Pill 118

Sarei dovuto nascere a fine ottobre.
Sarei potuto nascere l'11 novembre.
"Dovevo" nascere l'11 novembre.

Sono nato il 12 novembre.

Quel venerdì 11 novembre del 19.. la mia nascita era in ritardo di tredici giorni rispetto a quanto previsto.
Mia madre ricevette la visita di suo padre, mio nonno, che entrò nella stanza del reparto maternità in giacca e cravatta, si tolse il cappello come gesto conforme al dovere socialmente accettato, e le si sedette accanto esibendo il suo solito sorriso di circostanza.
Si sentiva padrone della scena, come sempre. Invadente, con la sua fisionomia ingombrante, violenta, minacciosa e pericolosa.
Gli altri, penso, avranno visto quella scena con dolcezza: un pater familias che si rispetti che fa visita a sua figlia che sta per partorire. Avranno creduto di percepire un clima disteso e di complicità. Al contrario, dietro quel reciproco sorriso si incrociarono onnipotenza da un lato, spavento dall'altro.

Mia madre – mi ha raccontato – allora sospirò, chiuse gli occhi rifugiandosi nell'immaginazione, e in quel momento confidò strenuamente dentro di sé che io sarei stato più forte, e diverso, tanto da poter distinguere un giorno qual è il significato delle labbra inarcate in un certo modo e uno sguardo assassino senza averne paura.

Egli sempre sorridendo la esortò, diciamo così, a far sì che partorisse quel giorno per fargli il regalo per il suo sessantacinquesimo compleanno.
Mia madre sorrise ancora una volta di rimando, affabile, con cortesia, nella posizione di chi obbedisce ancora una volta alla legge del padre, stringendo i denti ma ostentando calma e sicurezza, mentre qualcosa le si muoveva dentro (e non ero soltanto io).
Di nuovo con gli occhi rivolti all'interno del suo corpo si concentrò, si concentrò, si concentrò, e pensò a me, a lei, e alla concentrazione unì uno sforzo interiore all'unisono con uno sforzo fisico.
Con tutta sé stessa, anima e corpo, iniziò a concepire un desiderio furibondo e tenace di prolungare l'attesa e finalmente farmi nascere l'indomani, un giorno diverso, segno dell'avvenuta ribellione al dictat paterno camuffato per ennesima sottile battuta spiritosa.

E mia madre sopraffece il potere coercitivo col potere della maternità: concentrazione e corpo, insieme, invalicabili, inespugnabili.
Nacqui con due settimane di ritardo alle 15 del giorno successivo, in un giorno diverso, altro, e mia madre non mi riconobbe per la sofferenza provata. Ero piccolo e nero e quando mi portarono tra le sue braccia esclamò inorridita: "Ma questo non può essere mio figlio! è troppo brutto per essere mio figlio!", e solo dinanzi all'insistenza dell'infermiera comprese ciò che era riuscita a compiere prima di scoppiare in lacrime. C'erano sì il ritardo, la sofferenza, eppure una creatura che era anche mio padre e non suo padre, e soprattutto, nata il giorno successivo.

La ribellione era compiuta, realizzata, e da allora è stata tracciata la mia strada, indelebilmente, come se io non possa riuscire a fare a meno di vivere per questo motivo, ossia ribellarmi alla legge di mio nonno, il fascista privato che provò a marchiare nel suo nome persino la mia nascita, come se non gli fosse bastato farlo con quella dei propri figli.

In adolescenza mi sentivo sbagliato esattamente come mia madre, poi attraverso i racconti e la mia storia che si componeva gradualmente ho cominciato a capire che io sono altro, contrario rispetto a ciò che mio nonno ha provato a esercitare su mia madre e sulla mia persona, con violenza e repressione scambiate per "severità coerenti con quelle del tempo".

Chi mi vuol bene ricordi o sappia: quando vi diranno "eh ma all'epoca si educava così" o la violenza fisica e psichica viene vergognosamente e colpevolmente scambiata per prassi "per il bene dei figli", inorridite e con tutto il fiato che avete dentro urlate la parola pertinente ai comportamenti: "fascista!".

Fatelo privatamente o pubblicamente, ma non esitate mai. 

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