Pill 114

E' stata proprio una giornata triste, dissi alla Auersberger quando tutti se ne furono andati, ricordando così Joana ancora una volta. Probabilmente il suicidio è stato per lei la cosa migliore, dissi, probabilmente era il suo momento, è stato meglio così, dissi alla Auersberger, pur essendo perfettamente cosciente dell'imbarazzo che queste mie parole avrebbero creato, nonché della mostruosità di frasi come questa, frasi che spesso si dicono quando uno si suicida. Vogliamo dire qualcosa di adeguato, pensavo in quel momento, invece diciamo qualcosa di assolutamente inadeguato, anzi qualcosa di indecente, di mostruoso, di imbecille. Che cosa mai le avrebbe potuto offrire ancora la vita, dissi poi, e aggiunsi con ciò un'ulteriore indecenza, un'ulteriore mostruosità. Ogni essere umano deve poter fare quello che vuole, dissi ancora, aggiungendo indecenza a indecenza, mostruosità a mostruosità. A quel punto era meglio non dire più niente. Corsi giù per le scale facendo due, tre, perfino quattro gradini alla volta, come se avessi vent'anni di meno. Quando arrivai al pianerottolo giù da basso, mi dissi che era stato insensato salutare la Auersberger con un bacio in fronte come trent'anni addietro, ecco che le ho baciato la fronte, pensavo, proprio nello stesso modo assolutamente insensato di trent'anni fa, proprio come negli Anni Cinquanta; questa circostanza continuò a farmi infuriare lungo tutta la strada che dalla Gentzgasse portava al centro della città. Per vent'anni non ho più visto la Auersberger e in fondo la detesto, come sono costretto ad ammettere davanti a me stesso, e ora per salutarla vado a darle un bacio in fronte. L'hai baciata in fronte, e per fortuna solamente in fronte, continuavo a ripetermi mentre andavo per la mia strada attraversando la città ancora immersa nel buio, e questo fatto continuava a mandarmi in bestia. Pensavo anche che se fossi andato via con gli altri mi sarei risparmiato quella scena penosa. Ma ero stato io a non voler andare via con gli altri, soprattutto avevo voluto evitare di incontrare ancora una volta Jeannie, per di più in strada e in un momento simile, poiché di sicuro lei e io in strada saremmo arrivati a uno scontro tremendo, avrei dovuto dire troppo, rinfacciare troppo, offendere troppo, pensavo, e lo stesso valeva per lei nei miei confronti, e così, malgrado tutto, ho fatto bene a rimanere indietro, trovarmi da solo con la Auersberger era stato comunque un incontro a tu per tu più sopportabile che se mi fossi trovato da solo con Jeannie, un incontro per strada con Jeannie sarebbe stato di sicuro una catastrofe, pensavo, sostare con la Auersberger sul pianerottolo era comunque più sopportabile; adesso però mi rimproveravo di aver dato alla Auersberger un bacio in fronte dopo vent'anni, forse addirittura dopo ventidue o ventitré anni durante i quali non ho provato per lei altro che odio, lo stesso odio con cui ho odiato per tutti questi anni il marito di lei, e mi rimproveravo inoltre di averle mentito dicendo che la sua cosiddetta cena artistica era stata per me un piacere mentre era stata niente di meno che una cosa ripugnante. Per metterci in salvo da una situazione disperata, penso, diventiamo falsi e bugiardi proprio come quelli che accusiamo continuamente di essere falsi e bugiardi e che per questo motivo trasciniamo nel fango e copriamo di disprezzo, la verità è questa; in niente di niente noi siamo meglio delle persone che continuiamo a ritenere insopportabili, disgustose, ripugnanti insomma, persone con cui sosteniamo di voler avere a che fare il meno possibile, mentre a dir la verità abbiamo continuamente a che fare con loro e siamo identici a loro. Rimproveriamo a questa gente tutti gli atteggiamenti insopportabili e disgustosi che si possono immaginare, mentre noi non siamo affatto meno insopportabili e disgustosi di loro, penso. Ho detto alla Auersberger che ero felice di aver di nuovo rapporti con loro, con la coppia Auersberger, e di essere tornato, a distanza di vent'anni, nella loro casa della Gentzgasse e, mentre parlavo, come sono vile, avevo pensato, come sono bugiardo, sono proprio un individuo abietto che non arretra davanti a niente, niente, dico, non mi tiro indietro neanche di fronte alla più vile delle menzogne. Che l'attore del Burg mi era piaciuto, che Anna Schreker mi era piaciuta, che mi erano piaciuti perfino i due scrittori e i due aspiranti ingegneri, questo sono arrivato a dire alla Auersberger stando in piedi con lei sul pianerottolo, mentre gli altri ospiti scendevano le scale e io, che pure li trovavo ripugnanti, mentre loro scendevano le scale ho detto alla Auersberger che mi erano piaciuti molto. Che sono capace di essere perfido e falso fino a questo punto, pensavo, mentre ancora stavo parlando con la Auersberger, che sono capace di mentirle in faccia senza alcun pudore, che sono in grado di dirle in faccia esattamente il contrario di quello che penso solo perché in questo modo riesco a sopportare meglio la situazione del momento, e che sono addirittura arrivato a dirle in faccia che mi dispiaceva di non aver potuto sentire quella sera la sua voce, una delle canzoni di Purcell che lei aveva sempre cantato in un modo così perfetto e meravigliosamente personale, e che, soprattutto, mi dispiaceva di aver interrotto per vent'anni il rapporto con lei e con suo marito, l'Auersberger, affermazione che ancora una volta non era stata altro che una menzogna, e in effetti una delle menzogne più perfide e meschine che in vita mia io abbia detto. E che mi dispiaceva in modo particolare che Joana non avesse potuto essere lì con noi quella sera, avevo aggiunto, e che probabilmente la stessa Joana sarebbe stata contenta che io e gli Auersberger, ora che ero tornato da Londra per un lungo periodo, se non per sempre, riprendessimo a frequentarci, e che eventualmente coltivassimo in futuro il nostro rapporto, riuscii a mentire proprio in faccia alla Auersberger, mentre gli altri ospiti stavano lasciando la casa, come potei sentire da su, mentre ero sul pianerottolo con la Auersberger. Ci è voluta la morte di Joana, Joana si è dovuta ammazzare perché noi ci ritrovassimo, ho poi detto ancora alla Auersberger e l'ho abbracciata in fretta e, come ho già detto, le ho dato un bacio in fronte e sono sceso giù per le scale fino in strada, e da quel momento in poi lungo tutte le strade che percorrevo mi sentivo oppresso dall'aver detto solo menzogne alla Auersberger, e di aver fatto questo, di averle detto solo menzogne nella piena consapevolezza di quello che stavo facendo. La verità è infatti che io odiavo la Auersberger dopo questa cena artistica, la odiavo adesso come in passato, odiavo lei come lui, l'Auersberger, il Novalis delle note che già negli Anni Cinquanta non si era spinto oltre l'imitazione di Webern, li odiavo di un odio ancora più forte, forse, di quell'odio Auersberger, penso, con cui odio i coniugi Auersberger ormai da vent'anni, come penso, perché loro a quel tempo, vent'anni fa, mi hanno perseguitato e braccato in maniera infame, e hanno approfittato di ogni occasione per denigrarmi davanti a tutti, mi hanno fatto veramente del male dopo che io li ho abbandonati per mettermi in salvo e non essere divorato da loro, dopo che io gli ho voltato le spalle e non viceversa, come loro hanno sempre ritenuto e continuano a ritenere ancora oggi, così come hanno ritenuto in questi vent'anni, e come ancora ritengono, che sono stato io a sfruttare loro, che loro mi hanno mantenuto per anni, che loro mi hanno tenuto in vita per anni, mentre invece, a dire il vero, le cose sono andate in modo diverso, cioè sono stato io che ho mantenuto in vita loro, io che li ho salvati, io che gli ho dato una mano, non col denaro, certo, ma pur sempre mobilitando tutte le mie capacità, così è stato e non il contrario, e intanto correvo lungo le strade di Vienna come fuggendo da un incubo, correvo, correvo sempre più velocemente verso il centro della città, e non sapevo, nella mia corsa, perché andassi verso il centro della città mentre sarei dovuto andare nella direzione opposta al centro della città se davvero volevo tornare a casa mia, ma a quel punto, probabilmente, non volevo tornare a casa, ah, se fossi rimasto a Londra un altro inverno, mi dicevo, e si erano fatte le quattro del mattino e io correvo verso il centro della città pur dovendo ritornare a casa, e intanto mi dicevo che sarei proprio dovuto rimanere a Londra, e correvo verso il centro della città e non verso casa e mi dicevo che Londra mi ha sempre portato fortuna mentre Vienna mi ha sempre portato solo sfortuna, e correvo, correvo, come se adesso, negli Anni Ottanta, fuggissi ancora una volta via dagli Anni Cinquanta verso gli Anni Ottanta, verso questi pericolosi, disperati e ottusi Anni Ottanta, e pensavo di nuovo che anziché andare a questa volgare cena artistica meglio avrei fatto a leggere qualcosa del mio Gogol', o del mio Pascal, o del mio Montaigne, e pensavo, mentre correvo, che stavo fuggendo dall'incubo Auersberger, e in effetti con energia sempre maggiore fuggivo dall'incubo Auersberger correndo verso il centro della città, e pensavo, durante la corsa, che questa città che stavo attraversando, per tremenda che mi sembrasse adesso come in passato, era la città migliore per me, che questa Vienna che odiavo e ho sempre odiato era adesso tutt'a un tratto la città migliore, e che le persone che ho sempre odiato e odio adesso e sempre odierò sono tuttavia le persone migliori, che io le odio ma sono commoventi, che Vienna la odio ma Vienna è commovente, che queste persone le maledico ma non posso fare a meno di amarle, e mentre correvo, correvo, giunto ormai nel centro della città, pensavo che questa città è comunque la mia città e che queste persone sono comunque le mie persone e sempre lo saranno, e correvo, correvo, e pensavo che così come sono riuscito a mettermi in salvo da molte atrocità, anche da questa atroce cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse sono riuscito a mettermi in salvo, e su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse io scriverò, pensavo, senza sapere che cosa, semplicemente ci scriverò sopra qualcosa, e correvo, correvo, e pensavo, scriverò subito su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse, non importa che cosa, solo subito, pensavo, immediatamente, continuavo a pensare, e intanto attraversavo di corsa il centro della città, subito e immediatamente e subito e subito, prima che sia troppo tardi.


(Thomas Bernhard, A colpi d'ascia, pagg. 217-222, Adelphi editore)

Nessun commento: