Pill 108

Oggi non so più di che cosa parlammo quel giorno mentre eravamo seduti sul divano, so solamente che ben presto mi alzai in piedi e mi congedai lasciando il mio amico solo e derelitto su quel divano color verde scuro. Tutt'a un tratto non ero più riuscito a sopportarlo, per tutto quel tempo avevo pensato che non ero seduto accanto a un uomo vivo, ma accanto a un uomo morto, morto da tempo, e allora lo lasciai. Mentre ancora mi trovavo nel suo appartamento, lui, le mani giunte tra le ginocchia serrate, incominciò a piangere perché di punto in bianco aveva di nuovo capito perfettamente che era arrivata la fine, e io tuttavia preferii non voltarmi e anzi corsi a precipizio giù per le scale perché non vedevo l'ora di trovarmi all'aperto. Sempre correndo percorsi prima la Stallburgasse, poi la Dorotheergasse e, attraversando lo Stephansplatz, raggiunsi quindi la Wollzeile dove finalmente potei per qualche istante rallentare il passo. Nel cosiddetto Stadtpark, il parco municipale di Vienna, mi misi a sedere su una panchina dove provai, imponendomi mentalmente un ben preciso ritmo respiratorio, a liberarmi di uno stato che era ormai terrificante perché in ogni momento mi sembrava di soffocare. Pensavo, mentre ero lì seduto sulla panchina dello Stadtpark, che con ogni probabilità avevo visto il mio amico per l'ultima volta. Io non credevo che un corpo a tal segno debilitato e nel quale non esisteva quasi più neanche un barlume di vita perché la volontà di vivere era ormai completamente estinta, io non credevo che un corpo così debilitato potesse resistere per più di qualche giorno. E come ad un tratto quell'uomo era rimasto solo, soprattutto da questo mi sentivo profondamente rimescolato. Proprio lui, nato, allevato, cresciuto, diventato adulto, anziano, e poi vecchio come un cosiddetto uomo di mondo. E come io ero arrivato fino a lui, a quest'uomo che mi è stato davvero amico, che così tante volte e in misura così grande ha reso felice la mia esistenza, che non è stata propriamente un'esistenza infelice, ma certo quasi sempre assai penosa. Un uomo che mi ha aperto gli occhi su così tante cose che precedentemente mi erano del tutto estranee, che mi ha indicato strade che prima non conoscevo, che mi ha spalancato porte che prima erano per me ermeticamente chiuse, che mi ha riportato a me stesso proprio nel momento decisivo, quello in cui forse, in campagna, a Nathal, sarei potuto perire. Poiché in effetti prima di conoscere il mio amico, proprio in quel periodo mi è toccato lottare contro una forma di insana malinconia, se non di depressione, che durava ormai da diversi anni, e in quell'epoca io stesso in verità mi ritenevo spacciato, da anni non avevo più scritto niente di importante e quasi sempre cominciavo e finivo le mie giornate con un totale disinteresse per queste stesse giornate. E molto spesso, allora, ero stato sul punto di porre fine ai miei giorni con le mie stesse mani. Per anni e anni non avevo fatto altro che rifugiarmi in una atroce, e intellettualmente micidiale, speculazione sul suicidio, che tutto mi aveva reso insopportabile, ma me stesso più di ogni altra cosa, data la quotidiana insensatezza dalla quale mi sentivo attorniato e nella quale io stesso mi gettavo a capofitto per la mia debolezza in generale, ma più che altro per la mia debolezza di carattere. Già da molto tempo avevo rinunciato a immaginare di poter continuare a vivere o anche solo a vegetare, non riuscivo più a immedesimarmi in uno scopo vitale che m'inducesse a controllarmi, e anzi, non appena mi svegliavo ero inesorabilmente irretito in questo meccanismo di pensieri di suicidio dal quale per tutta la giornata non potevo più liberarmi. In quel periodo ero stato abbandonato da tutti perché io stesso avevo abbandonato tutti, la verità è questa, e li avevo tutti abbandonati perché non li volevo più, non volevo più niente di niente, eppure ero troppo vile per farla finita da solo. E proprio allora, quando probabilmente ero al colmo della mia disperazione, non ho pudore di pronunciare questa parola perché non è più intenzione mentire a me stesso né ingentilire alcunché, non intendo ingentilire una situazione nella quale non c'era niente da ingentilire, e ciò per di più in una società e in un mondo dove tutto viene incessantemente ingentilito nella maniera più disgustosa, proprio allora, dicevo, è comparso Paul, è stato allora che l'ho conosciuto nella casa della nostra comune amica Irina nella Blumenstockgasse. Paul si presentò istantaneamente ai miei occhi come un personaggio così nuovo, diverso, e per di più associato con un nome da me ammirato da decenni più di qualsiasi altro, che subito io ebbi la sensazione di avere davanti a me il mio salvatore. Sulla panchina dello Stadtpark tutto ciò di punto in bianco mi ritornò nitidissimo alla coscienza e non mi vergognai del mio patetismo, e nemmeno delle grandi parole da cui ora mi lasciavo pervadere, grandi, sconvolgenti parole da cui mai in altre occasioni mi ero lasciato pervadere e che ora, cosa inaudita, di punto in bianco mi facevano bene, e io non tentai in alcun modo di diminuirne la forza. Lasciai che tutte queste parole scendessero su di me come pioggia che rinfresca. E oggi penso che le persone che hanno davvero avuto un qualche significato nella nostra vita si possono contare sulle dita di una sola mano e molto spesso è proprio questa mano che si ribella all'idea perversa che una mano intera sia necessaria per enumerare queste persone, quando, a essere sinceri, un solo dito basta e avanza. Uno stato sopportabile che, come sappiamo, con sempre maggiore capacità inventiva man mano che avanziamo negli anni dobbiamo saper produrre ricorrendo, giorno dopo giorno, a ogni possibile e impossibile acrobazia della nostra mente, mente già di per sè strapazzata fino al limite estremo delle sue capacità di sopportazione anche senza tali insane e stravaganti maratone, uno stato sopportabile riusciamo comunque a raggiungerlo di tanto in tanto, e se così non fosse dovremmo darci per vinti, grazie a due o tre esseri dai quali a lungo andare riceviamo non solo qualcosa, ma molto, moltissimo, esseri umani che addirittura in certi momenti e periodi cruciali della nostra esistenza hanno significato tutto per noi e in effetti sono stati tutto, e tuttavia non dobbiamo dimenticare che questi pochi esseri sono perlopiù dei morti, persone spesso defunte da molto tempo, poiché sappiamo per amara esperienza che com'è naturale i contemporanei, e così coloro che vivono con noi o magari al nostro fianco, non possono essere inclusi nella nostra valutazione se non vogliamo correre il rischio di sbagliare grossolanamente, nella maniera più penosa e più ridicola che si possa immaginare, se non vogliamo cioè far la figura dei fessi ai nostri stessi occhi.


(Thomas Bernhard, Il nipote di Wittgenstein, pagg. 104-108, Adelphi editore)

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