Pill 109

Era come se dovessi porre riparo, nello spazio di un'ora, ai miei ventitré anni vissuti con leggerezza e senza amore, e invece di cominciare, come si dice di solito per uno sposo novello, una nuova vita, mi industriassi piuttosto di correggere quella passata. Più di tutto avrei voluto ricominciare dalla nascita. Mi era chiaro che avevo trascurato ciò che è più importante. Troppo tardi. Ero davanti alla morte e davanti all'amore. Per un istante – lo confesso – pensai perfino a una turpe, vergognosa manovra. Potevo mandare un messaggio a Elisabeth che dovevo partire subito per il fronte, così, senza tante complicazioni. Potevo anche dirglielo, abbracciarla, fingere sconforto, disperazione. Fu solo il turbamento di un breve attimo. L'avevo superato subito. Lasciai l'Astoria. Fedele, mezzo passo indietro a me, veniva Jacques.
Quasi davanti all'entrata dell'albergo, proprio quando pensavo di voltarmi per congedarmi definitivamente da Jacques, lo sentii rantolare. Feci appena in tempo a voltarmi e ad allargare le braccia. Il vecchio si afflosciò sulle mie spalle. Il suo mezzo cilindro rotolò giù sul selciato. Il portiere uscì fuori. Jacques era svenuto. Lo portammo nell'atrio. Mandai a chiamare il medico e corsi su a informare Elisabeth.
Era ancora tutta assorta nel suo umorista, beveva tè e s'infilava nella boccuccia rossa delle fettine di pane tostato con la marmellata. Posò il libro sul tavolo e tese le braccia. "Jacques," cominciai "Jacques..." e mi bloccai. Non volevo pronunciare la parola terribilmente definitiva. Ma sulla bocca di Elisabeth guizzava un sorriso voglioso, incurante e lieto che in quel momento credetti di poter scacciare solo con una parola macabra – e così dissi: "Muore!". Lei lasciò cadere le braccia protese e rispose soltanto: "E' vecchio!".
Mi vennero a chiamare, il medico era arrivato. Il vecchio era già nella sua camera, sul letto. Gli avevano sfilato la camicia inamidata. Era apparsa sopra la sua finanziera nera come una lustra corazza di tela. Gli stivali lucidati stavano come sentinelle ai piedi del letto. I calzini di lana, più volte rammendati, giacevano flosci accanto agli stivali. Tanto rimane di un uomo semplice. Un paio di bottoni d'ottone sul comodino, un colletto, una cravatta, stivali, calzini, finanziera, pantaloni, camicia. I vecchi piedi con le dita contorte spuntavano da sotto l'orlo inferiore della coperta. "Colpo apoplettico!" disse il dottore. Era stato appena richiamato, maggiore medico, già in uniforme. La mattina doveva presentarsi all'ospedale dei Gran Maestri dell'Ordine teutonico. La nostra reciproca presentazione, secondo il regolamento militare, accanto a questo moribondo aveva più o meno l'aria di una messa in scena teatrale a Wiener Neustadt. Tutti e due ne provammo vergogna. "Muore?" chiesi. "E' tuo padre" chiese il maggiore medico. "Il nostro domestico!" dissi. Avrei preferito dire: mio padre. Il dottore sembrò averlo notato. "Muore, probabilmente" disse. "Stanotte?". Alzò le braccia con gesto interrogativo.
La sera era scesa di colpo. Si dovette far luce. Il dottore iniettò a Jacques un cardiotonico, scrisse delle ricette, mandò in farmacia. Sgusciai via dalla stanza. Così quatto quatto se ne va un traditore, pensai. Quatto quatto salii anche la scala per andare da Elisabeth, come se temessi di svegliare qualcuno. La camera di Elisabeth era chiusa a chiave. La mia era contigua. Bussai. Tentai di aprire. Aveva chiuso a chiave anche la porta di comunicazione. Riflettei se usare o no la violenza. Ma nel momento stesso già seppi che non ci amavamo. Avevo due morti: il primo era il mio amore. Lo seppellii sulla soglia della porta fra le nostre due stanze. Poi scesi al piano di sotto per veder morire Jacques.
Il buon dottore era ancora là. Si era slacciato la sciabola e sbottonato il giubbotto. C'era odore di aceto, etere, canfora nella stanza e attraverso le finestre aperte veniva il profumo umido, appassito della sera d'autunno. Il maggiore medico disse: "Io resto qui" – e mi strinse la mano. Mandai a mia madre un telegramma per annunciarle che dovevo trattenere il nostro domestico fino alla mia partenza. Mangiammo prosciutto, formaggio, mele. Bevemmo due bottiglie di Nussdorfer.
Il vecchio era là disteso, livido, il suo respiro attraversava la camera come una sega rugginosa. Di tanto in tanto il suo busto si rizzava, le sue mani contorte si aggrappavano alla trapunta rosso scuro. Il dottore inumidiva un asciugamano, ci spruzzava dell'aceto e lo posava sulla testa del moribondo. Due volte salii la scala per andare da Elisabeth. La prima volta tutto rimase tranquillo. La seconda volta la sentii singhiozzare forte. Bussai con più energia. "Lasciami stare!" gridò. La sua voce trapassò la porta chiusa come un coltello.
Dovevano essere all'incirca le tre di mattina, io sedevo rannicchiato accanto al letto di Jacques, il dottore in maniche di camicia dormiva appoggiato alla scrivania con la testa fra le braccia. A un tratto Jacques si sollevò tendendo le mani, spalancò gli occhi e balbettò qualcosa. Il dottore si svegliò subito e si avvicinò al letto. Ora sentivo la vecchia, limpida voce di Jacques: "Per favore, signorino, faccia dire alla signora che io ritorno domani mattina". Ricadde sui cuscini. Il suo respiro si acquietò. I suoi occhi restarono fissi e spalancati, era come se non avessero più bisogno di palpebre. "Adesso muore" disse il dottore, proprio quando io ero deciso a salire daccapo da Elisabeth.
Aspettai. La morta sembrava accostarsi al vecchio solo con estremo riguardo, maternamente, un vero angelo. Verso le quattro di mattina il vento sospinse una foglia di castagno secca e gialla attraverso la finestra aperta. Io la raccolsi e la posai sulla coperta di Jacques.


(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, pagg. 94-97, Adelphi editore)

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