Pill 116

Immaginate un venerabile scrittore adulto e maturo chino sul foglio, intento a creare... quand'ecco che gli si posa sul gobbo un adolescente, o uno pseudo-intellettuale pseudo-evoluto, o una fanciulla, o una persona di comune e inconsistente spessore spirituale, o un qualsiasi altro individuo più giovane, inferiore e meno progredito. Ed ecco che questo adolescente o questa fanciulla o questo pseudointellettuale o qualsivoglia altro torbido prodotto della subcultura si avventa sulla sua anima e la tira, la strizza, se la impasta tra le zampe e serrandola, succhiandola, aspirandola, la ringiovanisce con la sua gioventù, la insaporisce con la sua immaturità, se l'aggiusta a suo modo, se la stringe ah! tra le sue braccia! portandola al suo livello. Ma lo scrittore, invece di affrontare l'intruso finge di non vederlo pensando, nella sua follia, di evitare la violenza facendo finta di non essere violentato. Non è forse quel che capita a tutti, dai sommi geni agli autorucoli da quattro soldi? Non è forse vero che ogni essere maturo, superiore, più anziano dipende per mille versi da esseri a un grado di sviluppo inferiore? E questa dipendenza non ci trafigge forse da parte a parte, fino al midollo, tanto da consentirci di dire: il più anziano viene creato dal più giovane? Scrivendo, non ci adattiamo forse al lettore? Parlando, non siamo forse condizionati dalla persona che ci ascolta? Non siamo forse perdutamente innamorati della gioventù? Non dobbiamo forse cercare ogni momento il favore di esseri inferiori, adattarci a loro, sottometterci ora al loro potere, ora al loro fascino? E questa dolorosa violenza commessa sulla nostra persona da gente rozza e ignorante non è forse la più feconda delle violenze? Ma voi, malgrado tutta la vostra retorica, finora non avete saputo far altro che nascondere la testa nella sabbia, e la vostra tronfia mentalità accademico-professorale non si è mai resa conto di nulla. Vi violentano a tutto spiano, e voi fate come se niente fosse. Eh già! Voi maturi bazzicate solo i maturi, e la vostra maturità è così matura che fa comunella solo con la maturità! Ma se, invece di preoccuparvi tanto dell’arte o di educare il prossimo, vi preoccupaste un po' di più delle vostre miserabili persone, mai e poi mai passereste sotto silenzio quest’atroce violenza; e il poeta, invece di scrivere poesie per un altro poeta, si sentirebbe penetrato, rigenerato dal basso da forze di cui finora non s'era mai accorto. Capirebbe che l'unico modo per liberarsene è quello di ammetterle e farebbe di tutto perché il suo stile, il suo atteggiamento e la sua forma, sia artistica che quotiana, rispecchiassero quel legame con gli strati inferiori. Non si sentirebbe più solo Padre, ma insieme Padre e Figlio; e non scriverebbe solo da saggio, sottile e maturo, ma da Saggio fatto sempre scemo, da Sottile brutalizzato senza tregua e da Adulto perennemente ringiovanito. E se, alzatosi dalla scrivania, incontrasse per caso un giovanotto o uno pseudo-intellettuale, non gli batterebbe la mano sulla spalla con fare protettivo, didattico e pedagogico, ma pervaso da un sacro timore si metterebbe a gemere, a gridare e magari si butterebbe anche in ginocchio. Invece di fuggire l'immaturità e asserragliarsi nella sfera del sublime, si renderebbe conto che lo stile davvero universale è quello che accoglie amorosamente in sé anche il sottosviluppo. E tutto ciò, alla fine, vi porterebbe a una forma così creativa e stillante di poesia da trasformarvi tutti in sommi geni.
Vedete dunque quali speranze, quali prospettive vi schiude questa mia personale e personalistica teoria! Ma per renderla veramente creativa e definitiva, dovreste fare un altro passo avanti, un passo talmente drastico, così sconfinato nelle possibilità e sconvolgente nelle conseguenze, che le mie labbra vi alludono solo sottovoce e da lontano. Venuto è il tempo, scoccata l'ora sull'orologio della storia: cercate di superare la forma, liberatevi dalla forma! Smettetela di identificarvi con quel che vi limita. Artisti, resistete alla tentazione di esprimervi. Diffidate delle parole. State in guardia dalla vostra fede e non credete ai sentimenti. Liberatevi della vostra apparenza esteriore, temete l’esteriorizzazione come l'uccello che trema di paura davanti al serpente. Poiché – ma francamente non so se posso dirvelo fin d'ora – il postulato secondo cui l'uomo dev'essere definito, ossia irremovibile alle idee, categorico nelle dichiarazioni, tetragono nelle sue ideologie, deciso nei gusti, responsabile di ogni suo atto e parola, cristallizzato una volta per tutte nel suo modo di essere... è falso. Osservatelo più da vicino, guardate quant'è chimerico. Il nostro vero elemento è l'eterna immaturità. Quel che pensiamo e sentiamo oggi sarà inevitabilmente una cretinata per i nostri pronipoti. Molto meglio, dunque, ammettere fin d'ora quella parte di idiozia che il tempo porterà fatalmente con sé... E questa forza che vi costringe a definirvi prima del tempo non è, come erroneamente credete, una forza al cento per cento umana. Presto ci renderemo conto che morire per idee, stili, tesi, slogan e credenze non è importante, e neanche chiudercisi e barricarcisi dentro. No, la cosa veramente importante è un'altra, e cioè fare un passo indietro e prendere le distanze da tutto quanto ci accade.
Dietrofront. Sento (ma quasi non oso ancora dirlo) che l'ora del grande dietrofront non è lontana. Il figlio della terra capirà di non esprimersi secondo la sua vera natura, bensì sempre e soltanto con una forma artificiosa e dolorosamente imposta dall'esterno, un po' dalla gente e un po' dalle circostanze. Comincerà allora ad avere paura e a vergognarsi di quella stessa forma di cui fino a poco fa era tanto fiero. Presto cominceremo a temere le nostre persone e personalità, scoprendo che non sono interamente nostre. E invece di sbraitare: “Io credo questo, io sento quest'altro, io sono fatto così, io la penso cosà”, diremo umilmente: “A me viene da credere, a me viene da sentire, a me viene da dire, da fare, da pensare così”. Il vate ripudierà il suo canto. Il comandante tremerà davanti ai propri ordini. Il prete temerà l'altare e la madre inculcherà nel figlio, oltre ai principi, anche il modo di eluderli, perché non ne resti soffocato. Lungo e faticoso sarà il cammino. Ormai gli individui, al pari dei popoli, sono perfettamente capaci di organizzare la loro vita psichica e sanno come creare stili, fedi, principi, ideali, sentimenti in funzione dei loro interessi immediati; però non sono ancora capaci di vivere senza uno stile: non abbiamo ancora imparato a preservare la nostra freschezza interiore dal demonio dell'ordine. Ci vorranno grandi invenzioni, botte da orbi inferte a mani nude contro la corazza della Forma, astuzia fuor del comune, estrema onestà mentale, infinita acutezza d'ingegno, perché l'uomo abbandoni la sua rigidezza e impari a conciliare in sé forma e mancanza di forma, legge e anarchia, maturità e immaturità: la santa, eterna immaturità.


(Witold Gombrowicz - Ferdydurke, pagg. 79-81, Feltrinelli editore)

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