Pill 113

Finché ero rimasto a Salisburgo, ero sempre sul punto di soffocare, infatti, e in quel periodo avevo un solo pensiero, il pensiero del suicidio; ma per suicidarmi davvero ero troppo codardo ed ero anche troppo curioso di tutto, per tutta la mia vita sono stato di una curiosità spudorata, ciò che mi ha impedito molte volte di suicidarmi, migliaia di volte mi sarei suicidato se non fossi stato trattenuto sulla faccia della terra dalla mia spudorata curiosità. Non c'è stato niente che io abbia ammirato di più in vita mia dei suicidi. Sono migliori di me in tutto e per tutto, questo ho sempre pensato, io non valgo niente e sono attaccato alla vita, per quanto la vita sia abominevole e squallida, ripugnante e meschina, per quanto la vita sia gretta e infame. Invece di ammazzarmi accetto i compromessi più disgustosi, mi abbasso ai livelli più infimi e mi rifugio nella volubilità come in una pelliccia puzzolente ma calda, mi rifugio nella miserabile sopravvivenza! Mi disprezzavo perché continuavo a vivere. Seduto sul ceppo vedevo l'assurdità assoluta della mia esistenza. Mi vedevo andare al cimitero da mio nonno e tornare indietro, dei nostri comuni progetti di viaggio era rimasto un cumulo di terra, una stanza vuota in fondo all'appartamento, i vestiti di mio nonno ancora appesi alla porta e nell'armadio, quei vestiti non erano stati toccati, sulla sua scrivania erano rimasti dei biglietti pieni di appunti relativi alla sua attività di scrittore, ma anche appunti che riguardavano incombenze assolutamente banali come ad esempio: Non dimenticare di attaccare i bottoni alla camicia! Portare le scarpe dal calzolaio! Dipingere la porta dell'armadio! Ricordare a Herta (sua figlia, mia madre) la legna per la stufa! Che cosa significavano adesso quei biglietti? Dovevo sedermi io adesso alla sua scrivania? Non ne avevo alcun diritto, ancora non ne avevo diritto, avevo pensato. Così come non avevo diritto o non avevo ancora diritto di estrsarre i libri dallo scaffale, Goethe, tomo quarto, ad esempio, Shakespeare, Re Lear, Dauthendey, Poesie, Christian Wagner, Poesie, Holderlin, Poesie, Schopenhauer, Parerga e Paralipomena. Non osavo toccare niente in quella stanza. Come se non si potesse escludere l'eventualità che il proprietario e titolare di quella stanza e del suo contenuto, che gli apparteneva in tutto e per tutto, entrasse da un momento all'altro per domandarmi ciò che stavo facendo. Qui lo scrittore misconosciuto e senza successo si era seduto ogni giorno alle tre del mattino per lavorare. Insensatamente, come adesso non poteva sfuggirmi e come neppure a lui era sfuggito allora, pur non avendo detto niente, non a parole comunque, egli era stato costantemente di questa opinione, sotto il peso di questa insensatezza egli aveva forzato la propria disciplina fino al limite estremo, si era creato un sistema che sempre più è diventato il suo personale sistema nel quale io stesso riconosco il mio. Per combattere l'insensatezza, alzarsi dal letto, lavorare e pensare immersi in nient'altro che nell'insensatezza. Avevo adesso il diritto di appropriarmi del suo sistema e di farlo mio? Di fatto però quel suo sistema era stato anche il mio fin dall'inizio. Svegliarsi, cominciare il lavoro e continuarlo fino allo sfinimento, finché gli occhi non possono e non vogliono più vedere, smettere, spegnere la luce, cadere in balìa degli incubi, consegnarsi ad essi come a una cerimonia senza pari. E il mattino dopo far di nuovo la stessa cosa, con la massima precisione, con la massima concentrazione, fingendo che tutto ciò abbia un significato. Seduto sul ceppo, lo Heukareck davanti a me, contemplavo l'infamia di un mondo dal quale mi ero staccato, catapultato fuori con tutte le riserve possibili e immaginabili per poterlo vedere dalla mia angolazione e attraverso il mio obiettivo. Quel mondo era esattamente come mio nonno me lo aveva descritto quando ancora non credevo né ero disposto ad accettare tutto ciò che lui mi descriveva, allora lo ascoltavo ma mi rifiutavo di seguirlo, se non altro nei primi anni, più tardi io stesso ebbi le prove della veridicità delle asserzioni di mio nonno: il mondo è perlopiù nauseabondo, se vi immergiamo lo sguardo, lo immergiamo in una cloaca. Non è forse così? Adesso avevo la possibilità di verificare le asserzioni di mio nonno, ero ossessionato dal bisogno di ottenere nella mia mente le prove che le sue asserzioni erano giuste e rincorrevo ovunque queste prove e davo loro la caccia in tutti gli angoli della città della mia infanzia e nei suoi immediati dintorni. Mio nonno non si era sbagliato riguardo al mondo: il mondo è una cloaca in cui però si sviluppano le forme più belle e più complesse se vi si immerge lo sguardo per un po' di tempo, se l'occhio si abbandona con insistenza a queste visioni microscopiche. La cloaca teneva in serbo, per uno sguardo penetrante, per uno sguardo rivoluzionario, le bellezze della natura. Ma rimaneva una cloaca. E chi vi immerge a lungo lo sguardo, chi ve lo immerge per decenni, si stanca e muore e/o si getta a capofitto nella cloaca. La natura era una natura crudele come lui l'aveva definita, gli esseri umani erano esseri umani disperati e meschini come lui li aveva descritti. Incessantemente io ero alla ricerca di prove che confutassero le sue opinioni, su questo fatto e in questo punto adesso lo smentirò, pensavo, e invece no, nella mia mente le sue tesi venivano di continuo ribadite e confermate. Bastava che lui accennasse a una cosa perché io la portassi alla luce e ne trovassi conferma. Seduto sul ceppo andavo ora alla ricerca delle prove nella mia memoria, per distendermi cercavo di replicare le mie ricerche, di richiamarle ancora una volta alla mente, in questo genere di tentativi avevo ormai acquisito una certa maestria, riuscivo a far riaffiorare il ricordo dove volevo e a verificarlo e riverificarlo. La mia storia era diventata nel frattempo storia universale, con migliaia e migliaia, se non milioni, di dati memorizzati nel mio cervello, dati che in qualsiasi istante io potevo far riaffiorare. Mio nonno mi aveva fatto conoscere la verità, non soltanto la sua verità, anche la mia verità, la verità in generale, e inoltre gli errori abissali insiti in queste verità. La verità è sempre un errore, benché sia verità al cento per cento, ogni errore non è altro che verità, in questo modo io me la cavavo, così riuscivo a portarmi avanti e a non interrompere i miei progetti. Questo meccanismo mi tiene in vita, fa sì che io sia compatibile con l'esistenza. Mio nonno aveva sempre detto la verità e aveva sempre sbagliato completamente, come me, come tutti. Siamo in errore quando crediamo di essere nel vero e viceversa. La via dell'assurdo è la sola praticabile.


(Thomas Bernhard, Il freddo, pagg. 55-58, Adelphi editore)

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