At the gates - Slaughter of the soul (1995)

Non ho mai amato gli At the gates. Certo, mi sono piaciuti e li ho ascoltati, ma non con quella passionalità che notavo in altri. Può darsi che la mia percezione sia stata ostacolata dall'aver "scoperto" prima In Flames e Dark Tranquillity, pur essendo gli At the gates precedenti ai loro rispettivi esordi.
Ascolto ancora volentieri With fear I kiss the burning darkness.
Slaughter of the soul, uscito quasi esattamente vent'anni fa (14 novembre 1995), è stato sempre troppo "semplice" e "passeggero" per i miei gusti. Avevo bisogno di meditare a lungo su un brano e non di killer-riffs. Per non parlare di una certa avversione che ho provato fin dall'inizio nei confronti di quei suoni così pompati e trendy.

Sospettiamo, supponiamo, decretiamo la sorte di un album, ma spesso ci affidiamo alla ragione che poco ha a che fare con l'essenza di ciò che resta impresso nei nostri recessi più profondi.
Circa dieci anni fa, proprio quando gli ascolti di questo disco si erano affievoliti fino allo spegnimento, accadde un fatto curioso. Mi trovavo nella mia città natale, immerso da oltre tre quarti d'ora in un discorso altrui che verteva sul nulla: il business che sarebbe derivato dall'acquisto di un borgo medievale con annessa cappella privata in Toscana, con lo scopo di riaffittarlo successivamente ai turisti. Ero in silenzio, costernato, quando l'argomento si esaurì improvvisamente per mancanza di ulteriori dettagli che arricchissero la povertà della fantasia, quando si fece cenno alla mancia nei locali da intendere non come spreco di soldi, bensì come investimento per elevarsi ad un target superiore.
Mi sono sempre alienato quando la situazione mi era estranea ma solitamente finivo per sentirmi colpevolmente a disagio, al punto da interrogarmi sul perché mi trovassi proprio .
In quel caso ho pensato a Under a serpent sun. Ho cercato di ricordare come suonava il primo riff dopo l'intro di piatti per poi passare a quello successivo che precedeva di nuovo riff d'apertura e quello ancora seguente, ovvero la strofa finalmente cantata. E ho riascoltato più e più volte questo passaggio.
Under a serpent sun o Blinded by fear (che da allora ho ascoltato spesso) mi fanno pensare alle trecce di Tompa Lindberg, ai gemelli Bjorler e Adrian Erlandsson magri, e questa visione è corrispondente ai miei anni '90.
Tutto ciò che in quel momento desideravo era riacciuffare la mia innocenza.

Come tanti, ho scoperto molto presto che per ascoltare musica non serve necessariamente l'udito. Beethoven con la sua nona sinfonia mi ha ricordato tutto questo recentemente. Spesso ho una musica in mente e la dispiego a mio piacimento per evadere dalle situazioni più imbarazzanti. E' un potere così forte e rassicurante.

Blinded by fear

We are blind to the
World within us,
Waiting to be born


I cast aside my chains
Fall from reality
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth

[Chorus:]
The face of all your fears
All your fears unleashed
The face of all your fears

Born of the demon sky
Twisting reality
Sweet nauseating pain
Is death the only release?
Nauseating pain
Is death the only release?

[Chorus]

The face of all your fears

I cast aside my chains
Fall from reality
Suicidal disease
The face of all your fears
Now covered with sores
Humanity exiled
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth

[Chorus]


Pill 121

...e lessi I demoni di Dostoevskij: un libro di una tale insaziabilità e radicalismo, e anche di una tale grossezza non lo avevo mai letto in tutta la mia vita, mi inebriai e per qualche tempo mi perdetti totalmente nei Demoni. Quando ritornai in me, per un po' non volli leggere nient'altro perché sapevo con certezza che avrei avuto un'immensa delusione, che sarei caduto in un abisso terrorizzante. Per settimane intere rifiutai qualsiasi altra lettura. La mostruosità dei Demoni mi aveva fortificato, mia aveva mostrato una via, mi aveva detto che ero sulla buona strada per venirne fuori. Ero stato così colpito da un'opera letteraria impetuosa e grande che io stesso ne ero uscito come un eroe.

|...|

Nei Demoni avevo trovato una consonanza.


(Thomas Bernhard - Il freddo, pagg. 113-114, Adelphi editore)


Pill 120

La nostra esistenza, non c'è dubbio in proposito, è stata determinata da questo paesaggio e dall'atmosfera tirolese, che causano la flogosi, la disgregazione dei sistemi nervosi, dei sistemi cerebrali più delicati... Continuando ininterrottamente a sentirci, spaventati di noi stessi, eravamo i prodotti della letale inalazione dell'ossigeno tirolese... uccisi lentamente dal confluire di corpi avversi alla Creazione... Siamo stati insistentemente, costantemente tratti in inganno, senza conoscere gli organi dei corpi della fredda natura... Ci guidavano soltanto influenze climatiche, mutamenti climatici, aumenti di temperatura, diminuzioni di temperatura... Vittime di costanti incisioni, eccitazioni, irritabilità, di una malsana termologia millenaria, della più instabile colonnina di mercurio d'Europa.
Figli della roccia e delle gole, della pornografia della natura, siamo sempre vissuti soltanto nella chimica delle Alpi tirolesi, piena di presagi, ossessionata dalle profezie, ciascuno di noi come un rabdomante del malaugurio, come un igrometro, come una cartina al tornasole della salvezza, fra Hafelekar e Patscherkofel...
...sin da bambini vivevamo già nel terrore costante delle apoplessie, nell'orribile angoscia dei terremoti, nella paura che crollassero le case, nella paura della rabbia, nel timore costante di venire assassinati o schiacciati da un'automobile... Solo perché protetti dall'oblio della natura, grandissimo nella nostra infanzia, osavamo avventurarci sotto gli alberi, sotto i balconi e le sporgenze dei tetti... Non andavamo mai con gli altri, come loro, in montagna, sulle pareti di roccia, su vette e ghiacciai... per paura di precipitare, di congelare.
Ogni partenza da noi stessi, dalla casa dei nostri genitori, ci era possibile solo soffrendo... per paura delle ferite... La verità è che noi, per tutta la vita, abbiamo sempre soltanto avuto paura, i nostri genitori avevano sviluppato in noi una paura smisurata... questa paura, col passar del tempo, con la malattia mortale della mamma, con la malattia mortale di Walter, aveva scavato sempre più a fondo dentro di noi e poi s'era estesa a regioni sempre nuove – soprattutto nel caso di Walter, ma anche in me, nella mia esistenza derivata dalla sua – delle nostre nature corporee, alle nostre nature psichiche, alle nostre nature spirituali così diverse... ben presto, col tempo, avevamo paura di aprire i nostri libri, i nostri scritti e le lettere, di addentrarci nelle cupe e soffocanti chiese delle filosofie, paura delle spaventose dinalogie delle cattedrali... paura dei trabocchetti nei corridoi della filosofia, nei mulini e nelle segherie della scienza... Sin da bambini, aprire porte e finestre ci causava vertigini, mal di capo e svenimenti... più tardi questo ci capitava nel voltare pagina di un libro... in Walter, con quanto maggiore tormento... Sin dai nostri primi pensieri, abbiamo sempre vissuto in una endogamia spirituale da villaggio d'alta montagna inculcataci dai nostri genitori; sugli altari, che loro innalzavano dappertutto, abbiamo sacrificato le nostre qualità migliori... ma anche i nostri genitori erano i prodotti della terribile ossidazione tirolese, spaurite viscere della valle superiore dell'Inn, una valle che nel corso di milioni di anni pareva come sorta per loro (per noi), gli incoscienti, i patiti della morte... Anche a loro è toccato passar la vita a sfogliare quel nostro codice penale che è il Tirolo... questo aveva loro tolto la possibilità di studiare a fondo – con la virtù di chi, come lo scienziato, non è nato per una malattia mortale – quella superficie di terra tirolese che continuamente li raggelava o li bruciava, che era la loro terra natia... la bellezza del Tirolo era stata impossibile anche per loro... noi ci abbiamo vissuto solo per soffocarvi, per liberarci in essa della nostra vita... se avessimo dei discendenti, anche loro, perché nati da noi, vi soffocherebbero... Siamo stati, già molto presto, respinti da tutto, in cerca di riparo, tutta la vita sempre solo rinchiusi nel nostro ilozoismo; e questo – com'è naturale – ha logicamente oscurato e ottenebrato, nella maniera più disastrosa durante i nostri anni di studio, i nostri rapporti col mondo esterno; per me li ha ottenebrati sino a oggi... Noi, Walter e io, eravamo sempre stati ingannati; da una composizione desolata dell'aria, da un mortifero galvanismo patriarcale, ostile agli uomini per via delle perfide altezze e degli abissi della sua natura architettonica... Quanti talenti avremmo potuto sviluppare in noi sino a un'incredibile eccellenza, se non fossimo nati e cresciuti in Tirolo.


(Thomas Bernhard - Amras, pagg. 75-77, Einaudi editore)

Pill 119

Solo sulla data ho dovuto riflettere a lungo, perché è quasi impossibile per me dire 'oggi', sebbene ogni giorno si dica, anzi, si debba dire 'oggi', ma se qualcuno mi comunica quel che si propone di fare oggi – per non dire domani – non assumo, come di solito dicono, uno sguardo assente, ma uno molto attento, per l'imbarazzo, tanto è privo di speranza il mio rapporto con l' 'oggi', perché questo Oggi lo posso passare solo con una tremenda angoscia e una fretta pazzesca, e scrivere, o solo dire, in questa tremenda angoscia, ciò che succede, perché si dovrebbe distruggere subito quello che vene scritto sull'Oggi, come si strappano, si spiegazzano, non si finiscono, non si spediscono le lettere vere, perché sono di oggi e perché non arriveranno più in nessun Oggi.
Chi una volta ha scritto una lettera orrendamente supplichevole, per poi strapparla e gettarla via, sa più di ogni altro ciò che va inteso qui per 'oggi'. E chi non conosce questi biglietti quasi illeggibili: "Venga, se mai, se può, se vuole, se Glielo posso chiedere! Alle cinque al Café Landtmann!". O questi telegrammi: "Prego telefona subito stop oggi stesso". Oppure: "Oggi non è possibile".
Perché Oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, 'oggi' è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno della sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno, un giorno quindi in cui deve succedere qualcosa oppure, meglio ancora, non succede gran che.
Se io invece dico 'oggi', il mio respiro comincia a diventare irregolare, subentra l'aritmia che ora è anche verificabile su un elettrocardiogramma, solo non risulta dal tracciato che la causa è il mio Oggi, una cosa sempre nuova, incalzante, ma la prova del disturbo posso produrla, redatta nel volubile codice dei medici, di qualcosa che precede l'attacco di angoscia, mi predispone, mi stigmatizza, oggi in modo ancora funzionale, così dicono, credono loro, gli esperti. Solo io temo sia l' 'oggi', che è per me troppo eccitante, troppo enorme, troppo commovente, e in questa eccitazione patologica sarà per me 'oggi' fino all'ultimo momento.

Se io dunque sono arrivata non certo per caso, ma per una costrizione terribile, a questa unità di tempo, debbo l'unità di luogo a un caso benevolo, perché non l'ho trovata io. In questa unità molto più improbabile sono giunta a me stessa, e mi riconosco in essa, ah, e quanto, perché il luogo è nell'insieme Vienna, in questo non c'è ancora niente di strano, ma più esattamente il luogo è solo una via, o meglio un breve tratto della Ungargasse, e questo dipende dal fatto che abitiamo là tutti e tre, Ivan, Malina e io. Quando si guarda il mondo dal III distretto, si ha una visuale così limitata, si è naturalmente portati a dare rilievo alla Ungargasse, a cavarne fuori qualcosa, a lodarla e a darle una certa importanza. Si potrebbe dire che è una via particolare, perché comincia in un posto quasi silenzioso, quasi amabile dello Heumarkt e da qui, dove abito, si può vedere il parco municipale, ma anche i minacciosi Mercati Generali e la Dogana Centrale. Qui ci troviamo ancora tra case dignitose, sbarrate, e solo poco oltre la casa di Ivan, col numero 9 e i due leoni di bronzo al portone,
la strada diventa più inquieta, disordinata e irregolare, sebbene si avvicini al quartiere dei diplomatici, ma lo lascia a destra e mostra poca affinità con quel 'quartiere dei nobili' – come è chiamato comunemente. Si rende utile con piccoli caffè e molte vecchie trattorie, noi andiamo all'Alter Heller, in mezzo si trova un garage efficiente, Automag, la Farmacia Nuova anch'essa molto efficiente, una tabaccheria all'altezza della Neulinggasse, e non dimentichiamoci della buona panetteria all'angolo con la Beatrixgasse, e, grazie a Dio, della Munzgasse, in cui possiamo parcheggiare, anche quando non c'è più posto da nessun'altra parte. A tratti, per esempio all'altezza del Consolato Italiano, con l'Istituto Italiano di Cultura, non si può negarle un certo tono, e tuttavia non ne ha troppo, perché al massimo all'avvicinarsi del tram O, o altrimenti alla vista dell'infausto garage dei furgoni postali, su cui due targhe non si sprecano e dicono brevemente "Imperatore Francesco Giuseppe I, 1850" e "Segreteria e officina", si dimenticano i suoi sforzi per elevarsi, e ci ricorda la sua lontana giovinezza, la vecchia Hungargasse, dove i commercianti provenienti dall'Ungheria, mercanti di cavalli, di buoi e di fieno avevano i loro aloggi, le loro locande, e così prosegue, come dicono nelle guide, "con un grande arco in direzione del centro".
|...|
A Vienna ci sono, ed è facile indovinarlo, strade molto più belle, ma si trovano in altri distretti, e con esse accade come con le donne troppo belle, che si guardano subito con l'omaggio dovuto, senza mai pensare di entrare in relazione con loro. Ancora nessuno ha mai sostenuto che la Ungargasse sia bella, o che l'incrocio Invalidenstrasse-Ungargasse lo abbia affascinato o lo abbia fatto ammutolire. Così non voglio cominciare per prima a fare affermazioni inconsistenti sulla mia, sulla nostra strada, farei meglio a cercare in me stessa la ragione dell'attaccamento che ho per la Ungargasse, perché solo in me descrive il suo arco, fino al numero 9 e al numero 6, e mi dovrei chiedere perché sono sempre nel suo campo magnetico, anche quando attraverso la Freytung, faccio spese sul Graben, vado a zonzo verso la Biblioteca Nazionale, mi fermo nella Lobkowitzplatz e penso, è qui, proprio qui che si dovrebbe abitare! Oppure sulla piazza Am Hof! Anche quando mi gingillo per il centro e fingo di non voler tornare a casa, mi siedo per un'ora in un caffè e sfoglio giornali, però dentro di me vorrei già essere per strada e a casa e quando volto nel mio quartiere dalla parte della Beatrixgasse, dove abitavo prima, o arrivando dallo Heumarkt, la pressione mi aumenta e nello stesso tempo cede la tensione, lo spasimo che mi coglie in spazi sconosciuti, e alla fine, sebbene cammini più in fretta, sono ormai tranquilla e fremo di felicità. Niente è più sicuro per me di questo tratto della strada, di giorno salgo di corsa le scale, la notte mi precipito sul portone di casa, con la chiave già in mano, e torna il momento benedetto in cui la chiave gira, il portone si apre, la porta si apre, e questo senso del ritorno a casa mi inonda nella schiuma del traffico e della gente già in un giro di cento, duecento metri, in cui tutto mi annuncia la mia casa, che naturalmente non è la mia casa, ma appartiene a una S.p.A. o a qualche banda di speculatori che ha ricostruito, o meglio rappezzato, questa casa, ma di questo ne so poco o niente perché negli anni della ricostruzione abitavo a dieci minuti di distanza e passavo davanti, quasi sempre angustiata e con cattiva coscienza, al numero 26, 
che per molto tempo fu anche il mio numero fortunato, come un cane che ha cambiato padrone rivede il vecchio e non sa più a chi deve maggior attaccamento.











Ma oggi passo davanti al 26 della Beatrixgasse come non ci fosse mai stato niente, quasi niente, oppure, ma sì, una volta lì c'era un profumo di tempi antichi, e ora non ce n'è più traccia.











Prima che io mi trovi fuori dalla stanza, prima che mi convinca che comunque nella casa di fronte Beethoven sordo ha composto la Nona, e anche altre cose, ma io non sono sorda, potrei raccontare a Ivan tutto quello che c'è oltre alla Nona.


















E' meglio che vada a casa, alle tre del mattino sono appoggiata al portone della Ungargasse 9, con le teste dei leoni ai due lati, e poi mi fermo ancora un po' davanti al portone della Ungargasse 6, risalendo con lo sguardo, nella mia passione, la strada in direzione del numero 9, ho dinanzi agli occhi il cammino della mia passione, che ho di nuovo percorso spontaneamente, dalla sua casa alla mia. Le nostre finestre sono buie.

Vienna tace.



(Ingeborg Bachmann, Malina, pagg. 12-15, 16-17, 69,153)



Pill 118

Sarei dovuto nascere a fine ottobre.
Sarei potuto nascere l'11 novembre.
"Dovevo" nascere l'11 novembre.

Sono nato il 12 novembre.

Quel venerdì 11 novembre del 19.. la mia nascita era in ritardo di tredici giorni rispetto a quanto previsto.
Mia madre ricevette la visita di suo padre, mio nonno, che entrò nella stanza del reparto maternità in giacca e cravatta, si tolse il cappello come gesto conforme al dovere socialmente accettato, e le si sedette accanto esibendo il suo solito sorriso di circostanza.
Si sentiva padrone della scena, come sempre. Invadente, con la sua fisionomia ingombrante, violenta, minacciosa e pericolosa.
Gli altri, penso, avranno visto quella scena con dolcezza: un pater familias che si rispetti che fa visita a sua figlia che sta per partorire. Avranno creduto di percepire un clima disteso e di complicità. Al contrario, dietro quel reciproco sorriso si incrociarono onnipotenza da un lato, spavento dall'altro.

Mia madre – mi ha raccontato – allora sospirò, chiuse gli occhi rifugiandosi nell'immaginazione, e in quel momento confidò strenuamente dentro di sé che io sarei stato più forte, e diverso, tanto da poter distinguere un giorno qual è il significato delle labbra inarcate in un certo modo e uno sguardo assassino senza averne paura.

Egli sempre sorridendo la esortò, diciamo così, a far sì che partorisse quel giorno per fargli il regalo per il suo sessantacinquesimo compleanno.
Mia madre sorrise ancora una volta di rimando, affabile, con cortesia, nella posizione di chi obbedisce ancora una volta alla legge del padre, stringendo i denti ma ostentando calma e sicurezza, mentre qualcosa le si muoveva dentro (e non ero soltanto io).
Di nuovo con gli occhi rivolti all'interno del suo corpo si concentrò, si concentrò, si concentrò, e pensò a me, a lei, e alla concentrazione unì uno sforzo interiore all'unisono con uno sforzo fisico.
Con tutta sé stessa, anima e corpo, iniziò a concepire un desiderio furibondo e tenace di prolungare l'attesa e finalmente farmi nascere l'indomani, un giorno diverso, segno dell'avvenuta ribellione al dictat paterno camuffato per ennesima sottile battuta spiritosa.

E mia madre sopraffece il potere coercitivo col potere della maternità: concentrazione e corpo, insieme, invalicabili, inespugnabili.
Nacqui con due settimane di ritardo alle 15 del giorno successivo, in un giorno diverso, altro, e mia madre non mi riconobbe per la sofferenza provata. Ero piccolo e nero e quando mi portarono tra le sue braccia esclamò inorridita: "Ma questo non può essere mio figlio! è troppo brutto per essere mio figlio!", e solo dinanzi all'insistenza dell'infermiera comprese ciò che era riuscita a compiere prima di scoppiare in lacrime. C'erano sì il ritardo, la sofferenza, eppure una creatura che era anche mio padre e non suo padre, e soprattutto, nata il giorno successivo.

La ribellione era compiuta, realizzata, e da allora è stata tracciata la mia strada, indelebilmente, come se io non possa riuscire a fare a meno di vivere per questo motivo, ossia ribellarmi alla legge di mio nonno, il fascista privato che provò a marchiare nel suo nome persino la mia nascita, come se non gli fosse bastato farlo con quella dei propri figli.

In adolescenza mi sentivo sbagliato esattamente come mia madre, poi attraverso i racconti e la mia storia che si componeva gradualmente ho cominciato a capire che io sono altro, contrario rispetto a ciò che mio nonno ha provato a esercitare su mia madre e sulla mia persona, con violenza e repressione scambiate per "severità coerenti con quelle del tempo".

Chi mi vuol bene ricordi o sappia: quando vi diranno "eh ma all'epoca si educava così" o la violenza fisica e psichica viene vergognosamente e colpevolmente scambiata per prassi "per il bene dei figli", inorridite e con tutto il fiato che avete dentro urlate la parola pertinente ai comportamenti: "fascista!".

Fatelo privatamente o pubblicamente, ma non esitate mai. 

Pill 117

Dopo 9 anni ho rivisto Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini in Cineteca.
Penso che uno dei compiti più alti del Cinema sia di svelare, e l'artificio è intransigente di pari passo all'oggetto dello svelamento.
Vorrei proteggermi così come ho fatto per tutti questi anni, e ci riuscirò; ma le opere indispensabili talvolta hanno un potere distruttivo, e bisogna non solo accettarlo ma condividerlo e sforzarsi di usufruire di quest'arma a doppio taglio nel modo più sano, per avvicinarsi ulteriormente a ciò che è lontano da quanto finalmente esplicitato.

Pill 116

Immaginate un venerabile scrittore adulto e maturo chino sul foglio, intento a creare... quand'ecco che gli si posa sul gobbo un adolescente, o uno pseudo-intellettuale pseudo-evoluto, o una fanciulla, o una persona di comune e inconsistente spessore spirituale, o un qualsiasi altro individuo più giovane, inferiore e meno progredito. Ed ecco che questo adolescente o questa fanciulla o questo pseudointellettuale o qualsivoglia altro torbido prodotto della subcultura si avventa sulla sua anima e la tira, la strizza, se la impasta tra le zampe e serrandola, succhiandola, aspirandola, la ringiovanisce con la sua gioventù, la insaporisce con la sua immaturità, se l'aggiusta a suo modo, se la stringe ah! tra le sue braccia! portandola al suo livello. Ma lo scrittore, invece di affrontare l'intruso finge di non vederlo pensando, nella sua follia, di evitare la violenza facendo finta di non essere violentato. Non è forse quel che capita a tutti, dai sommi geni agli autorucoli da quattro soldi? Non è forse vero che ogni essere maturo, superiore, più anziano dipende per mille versi da esseri a un grado di sviluppo inferiore? E questa dipendenza non ci trafigge forse da parte a parte, fino al midollo, tanto da consentirci di dire: il più anziano viene creato dal più giovane? Scrivendo, non ci adattiamo forse al lettore? Parlando, non siamo forse condizionati dalla persona che ci ascolta? Non siamo forse perdutamente innamorati della gioventù? Non dobbiamo forse cercare ogni momento il favore di esseri inferiori, adattarci a loro, sottometterci ora al loro potere, ora al loro fascino? E questa dolorosa violenza commessa sulla nostra persona da gente rozza e ignorante non è forse la più feconda delle violenze? Ma voi, malgrado tutta la vostra retorica, finora non avete saputo far altro che nascondere la testa nella sabbia, e la vostra tronfia mentalità accademico-professorale non si è mai resa conto di nulla. Vi violentano a tutto spiano, e voi fate come se niente fosse. Eh già! Voi maturi bazzicate solo i maturi, e la vostra maturità è così matura che fa comunella solo con la maturità! Ma se, invece di preoccuparvi tanto dell’arte o di educare il prossimo, vi preoccupaste un po' di più delle vostre miserabili persone, mai e poi mai passereste sotto silenzio quest’atroce violenza; e il poeta, invece di scrivere poesie per un altro poeta, si sentirebbe penetrato, rigenerato dal basso da forze di cui finora non s'era mai accorto. Capirebbe che l'unico modo per liberarsene è quello di ammetterle e farebbe di tutto perché il suo stile, il suo atteggiamento e la sua forma, sia artistica che quotiana, rispecchiassero quel legame con gli strati inferiori. Non si sentirebbe più solo Padre, ma insieme Padre e Figlio; e non scriverebbe solo da saggio, sottile e maturo, ma da Saggio fatto sempre scemo, da Sottile brutalizzato senza tregua e da Adulto perennemente ringiovanito. E se, alzatosi dalla scrivania, incontrasse per caso un giovanotto o uno pseudo-intellettuale, non gli batterebbe la mano sulla spalla con fare protettivo, didattico e pedagogico, ma pervaso da un sacro timore si metterebbe a gemere, a gridare e magari si butterebbe anche in ginocchio. Invece di fuggire l'immaturità e asserragliarsi nella sfera del sublime, si renderebbe conto che lo stile davvero universale è quello che accoglie amorosamente in sé anche il sottosviluppo. E tutto ciò, alla fine, vi porterebbe a una forma così creativa e stillante di poesia da trasformarvi tutti in sommi geni.
Vedete dunque quali speranze, quali prospettive vi schiude questa mia personale e personalistica teoria! Ma per renderla veramente creativa e definitiva, dovreste fare un altro passo avanti, un passo talmente drastico, così sconfinato nelle possibilità e sconvolgente nelle conseguenze, che le mie labbra vi alludono solo sottovoce e da lontano. Venuto è il tempo, scoccata l'ora sull'orologio della storia: cercate di superare la forma, liberatevi dalla forma! Smettetela di identificarvi con quel che vi limita. Artisti, resistete alla tentazione di esprimervi. Diffidate delle parole. State in guardia dalla vostra fede e non credete ai sentimenti. Liberatevi della vostra apparenza esteriore, temete l’esteriorizzazione come l'uccello che trema di paura davanti al serpente. Poiché – ma francamente non so se posso dirvelo fin d'ora – il postulato secondo cui l'uomo dev'essere definito, ossia irremovibile alle idee, categorico nelle dichiarazioni, tetragono nelle sue ideologie, deciso nei gusti, responsabile di ogni suo atto e parola, cristallizzato una volta per tutte nel suo modo di essere... è falso. Osservatelo più da vicino, guardate quant'è chimerico. Il nostro vero elemento è l'eterna immaturità. Quel che pensiamo e sentiamo oggi sarà inevitabilmente una cretinata per i nostri pronipoti. Molto meglio, dunque, ammettere fin d'ora quella parte di idiozia che il tempo porterà fatalmente con sé... E questa forza che vi costringe a definirvi prima del tempo non è, come erroneamente credete, una forza al cento per cento umana. Presto ci renderemo conto che morire per idee, stili, tesi, slogan e credenze non è importante, e neanche chiudercisi e barricarcisi dentro. No, la cosa veramente importante è un'altra, e cioè fare un passo indietro e prendere le distanze da tutto quanto ci accade.
Dietrofront. Sento (ma quasi non oso ancora dirlo) che l'ora del grande dietrofront non è lontana. Il figlio della terra capirà di non esprimersi secondo la sua vera natura, bensì sempre e soltanto con una forma artificiosa e dolorosamente imposta dall'esterno, un po' dalla gente e un po' dalle circostanze. Comincerà allora ad avere paura e a vergognarsi di quella stessa forma di cui fino a poco fa era tanto fiero. Presto cominceremo a temere le nostre persone e personalità, scoprendo che non sono interamente nostre. E invece di sbraitare: “Io credo questo, io sento quest'altro, io sono fatto così, io la penso cosà”, diremo umilmente: “A me viene da credere, a me viene da sentire, a me viene da dire, da fare, da pensare così”. Il vate ripudierà il suo canto. Il comandante tremerà davanti ai propri ordini. Il prete temerà l'altare e la madre inculcherà nel figlio, oltre ai principi, anche il modo di eluderli, perché non ne resti soffocato. Lungo e faticoso sarà il cammino. Ormai gli individui, al pari dei popoli, sono perfettamente capaci di organizzare la loro vita psichica e sanno come creare stili, fedi, principi, ideali, sentimenti in funzione dei loro interessi immediati; però non sono ancora capaci di vivere senza uno stile: non abbiamo ancora imparato a preservare la nostra freschezza interiore dal demonio dell'ordine. Ci vorranno grandi invenzioni, botte da orbi inferte a mani nude contro la corazza della Forma, astuzia fuor del comune, estrema onestà mentale, infinita acutezza d'ingegno, perché l'uomo abbandoni la sua rigidezza e impari a conciliare in sé forma e mancanza di forma, legge e anarchia, maturità e immaturità: la santa, eterna immaturità.


(Witold Gombrowicz - Ferdydurke, pagg. 79-81, Feltrinelli editore)