pomeridiano, che rovente e polveroso era penetrato nel pesante tessuto degli abiti da lutto e delle uniformi. Il pastore tenne un discorso in cui si parlava molto di onore, ricco di abili circonlocuzioni ridondanti a onore dell'Altissimo; l'organo sonava che ogni cosa diletta si deve lasciare... certo, evitare, e Joachim aspettava sempre la rima che avrebbe dovuto seguire. Poi andarono a piedi al cimitero, dove, sulla porta, sfolgorava un "Riposa in pace" in lettere di metallo dorato; gli equipaggi seguivano adagio in una lunga nuvola di polvere. Il cielo pieno di sole, di un azzurro purpureo, s'inarcava sulla terra secca e screpolata, che attendeva le fosse consegnato il cadavere di Helmuth; per quanto non fosse propriamente terra, ma il sepolcro di famiglia che, piccola cava aperta, sbadigliava di noia incontro al nuovo venuto. Quando Joachim ebbe vuotato per tre volte la piccola pala, guardò in basso, vide le estremità delle bare dei nonni e degli zii e pensò che avevan tenuto libero un posto per il padre e certo per questo non avevan sepolto lì anche lo zio Bernhard. Ma poi, mentre la terra cadeva sul feretro di Helmuth e si polverizzava sulle lastre del sepolcro, con quel balocco di pala in mano gli tornarono a mente i giorni della sua infanzia; sulla morbida sabbia del fiume rivide il fratello bambino, vide se stesso disteso sul catafalco e gli parve che l'arsura di quel giorno estivo avesse defraudato Helmuth non solo della vecchiaia, ma anche della morte. E si augurò di morire in una molle giornata piovosa, quando anche il cielo si abbassa ad accogliere l'anima, perché si dissolva in lui, come nelle braccia di Ruzena. Erano pensieri lascivi, sconvenienti in quel luogo; la responsabilità però non era soltanto sua, ma anche di tutti gli altri cui egli cedeva il posto davanti all'apertura del sepolcro, e anche il padre ne era responsabile: perché la fede di tutti loro era ipocrita, friabile e polverosa, e dipendeva dal sole e dalla pioggia. Non si dovevano forse invocare gli eserciti dei neri, perché tutto sia spazzato via e il Salvatore ascenda a nuova gloria e riporti gli uomini nel suo regno? Sopra la tomba, il Cristo pendeva dalla sua croce marmorea, cinto solo dal panno che gli copriva la vergogna, con la corona di spine da cui stillavano bronzee gocce di sangue; e anche Joachim sentì qualche goccia sulla guancia: forse erano lacrime di cui non si era accorto, forse venivano solo dall'opprimente calura; non lo sapeva e stringeva le mani che gli si porgevano.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1888: Pasenow o il romanticismo, pagg. 35-39. Einaudi editore)

Pill 123

La mia coscienza è sempre per un attimo totalmente categorica, ipotetica, disgiuntiva. E' senz'altro possibile che ci siano davvero dei pescecani che volano in aria, sopra i boschi, perché, in effetti, niente è fantastico... In tutte le lettere, benché non se ne faccia cenno," disse il principe "io leggo l'amarezza di chi scrive nei confronti del proprio destino. Molto in profondità, molto al di sotto della superficie della sua disperazione, io vedo colui che si sforza di far giungere la sua voce in superficie, tentando di illudere le sue disillusioni, eccetera... Gli elementi di comicità o di allegria presenti nelle persone si manifestano con particolare evidenza nel loro tormento, così come un elemento tormentoso è presente nei loro momenti di comicità, di allegria, eccetera... A poco a poco le stelle, e i corpi celesti in generale" (che noi non vedevamo) disse il principe "finiscono per trasformarsi in quei simboli che per noi sono sempre stati. In questo modo ci illudiamo che esista un creatore. L'intelletto, caro dottore, è a-logico. La salvezza è là dove noi non andiamo, perché non saremmo capaci di tornare indietro. Quanto più grandi sono le difficoltà, tanto più volentieri io vivo, questa frase l'ho passata e ripassata più volte, per notti intere, attraverso il mio cervello, affilandola come una lama. Poiché determiniamo un oggetto mediante la rappresentazione, crediamo di trovarci nell'ambito dell'esperienza. Ma le apparenze, che noi concepiamo come i presupposti del nostro sapere, nella realtà sono impossibili. Abbiamo coscienza delle nostre capacità rappresentative, e questo ci deve bastare. Poesia, proprio perché, ragionevolmente, siamo tenuti a distanza dalla realtà. Se riusciamo a diventare consapevoli della problematica della nostra esistenza, crediamo di essere delle menti filosofiche. Siamo costantemente infastiditi da tutto ciò che tocchiamo, per cui tutto ci infastidisce sempre. Quella parte della nostra vita che non coincide con la natura è per noi un fastidio unico. Quando il tempo è cattivo (quando la visibilità è scarsa!) ci viene vivamente sconsigliato di inerpicarci sulle cime di una certa altezza, per non parlare delle cime più alte. Noi ci sentiamo stanchi, inoltre," disse il principe "quando la speculazione filosofica ci ha stancato. Ovviamente ognuno di noi si difende ogni volta dicendo: Io non c'entro con quelli! E ne ha pieno diritto. Anch'io, infatti, continuo sempre a dire che non c'entro, che non appartengo a niente e a nessuno. Tuttavia, per un puro caso, ci troviamo insieme. Ci stanchiamo rapidamente se non ricorriamo alla menzogna. E' nella terra che si trovano le fondamenta, negli strati più bassi, questo noi lo sentiamo senza dover riflettere, e la paura ci assale. Pretendiamo sempre troppo dagli altri?" chiese il principe. "No," rispose a se stesso, "penso di no. Io mi faccio incontro a qualcuno e penso: che cosa stai pensando? Posso, mi chiedo, fare un tratto di strada insieme con te nel tuo cervello? La risposta è: no! Non possiamo camminare insieme per una stessa strada in un unico cervello. Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nostre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un'ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa". Il principe disse: "Ognuno discute ininterrottamente con se stesso e dice: Il me non esiste. Ogni concetto implica in sé un numero infinito di altri concetti. Fin dai primi anni della mia infanzia ho sempre sentito il bisogno di addentrarmi nelle mie fantasie, sono andato molto lontano in esse, più lontano, sempre, di coloro che ho portato con me dentro alle mie fantasie, le mie sorelle, per esempio, o le mie figlie o mio figlio. Come non osano addentrarsi davvero all'infinito nelle fantasie, nella sfera fantastica. Noi parliamo molto di malattia e di morte," disse il principe "e anche dell'attenzione che gli uomini dedicano alla malattia e alla morte, perché per noi la malattia, la morte e il concentrarsi sulla malattia e sulla morte sono fatti inspiegabili. Perché dovremmo sacrificarci adattandoci a uno spettacolo esteriore, a un'azione esterna che si svolge alla superficie della vita? Perché denigrarci così stupidamente se siamo fatti per lo spettacolo interiore, eccetera? La nostra componente mistica ci porta direttamente alle allegorie dell'intelletto: una cosa disperante.


(Thomas Bernhard, Perturbamento, pagg. 193-195. Adelphi editore)

45 anni (di Andrew Haigh, 2015)

Nota: presenti anticipazioni sullo sviluppo della trama del film.


La scoperta del corpo è un fatto che non ha conseguenze manifeste nella vita sociale. Il film segue un percorso doppio che si profila sulla base di tale evento. Da un lato ti lascia intendere che sabato avverrà una celebrazione festosa e descrive la ripetitività di ogni giorno, dall'altro scava ricordi rimossi, troppo dolorosi, minimizzati ma non sempre raccontati nella loro interezza. Lascia supporre che in fondo sia tutto rimarginabile, e quando ti convince affonda ulteriormente il colpo secondo un meccanismo da thriller psicologico. Lo spettatore come un analista conosce dunque una verità progressiva fino al colpo di scena che avviene in un silenzio assordante rotto solo dal ripetersi dei cambi di diapositiva di un proiettore. A questo punto le solite frasi banali che utilizziamo tutti almeno una volta nella vita come "ricominciamo", ulteriore divario tra parola e vissuto inespresso, come se la parola da sola fosse sufficiente a darci la scossa per riconoscere di nuovo la persona che abbiamo accanto e a ricordarci chi siamo. Non vogliamo sentire un'eco più vasta e imponente che si staglia dall'interno e che talvolta esonda rispetto alla nostra capacità di comprensione perché biologicamente, biochimicamente diversa, incomprensibile e incompatibile.
Tutto è apparentemente intatto, nuovamente, si ripete ancora una volta la canzone che unì 45 anni prima. E' l'ennesimo tranello di un "piccolo" film abile e geniale che rivela che c'è un senso più forte e primitivo dell'amore per un'altra persona, ed è la maternità; ed una mancata maternità rapportata ad un doppio fatalmente tragico è una risonanza troppo, troppo forte da poter sopprimere.
La Rampling è straordinaria nel descrivere sul proprio volto tanto un sorriso di circostanza quanto un agghiacciante, inconsolabile e solitario dolore che affranca perentoriamente lo spettatore – testimone del percorso interiore della protagonista – dal resto degli esseri umani che affollano quella sala dove di tutto ciò che avviene solo una persona comprende l'essenza tragica, intima e autentica.

Pill 122

Finzione e realtà, parola e silenzio.
Un mutismo che può significare tutto contrapposto ad un martellamento inesausto.
Una risposta attesa in maniera sfiancante, tra il divertimento e l'angoscia, sublimata in un finale bellissimo: siamo lontani, assistiamo immobili, col fiato sospeso.
Loro continuano ad allontanarsi fino a diventare due puntini bianchi sullo schermo, quasi impercettibili, finché uno di essi corre, corre, corre!