Pill 119

Solo sulla data ho dovuto riflettere a lungo, perché è quasi impossibile per me dire 'oggi', sebbene ogni giorno si dica, anzi, si debba dire 'oggi', ma se qualcuno mi comunica quel che si propone di fare oggi – per non dire domani – non assumo, come di solito dicono, uno sguardo assente, ma uno molto attento, per l'imbarazzo, tanto è privo di speranza il mio rapporto con l' 'oggi', perché questo Oggi lo posso passare solo con una tremenda angoscia e una fretta pazzesca, e scrivere, o solo dire, in questa tremenda angoscia, ciò che succede, perché si dovrebbe distruggere subito quello che vene scritto sull'Oggi, come si strappano, si spiegazzano, non si finiscono, non si spediscono le lettere vere, perché sono di oggi e perché non arriveranno più in nessun Oggi.
Chi una volta ha scritto una lettera orrendamente supplichevole, per poi strapparla e gettarla via, sa più di ogni altro ciò che va inteso qui per 'oggi'. E chi non conosce questi biglietti quasi illeggibili: "Venga, se mai, se può, se vuole, se Glielo posso chiedere! Alle cinque al Café Landtmann!". O questi telegrammi: "Prego telefona subito stop oggi stesso". Oppure: "Oggi non è possibile".
Perché Oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, 'oggi' è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno della sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno, un giorno quindi in cui deve succedere qualcosa oppure, meglio ancora, non succede gran che.
Se io invece dico 'oggi', il mio respiro comincia a diventare irregolare, subentra l'aritmia che ora è anche verificabile su un elettrocardiogramma, solo non risulta dal tracciato che la causa è il mio Oggi, una cosa sempre nuova, incalzante, ma la prova del disturbo posso produrla, redatta nel volubile codice dei medici, di qualcosa che precede l'attacco di angoscia, mi predispone, mi stigmatizza, oggi in modo ancora funzionale, così dicono, credono loro, gli esperti. Solo io temo sia l' 'oggi', che è per me troppo eccitante, troppo enorme, troppo commovente, e in questa eccitazione patologica sarà per me 'oggi' fino all'ultimo momento.

Se io dunque sono arrivata non certo per caso, ma per una costrizione terribile, a questa unità di tempo, debbo l'unità di luogo a un caso benevolo, perché non l'ho trovata io. In questa unità molto più improbabile sono giunta a me stessa, e mi riconosco in essa, ah, e quanto, perché il luogo è nell'insieme Vienna, in questo non c'è ancora niente di strano, ma più esattamente il luogo è solo una via, o meglio un breve tratto della Ungargasse, e questo dipende dal fatto che abitiamo là tutti e tre, Ivan, Malina e io. Quando si guarda il mondo dal III distretto, si ha una visuale così limitata, si è naturalmente portati a dare rilievo alla Ungargasse, a cavarne fuori qualcosa, a lodarla e a darle una certa importanza. Si potrebbe dire che è una via particolare, perché comincia in un posto quasi silenzioso, quasi amabile dello Heumarkt e da qui, dove abito, si può vedere il parco municipale, ma anche i minacciosi Mercati Generali e la Dogana Centrale. Qui ci troviamo ancora tra case dignitose, sbarrate, e solo poco oltre la casa di Ivan, col numero 9 e i due leoni di bronzo al portone,
la strada diventa più inquieta, disordinata e irregolare, sebbene si avvicini al quartiere dei diplomatici, ma lo lascia a destra e mostra poca affinità con quel 'quartiere dei nobili' – come è chiamato comunemente. Si rende utile con piccoli caffè e molte vecchie trattorie, noi andiamo all'Alter Heller, in mezzo si trova un garage efficiente, Automag, la Farmacia Nuova anch'essa molto efficiente, una tabaccheria all'altezza della Neulinggasse, e non dimentichiamoci della buona panetteria all'angolo con la Beatrixgasse, e, grazie a Dio, della Munzgasse, in cui possiamo parcheggiare, anche quando non c'è più posto da nessun'altra parte. A tratti, per esempio all'altezza del Consolato Italiano, con l'Istituto Italiano di Cultura, non si può negarle un certo tono, e tuttavia non ne ha troppo, perché al massimo all'avvicinarsi del tram O, o altrimenti alla vista dell'infausto garage dei furgoni postali, su cui due targhe non si sprecano e dicono brevemente "Imperatore Francesco Giuseppe I, 1850" e "Segreteria e officina", si dimenticano i suoi sforzi per elevarsi, e ci ricorda la sua lontana giovinezza, la vecchia Hungargasse, dove i commercianti provenienti dall'Ungheria, mercanti di cavalli, di buoi e di fieno avevano i loro aloggi, le loro locande, e così prosegue, come dicono nelle guide, "con un grande arco in direzione del centro".
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A Vienna ci sono, ed è facile indovinarlo, strade molto più belle, ma si trovano in altri distretti, e con esse accade come con le donne troppo belle, che si guardano subito con l'omaggio dovuto, senza mai pensare di entrare in relazione con loro. Ancora nessuno ha mai sostenuto che la Ungargasse sia bella, o che l'incrocio Invalidenstrasse-Ungargasse lo abbia affascinato o lo abbia fatto ammutolire. Così non voglio cominciare per prima a fare affermazioni inconsistenti sulla mia, sulla nostra strada, farei meglio a cercare in me stessa la ragione dell'attaccamento che ho per la Ungargasse, perché solo in me descrive il suo arco, fino al numero 9 e al numero 6, e mi dovrei chiedere perché sono sempre nel suo campo magnetico, anche quando attraverso la Freytung, faccio spese sul Graben, vado a zonzo verso la Biblioteca Nazionale, mi fermo nella Lobkowitzplatz e penso, è qui, proprio qui che si dovrebbe abitare! Oppure sulla piazza Am Hof! Anche quando mi gingillo per il centro e fingo di non voler tornare a casa, mi siedo per un'ora in un caffè e sfoglio giornali, però dentro di me vorrei già essere per strada e a casa e quando volto nel mio quartiere dalla parte della Beatrixgasse, dove abitavo prima, o arrivando dallo Heumarkt, la pressione mi aumenta e nello stesso tempo cede la tensione, lo spasimo che mi coglie in spazi sconosciuti, e alla fine, sebbene cammini più in fretta, sono ormai tranquilla e fremo di felicità. Niente è più sicuro per me di questo tratto della strada, di giorno salgo di corsa le scale, la notte mi precipito sul portone di casa, con la chiave già in mano, e torna il momento benedetto in cui la chiave gira, il portone si apre, la porta si apre, e questo senso del ritorno a casa mi inonda nella schiuma del traffico e della gente già in un giro di cento, duecento metri, in cui tutto mi annuncia la mia casa, che naturalmente non è la mia casa, ma appartiene a una S.p.A. o a qualche banda di speculatori che ha ricostruito, o meglio rappezzato, questa casa, ma di questo ne so poco o niente perché negli anni della ricostruzione abitavo a dieci minuti di distanza e passavo davanti, quasi sempre angustiata e con cattiva coscienza, al numero 26, 
che per molto tempo fu anche il mio numero fortunato, come un cane che ha cambiato padrone rivede il vecchio e non sa più a chi deve maggior attaccamento.











Ma oggi passo davanti al 26 della Beatrixgasse come non ci fosse mai stato niente, quasi niente, oppure, ma sì, una volta lì c'era un profumo di tempi antichi, e ora non ce n'è più traccia.











Prima che io mi trovi fuori dalla stanza, prima che mi convinca che comunque nella casa di fronte Beethoven sordo ha composto la Nona, e anche altre cose, ma io non sono sorda, potrei raccontare a Ivan tutto quello che c'è oltre alla Nona.


















E' meglio che vada a casa, alle tre del mattino sono appoggiata al portone della Ungargasse 9, con le teste dei leoni ai due lati, e poi mi fermo ancora un po' davanti al portone della Ungargasse 6, risalendo con lo sguardo, nella mia passione, la strada in direzione del numero 9, ho dinanzi agli occhi il cammino della mia passione, che ho di nuovo percorso spontaneamente, dalla sua casa alla mia. Le nostre finestre sono buie.

Vienna tace.



(Ingeborg Bachmann, Malina, pagg. 12-15, 16-17, 69,153)



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