Pill 114

E' stata proprio una giornata triste, dissi alla Auersberger quando tutti se ne furono andati, ricordando così Joana ancora una volta. Probabilmente il suicidio è stato per lei la cosa migliore, dissi, probabilmente era il suo momento, è stato meglio così, dissi alla Auersberger, pur essendo perfettamente cosciente dell'imbarazzo che queste mie parole avrebbero creato, nonché della mostruosità di frasi come questa, frasi che spesso si dicono quando uno si suicida. Vogliamo dire qualcosa di adeguato, pensavo in quel momento, invece diciamo qualcosa di assolutamente inadeguato, anzi qualcosa di indecente, di mostruoso, di imbecille. Che cosa mai le avrebbe potuto offrire ancora la vita, dissi poi, e aggiunsi con ciò un'ulteriore indecenza, un'ulteriore mostruosità. Ogni essere umano deve poter fare quello che vuole, dissi ancora, aggiungendo indecenza a indecenza, mostruosità a mostruosità. A quel punto era meglio non dire più niente. Corsi giù per le scale facendo due, tre, perfino quattro gradini alla volta, come se avessi vent'anni di meno. Quando arrivai al pianerottolo giù da basso, mi dissi che era stato insensato salutare la Auersberger con un bacio in fronte come trent'anni addietro, ecco che le ho baciato la fronte, pensavo, proprio nello stesso modo assolutamente insensato di trent'anni fa, proprio come negli Anni Cinquanta; questa circostanza continuò a farmi infuriare lungo tutta la strada che dalla Gentzgasse portava al centro della città. Per vent'anni non ho più visto la Auersberger e in fondo la detesto, come sono costretto ad ammettere davanti a me stesso, e ora per salutarla vado a darle un bacio in fronte. L'hai baciata in fronte, e per fortuna solamente in fronte, continuavo a ripetermi mentre andavo per la mia strada attraversando la città ancora immersa nel buio, e questo fatto continuava a mandarmi in bestia. Pensavo anche che se fossi andato via con gli altri mi sarei risparmiato quella scena penosa. Ma ero stato io a non voler andare via con gli altri, soprattutto avevo voluto evitare di incontrare ancora una volta Jeannie, per di più in strada e in un momento simile, poiché di sicuro lei e io in strada saremmo arrivati a uno scontro tremendo, avrei dovuto dire troppo, rinfacciare troppo, offendere troppo, pensavo, e lo stesso valeva per lei nei miei confronti, e così, malgrado tutto, ho fatto bene a rimanere indietro, trovarmi da solo con la Auersberger era stato comunque un incontro a tu per tu più sopportabile che se mi fossi trovato da solo con Jeannie, un incontro per strada con Jeannie sarebbe stato di sicuro una catastrofe, pensavo, sostare con la Auersberger sul pianerottolo era comunque più sopportabile; adesso però mi rimproveravo di aver dato alla Auersberger un bacio in fronte dopo vent'anni, forse addirittura dopo ventidue o ventitré anni durante i quali non ho provato per lei altro che odio, lo stesso odio con cui ho odiato per tutti questi anni il marito di lei, e mi rimproveravo inoltre di averle mentito dicendo che la sua cosiddetta cena artistica era stata per me un piacere mentre era stata niente di meno che una cosa ripugnante. Per metterci in salvo da una situazione disperata, penso, diventiamo falsi e bugiardi proprio come quelli che accusiamo continuamente di essere falsi e bugiardi e che per questo motivo trasciniamo nel fango e copriamo di disprezzo, la verità è questa; in niente di niente noi siamo meglio delle persone che continuiamo a ritenere insopportabili, disgustose, ripugnanti insomma, persone con cui sosteniamo di voler avere a che fare il meno possibile, mentre a dir la verità abbiamo continuamente a che fare con loro e siamo identici a loro. Rimproveriamo a questa gente tutti gli atteggiamenti insopportabili e disgustosi che si possono immaginare, mentre noi non siamo affatto meno insopportabili e disgustosi di loro, penso. Ho detto alla Auersberger che ero felice di aver di nuovo rapporti con loro, con la coppia Auersberger, e di essere tornato, a distanza di vent'anni, nella loro casa della Gentzgasse e, mentre parlavo, come sono vile, avevo pensato, come sono bugiardo, sono proprio un individuo abietto che non arretra davanti a niente, niente, dico, non mi tiro indietro neanche di fronte alla più vile delle menzogne. Che l'attore del Burg mi era piaciuto, che Anna Schreker mi era piaciuta, che mi erano piaciuti perfino i due scrittori e i due aspiranti ingegneri, questo sono arrivato a dire alla Auersberger stando in piedi con lei sul pianerottolo, mentre gli altri ospiti scendevano le scale e io, che pure li trovavo ripugnanti, mentre loro scendevano le scale ho detto alla Auersberger che mi erano piaciuti molto. Che sono capace di essere perfido e falso fino a questo punto, pensavo, mentre ancora stavo parlando con la Auersberger, che sono capace di mentirle in faccia senza alcun pudore, che sono in grado di dirle in faccia esattamente il contrario di quello che penso solo perché in questo modo riesco a sopportare meglio la situazione del momento, e che sono addirittura arrivato a dirle in faccia che mi dispiaceva di non aver potuto sentire quella sera la sua voce, una delle canzoni di Purcell che lei aveva sempre cantato in un modo così perfetto e meravigliosamente personale, e che, soprattutto, mi dispiaceva di aver interrotto per vent'anni il rapporto con lei e con suo marito, l'Auersberger, affermazione che ancora una volta non era stata altro che una menzogna, e in effetti una delle menzogne più perfide e meschine che in vita mia io abbia detto. E che mi dispiaceva in modo particolare che Joana non avesse potuto essere lì con noi quella sera, avevo aggiunto, e che probabilmente la stessa Joana sarebbe stata contenta che io e gli Auersberger, ora che ero tornato da Londra per un lungo periodo, se non per sempre, riprendessimo a frequentarci, e che eventualmente coltivassimo in futuro il nostro rapporto, riuscii a mentire proprio in faccia alla Auersberger, mentre gli altri ospiti stavano lasciando la casa, come potei sentire da su, mentre ero sul pianerottolo con la Auersberger. Ci è voluta la morte di Joana, Joana si è dovuta ammazzare perché noi ci ritrovassimo, ho poi detto ancora alla Auersberger e l'ho abbracciata in fretta e, come ho già detto, le ho dato un bacio in fronte e sono sceso giù per le scale fino in strada, e da quel momento in poi lungo tutte le strade che percorrevo mi sentivo oppresso dall'aver detto solo menzogne alla Auersberger, e di aver fatto questo, di averle detto solo menzogne nella piena consapevolezza di quello che stavo facendo. La verità è infatti che io odiavo la Auersberger dopo questa cena artistica, la odiavo adesso come in passato, odiavo lei come lui, l'Auersberger, il Novalis delle note che già negli Anni Cinquanta non si era spinto oltre l'imitazione di Webern, li odiavo di un odio ancora più forte, forse, di quell'odio Auersberger, penso, con cui odio i coniugi Auersberger ormai da vent'anni, come penso, perché loro a quel tempo, vent'anni fa, mi hanno perseguitato e braccato in maniera infame, e hanno approfittato di ogni occasione per denigrarmi davanti a tutti, mi hanno fatto veramente del male dopo che io li ho abbandonati per mettermi in salvo e non essere divorato da loro, dopo che io gli ho voltato le spalle e non viceversa, come loro hanno sempre ritenuto e continuano a ritenere ancora oggi, così come hanno ritenuto in questi vent'anni, e come ancora ritengono, che sono stato io a sfruttare loro, che loro mi hanno mantenuto per anni, che loro mi hanno tenuto in vita per anni, mentre invece, a dire il vero, le cose sono andate in modo diverso, cioè sono stato io che ho mantenuto in vita loro, io che li ho salvati, io che gli ho dato una mano, non col denaro, certo, ma pur sempre mobilitando tutte le mie capacità, così è stato e non il contrario, e intanto correvo lungo le strade di Vienna come fuggendo da un incubo, correvo, correvo sempre più velocemente verso il centro della città, e non sapevo, nella mia corsa, perché andassi verso il centro della città mentre sarei dovuto andare nella direzione opposta al centro della città se davvero volevo tornare a casa mia, ma a quel punto, probabilmente, non volevo tornare a casa, ah, se fossi rimasto a Londra un altro inverno, mi dicevo, e si erano fatte le quattro del mattino e io correvo verso il centro della città pur dovendo ritornare a casa, e intanto mi dicevo che sarei proprio dovuto rimanere a Londra, e correvo verso il centro della città e non verso casa e mi dicevo che Londra mi ha sempre portato fortuna mentre Vienna mi ha sempre portato solo sfortuna, e correvo, correvo, come se adesso, negli Anni Ottanta, fuggissi ancora una volta via dagli Anni Cinquanta verso gli Anni Ottanta, verso questi pericolosi, disperati e ottusi Anni Ottanta, e pensavo di nuovo che anziché andare a questa volgare cena artistica meglio avrei fatto a leggere qualcosa del mio Gogol', o del mio Pascal, o del mio Montaigne, e pensavo, mentre correvo, che stavo fuggendo dall'incubo Auersberger, e in effetti con energia sempre maggiore fuggivo dall'incubo Auersberger correndo verso il centro della città, e pensavo, durante la corsa, che questa città che stavo attraversando, per tremenda che mi sembrasse adesso come in passato, era la città migliore per me, che questa Vienna che odiavo e ho sempre odiato era adesso tutt'a un tratto la città migliore, e che le persone che ho sempre odiato e odio adesso e sempre odierò sono tuttavia le persone migliori, che io le odio ma sono commoventi, che Vienna la odio ma Vienna è commovente, che queste persone le maledico ma non posso fare a meno di amarle, e mentre correvo, correvo, giunto ormai nel centro della città, pensavo che questa città è comunque la mia città e che queste persone sono comunque le mie persone e sempre lo saranno, e correvo, correvo, e pensavo che così come sono riuscito a mettermi in salvo da molte atrocità, anche da questa atroce cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse sono riuscito a mettermi in salvo, e su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse io scriverò, pensavo, senza sapere che cosa, semplicemente ci scriverò sopra qualcosa, e correvo, correvo, e pensavo, scriverò subito su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse, non importa che cosa, solo subito, pensavo, immediatamente, continuavo a pensare, e intanto attraversavo di corsa il centro della città, subito e immediatamente e subito e subito, prima che sia troppo tardi.


(Thomas Bernhard, A colpi d'ascia, pagg. 217-222, Adelphi editore)

Pill 113

Finché ero rimasto a Salisburgo, ero sempre sul punto di soffocare, infatti, e in quel periodo avevo un solo pensiero, il pensiero del suicidio; ma per suicidarmi davvero ero troppo codardo ed ero anche troppo curioso di tutto, per tutta la mia vita sono stato di una curiosità spudorata, ciò che mi ha impedito molte volte di suicidarmi, migliaia di volte mi sarei suicidato se non fossi stato trattenuto sulla faccia della terra dalla mia spudorata curiosità. Non c'è stato niente che io abbia ammirato di più in vita mia dei suicidi. Sono migliori di me in tutto e per tutto, questo ho sempre pensato, io non valgo niente e sono attaccato alla vita, per quanto la vita sia abominevole e squallida, ripugnante e meschina, per quanto la vita sia gretta e infame. Invece di ammazzarmi accetto i compromessi più disgustosi, mi abbasso ai livelli più infimi e mi rifugio nella volubilità come in una pelliccia puzzolente ma calda, mi rifugio nella miserabile sopravvivenza! Mi disprezzavo perché continuavo a vivere. Seduto sul ceppo vedevo l'assurdità assoluta della mia esistenza. Mi vedevo andare al cimitero da mio nonno e tornare indietro, dei nostri comuni progetti di viaggio era rimasto un cumulo di terra, una stanza vuota in fondo all'appartamento, i vestiti di mio nonno ancora appesi alla porta e nell'armadio, quei vestiti non erano stati toccati, sulla sua scrivania erano rimasti dei biglietti pieni di appunti relativi alla sua attività di scrittore, ma anche appunti che riguardavano incombenze assolutamente banali come ad esempio: Non dimenticare di attaccare i bottoni alla camicia! Portare le scarpe dal calzolaio! Dipingere la porta dell'armadio! Ricordare a Herta (sua figlia, mia madre) la legna per la stufa! Che cosa significavano adesso quei biglietti? Dovevo sedermi io adesso alla sua scrivania? Non ne avevo alcun diritto, ancora non ne avevo diritto, avevo pensato. Così come non avevo diritto o non avevo ancora diritto di estrsarre i libri dallo scaffale, Goethe, tomo quarto, ad esempio, Shakespeare, Re Lear, Dauthendey, Poesie, Christian Wagner, Poesie, Holderlin, Poesie, Schopenhauer, Parerga e Paralipomena. Non osavo toccare niente in quella stanza. Come se non si potesse escludere l'eventualità che il proprietario e titolare di quella stanza e del suo contenuto, che gli apparteneva in tutto e per tutto, entrasse da un momento all'altro per domandarmi ciò che stavo facendo. Qui lo scrittore misconosciuto e senza successo si era seduto ogni giorno alle tre del mattino per lavorare. Insensatamente, come adesso non poteva sfuggirmi e come neppure a lui era sfuggito allora, pur non avendo detto niente, non a parole comunque, egli era stato costantemente di questa opinione, sotto il peso di questa insensatezza egli aveva forzato la propria disciplina fino al limite estremo, si era creato un sistema che sempre più è diventato il suo personale sistema nel quale io stesso riconosco il mio. Per combattere l'insensatezza, alzarsi dal letto, lavorare e pensare immersi in nient'altro che nell'insensatezza. Avevo adesso il diritto di appropriarmi del suo sistema e di farlo mio? Di fatto però quel suo sistema era stato anche il mio fin dall'inizio. Svegliarsi, cominciare il lavoro e continuarlo fino allo sfinimento, finché gli occhi non possono e non vogliono più vedere, smettere, spegnere la luce, cadere in balìa degli incubi, consegnarsi ad essi come a una cerimonia senza pari. E il mattino dopo far di nuovo la stessa cosa, con la massima precisione, con la massima concentrazione, fingendo che tutto ciò abbia un significato. Seduto sul ceppo, lo Heukareck davanti a me, contemplavo l'infamia di un mondo dal quale mi ero staccato, catapultato fuori con tutte le riserve possibili e immaginabili per poterlo vedere dalla mia angolazione e attraverso il mio obiettivo. Quel mondo era esattamente come mio nonno me lo aveva descritto quando ancora non credevo né ero disposto ad accettare tutto ciò che lui mi descriveva, allora lo ascoltavo ma mi rifiutavo di seguirlo, se non altro nei primi anni, più tardi io stesso ebbi le prove della veridicità delle asserzioni di mio nonno: il mondo è perlopiù nauseabondo, se vi immergiamo lo sguardo, lo immergiamo in una cloaca. Non è forse così? Adesso avevo la possibilità di verificare le asserzioni di mio nonno, ero ossessionato dal bisogno di ottenere nella mia mente le prove che le sue asserzioni erano giuste e rincorrevo ovunque queste prove e davo loro la caccia in tutti gli angoli della città della mia infanzia e nei suoi immediati dintorni. Mio nonno non si era sbagliato riguardo al mondo: il mondo è una cloaca in cui però si sviluppano le forme più belle e più complesse se vi si immerge lo sguardo per un po' di tempo, se l'occhio si abbandona con insistenza a queste visioni microscopiche. La cloaca teneva in serbo, per uno sguardo penetrante, per uno sguardo rivoluzionario, le bellezze della natura. Ma rimaneva una cloaca. E chi vi immerge a lungo lo sguardo, chi ve lo immerge per decenni, si stanca e muore e/o si getta a capofitto nella cloaca. La natura era una natura crudele come lui l'aveva definita, gli esseri umani erano esseri umani disperati e meschini come lui li aveva descritti. Incessantemente io ero alla ricerca di prove che confutassero le sue opinioni, su questo fatto e in questo punto adesso lo smentirò, pensavo, e invece no, nella mia mente le sue tesi venivano di continuo ribadite e confermate. Bastava che lui accennasse a una cosa perché io la portassi alla luce e ne trovassi conferma. Seduto sul ceppo andavo ora alla ricerca delle prove nella mia memoria, per distendermi cercavo di replicare le mie ricerche, di richiamarle ancora una volta alla mente, in questo genere di tentativi avevo ormai acquisito una certa maestria, riuscivo a far riaffiorare il ricordo dove volevo e a verificarlo e riverificarlo. La mia storia era diventata nel frattempo storia universale, con migliaia e migliaia, se non milioni, di dati memorizzati nel mio cervello, dati che in qualsiasi istante io potevo far riaffiorare. Mio nonno mi aveva fatto conoscere la verità, non soltanto la sua verità, anche la mia verità, la verità in generale, e inoltre gli errori abissali insiti in queste verità. La verità è sempre un errore, benché sia verità al cento per cento, ogni errore non è altro che verità, in questo modo io me la cavavo, così riuscivo a portarmi avanti e a non interrompere i miei progetti. Questo meccanismo mi tiene in vita, fa sì che io sia compatibile con l'esistenza. Mio nonno aveva sempre detto la verità e aveva sempre sbagliato completamente, come me, come tutti. Siamo in errore quando crediamo di essere nel vero e viceversa. La via dell'assurdo è la sola praticabile.


(Thomas Bernhard, Il freddo, pagg. 55-58, Adelphi editore)

Obituary - Cause of death (1990)

Cause of death è il secondo album dei floridiani Obituary. Rispetto al debutto il gruppo sostituì bassista e chitarrista solista. Qui vengono illustrati i retroscena dei due cambi di formazione. Con James Murphy gli Obituary fecero un salto di qualità ulteriore (è sufficiente ascoltare la versione demo di Infected per rendersene conto), mai più avvenuto nel corso della loro carriera.
Nessuno ha mai cantato come John Tardy.
Cause of death è stata una delle mie prime esperienze autentiche, verificatasi più o meno nello stesso periodo in cui mia madre mi permise di attraversare la strada da solo. C'era un vigile a fermare le auto e a permettere che camminassi sulle strisce pedonali per poi proseguire lungo un breve tratto di viale alberato fino a raggiungere la scuola elementare.

Allora, dopo l'avvento dello stereo, in casa giravano due walkman a cassetta; uno era un sony nero e trovai delle musicassette tra cui un lato A con diversi brani di Cause of death. Non avrei mai immaginato che un giorno il mio blog avrebbe avuto proprio quel nome, seppur per ragioni diverse. Già allora sapevo che la mia attrazione era per ciò che quel disco conteneva. Gli Obituary hanno avuto per me la stessa funzione di quel vigile, mi fidavo di loro, sono stati una guida, un mezzo con il quale mettermi in contatto con le mie emozioni e apprendere che il dolore non apparteneva solo ad una dimensione intima ma poteva essere espresso, liberato e condiviso.

Quando inserisco il CD sento dentro qualcosa che non riesco a comunicare in forma scritta. Sono indimenticabili brani come Turned inside out, Body bag, Chopped in half, la title-track, Dying, Infected, la splendida cover di Circle of the Tyrants del gruppo che sicuramente li ha influenzati di più, i Celtic Frost. Gli Obituary mi hanno accompagnato lungo la strada, e la morte di Frank Watkins mi crea una sensazione paradossale, come se fosse davvero scomparsa una figura a me vicina. Mi piace ricordarlo così, mentre osserva l'obiettivo con la maglietta dei Godflesh. Ho negli occhi anche il poster del gruppo che mio fratello appese nel '94 dietro al proprio letto: Frank indossava una t-shirt con la scritta "part animal, part machine". Rest in peace.



Pill 112

La catastrofe di Wertheimer ha già avuto inizio nell'istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi a Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente, ad un tratto ciò che Wertheimer aveva sempre saputo fu pronunciato da Glenn a voce alta e devo dire senza alcun preconcetto in quel suo tono tipico canadese-americano, Glenn con quel suo soccombente ha colpito Wertheimer a morte, pensai, non perché Wertheimer abbia udito allora per la prima volta quel concetto, ma perché, pur senza conoscere la parola soccombente, Wertheimer aveva già da molto tempo familiarità con il concetto di soccombente, e però Glenn Gould ha pronunciato la parola soccombente in un momento cruciale, pensai. Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai. Un simile essere umano, messo a confronto con una tale parola micidiale, nel senso che micidiale è il concetto che ad essa corrisponde, ancora non intuisce nulla dell'effetto micidiale di questa parola e del concetto che ad essa corrisponde, pensai. Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccombente ancor prima, comunque, che avesse inizio il corso di Horowitz, pensai, io potrei perfino stabilire l'ora esatta in cui Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccmbente. Noi diciamo una parola micidiale a un essere umano e, com'è ovvio, in quell'istante non siamo consapevoli di avergli detto una parola micidiale, pensai. Wertheimer si è tolto la vita a distanza di ventotto anni da quando Glenn, rivolgendosi a lui nel Mozarteum, gli ha detto che era un soccombente e a distanza di dodici anni da quand glielo ha detto in America. Gli uomini che si suicidano sono ridicoli, diceva spesso Wertheimer, quelli che si impiccano sono i più disgustosi di tutti, diceva anche, pensai, adesso naturalmente ci sorprende che egli parlasse così spesso di suicidio, ma devo dire che ogni volta, ora più ora meno, i suicidi li prendeva in giro, del suicidio e dei suicidi parlava sempre come se questi due concetti non avessero per lui il minimo interesse, come se sia l'uno sia l'altro non potessero riguardarlo in alcun modo. Io ero un uomo da suicidio, questo lo diceva spesso, ricordai sulla strada per Traich, la persona minacciata ero io, lui no di certo. E riteneva anche sua sorella capace di suicidarsi, forse perché meglio di chiunque altro lui era al corrente della sua effettiva situazione, forse perché conosceva perfettamente la sua totale mancanza di prospettive, la conosceva come nessun altro, dal momento che, come spesso diceva, era convinto di vedere in trasparenza la propria creatura. Eppure sua sorella, anziché togliersi la vita, è andata in Svizzera da Duttweiler, si è sposata con il signor Duttweiler, pensai. Wertheimer si è poi tolto la vita in un modo che lui stesso aveva sempre definito ripugnante e disgustoso proprio in Svizzera, e dunque sua sorella, anziché togliersi la vita è andata in Svizzera a maritarsi con quel riccone della chimica di un Duttweiler, mentre lui, Wertheimer, ci è andato per impiccarsi a un albero di Zizers, pensai. Ha voluto studiare con Horowitz, pensai, ed è stato annientato da Glenn Gould. Glenn è morto nel momento per lui ideale, Wertheimer invece non si è tolto la vita nel momento per lui ideale, pensai. Se davvero ritenterò da capo la mia descrizione di Glenn Gould, pensai, dovrò inserirvi anche la sua descrizione di Wertheimer, e c'è da domandarsi chi sarà al centro di questa descrizione, se Glenn Gould o Wertheimer, pensai. Partirò da Glenn Gould, dalle Variazioni Goldberg e dal Clavicembalo ben temperato, ma per quel che mi riguarda Wertheimer avrà in questa descrizione un ruolo decisivo, giacché per me Glenn Gould è sempre stato in qualche modo legato a Wertheimer, e viceversa Wertheimer a Glenn Gould, e forse tutto sommato è stato più importante Glenn Gould per Wertheimer che viceversa. Il vero punto di partenza dovrà essere il corso di Horowitz, la casa dello scultore a Leopoldskron, il fatto che ventotto anni fa, del tutto indipendentemente uno dall'altro, ci siamo avvicinati l'un l'altro in un modo decisivo per la nostra vita, pensai. Il Bosendorfer di Wertheimer contro lo Steinway di Glenn Gould, pensai, le Variazioni Goldberg di Glenn Gould contro l'Arte della fuga di Wertheimer, pensai. Glenn Gould non deve certo ad Horowitz il proprio genio, pensai, ma Wertheimer può senz'altro ritenere Horowitz responsabile della propria distruzione e del proprio annientamento, pensai, perché Wertheimer era andato a Salisburgo attratto dalla fama di Horowitz, senza la fama di Horowitz non sarebbe mai andato a Salisburgo, comunque non ci sarebbe andato quell'anno che per lui è stato fatale. Le Variazioni Goldberg, che pure sono state composte con l'unico scopo di rendere sopportabile l'insonnia di un uomo che ha sofferto d'insonnia per tutta la vita, pensai, hanno tolto la vita a Wertheimer. Composte originariamente per ristorare gli animi, dopo quasi duecentocinquant'anni hanno tolto la vita a un uomo senza speranza, hanno tolto la vita a Wertheimer, pensai sulla strada per Traich. Se ventotto anni fa Wertheimer non fosse passato davanti alla stanza numero trentatré al primo piano del Mozarteum, erano, come ricordo, esattamente le quattro del pomeriggio, ventotto anni dopo egli non si sarebbe impiccato a Zizers nei pressi di Coira, pensai. Fatale per Wertheimer è stato il fatto di essere passato davanti alla stanza trentatré del Mozarteum proprio nel momento in cui Glenn Gould suonava in quella stanza la cosiddetta Aria. Wertheimer mi raccontò la sua esperienza e disse che mentre sentiva suonare Glenn era rimasto in piedi davanti alla porta della stanza trentatré fino alla fine dell'Aria. Allora compresi con chiarezza che cos'è uno shock, pensai adesso. Del fatto che Glenn Gould era stato un cosiddetto bambino prodigio noi due, Wertheimer ed io, non sapevamo nulla, ma se anche ne fossimo stati in qualche modo al corrente, non l'avremmo certo tenuto in gran conto, pensai. Glenn Gould non fu un bambino prodigio, fu fin dall'inizio un genio del pianoforte, pensai, già da bambino andava ben oltre la padronanza tecnica dello strumento. Noi due, Wertheimer ed io, avevamo per così dire le nostre case da isolamento in campagna e da esse scappammo lontano. Glenn Gould si costruì la sua gabbia da isolamento, come chiamava il suo studio, in America nei pressi di New York. Dato che Glenn ha chiamato Wertheimer il soccombente, devo dire che lui, Glenn, era l'inospitale, pensai. E il 1953 devo invece definirlo come l'anno fatale per Wertheimer, perché nel 1953, a Leopoldskron nella nostra casa dello scultore, Glenn Gould ha suonato le Variazioni Goldberg solamente per Wertheimer e per me, e questo è accaduto vari anni prima che egli come si dice diventasse di colpo una celebrità mondiale suonando appunto le Variazioni Goldberg. Nel 1953 Glenn Gould ha annientato Wertheimer, pensai.


(Thomas Bernhard, Il soccombente, pagg. 144-147. Adelphi editore)

Pill 111

Pill 110

EMILIA: Come va ora? Ha l'aria più tranquilla.
DESDEMONA: Dice che tornerà subito. Mi ha ordinato d'andare a letto, e di metterti in libertà.
EMILIA: In libertà?
DESDEMONA: Questo è l'ordine. Cara Emilia, dammi la veste da camera e addio. Non dobbiamo contrariarlo.
EMILIA: Vorrei che non lo aveste mai incontrato.
DESDEMONA: Non io. Lo amo a tal punto che perfino la sua crudeltà, i suoi scatti, i suoi malumori - ti prego, slacciami – li giustifico e apprezzo.
EMILIA: Ho rifatto il letto con i lenzuoli che mi avete detto.
DESDEMONA: Oh non importava... Che idee ci vengono, a volte, Emilia. Se dovessi morire prima di te, ti prego, avvolgimi in uno di quei lenzuoli.
EMILIA: Via, via. Che discorsi.
DESDEMONA: Mia madre aveva una fantesca di nome Barbara. Era innamorata pazza. Ma l'uomo ch'ella amava cambiò idea, e la piantò.
Ella cantava una canzone: la canzone del salice. Una vecchia aria che però esprimeva bene il suo stato d'animo. E morì cantandola. Stanotte quella canzone non vuole uscirmi di mente. Debbo sforzarmi, o mi metterei con il capo piegato da una parte, a cantarla come la povera Barbara. Sbrighiamoci per piacere.
EMILIA: Vado a prendervi la camicia da notte.
DESDEMONA: No. Slacciami qui. Quel Lodovico è molto simpatico.
EMILIA: Un bell'uomo.
DESDEMONA: Parla bene.
EMILIA: Conosco a Venezia una donna che andrebbe a piedi scalzi fino in Palestina, soltanto per essere sfiorata da un suo bacio.
DESDEMONA (cantando):
La cara anima stava desolata.
Tutti, cantate tutti un verde salice.
Stava lì con la testa ripiegata.
Cantate salice, salice, salice.
I ruscelletti le correano accanto,
E parea ripetessero il suo pianto.
(Porgendo ad Emilia qualche indumento) Riponi questa roba. (Riprende a cantare) Cantate salice, salice, salice.
(A Emilia) Presto, ti prego, che fra poco egli è qui. (Riprende a cantare) Le lacrime struggevano le pietre... (Parlando) No, questo verso non sta qui. Ma chi bussa?
EMILIA: E' il vento.
DESDEMONA (riprende a cantare):
Anche il dolor m'è caro ch'ei mi manda.
E salice sarà la mia ghirlanda...
Cantate salice, salice, salice...
(Ad Emilia) Vai, vai, e buon riposo. Ml bruciano gli occhi. Forse è segno che il pianto è vicino.
EMILIA: Ma no. Non significa nulla.
DESDEMONA: L'ho sentito dire... Ah, questi uomini! questi uomini! In coscienza, Emilia, tu credi davvero che ci siano donne che tradiscono i mariti in maniera così sconcia?
EMILIA: Ce ne sono. Ce ne sono. Non c'è dubbio.
DESDEMONA: E tu lo faresti, per tutti i beni del mondo?
EMILIA: Voi non lo fareste?
DESDEMONA: No. Per questa luce di cielo.
EMILIA: Neppure io a questa luce di cielo. Al buio sarebbe meglio.
DESDEMONA: Vuoi dire che per tutti i beni del mondo faresti una cosa simile?
EMILIA: Il mondo è una grossa posta. E' un gran prezzo per un piccolo peccato.
DESDEMONA: Sono sicura che non lo faresti.
EMILIA: E io dico che lo farei. E una volta fatto, lo saprei disfare.
Non lo farei mica per un anello, per qualche metro di batista, o vestiti, gonne, cappelli o altre cose meschine. Ma per tutto il mondo! Che diamine! Chi non metterebbe le corna al marito, per poi farlo diventare re? Io ci rischierei il purgatorio.
DESDEMONA: Ch'io sia maledetta se commettessi una colpa simile, fosse per tutti i beni del mondo.
EMILIA: Perché? La colpa non è altro che una colpa nel mondo. E se aveste tutto il mondo in compenso, la colpa sarebbe dentro un mondo che è vostro, e potreste facilmente aggiustarla.
DESDEMONA: No. Non credo che ci siano donne simili.
EMILIA: A dozzine. Ce ne sono tante quante può contenerne il mondo per amore del quale hanno tradito. La colpa però è dei mariti, se le mogli tradiscono. Sono loro che trascurano i loro doveri, e vanno a versare altrove i nostri tesori. O hanno eccessi di gelosia dispettosa, e ci mettono il freno, o addirittura ci picchiano, e ci puniscono tenendoci a stecchetto. Così anche a noi donne bolle il sangue. E anche se abbiamo molti meriti, abbiamo l'istinto della vendetta. I mariti debbono sapere che le mogli hanno i sensi, né più né meno come loro. Vedono, sentono, odorano, hanno un palato che riconosce il dolce dall'amaro.
Perché allora ci voltano le spalle per altre donne? Per divertimento? Forse sì. E' per la forza delle passioni? Forse sì. O trascinati dalle passioni? Forse sì. Ma anche noi abbiamo desideri, passioni e debolezze. Che diamine! Ci trattino bene, dunque. Altrimenti i peccati che noi commetteremo, saranno i loro stessi peccati ad averceli insegnati.
DESDEMONA: Buona notte, buonanotte. Che il cielo m'insegni a non servirmi del male per farne dell'altro, ma di trarne forza per emendarmi.


(William Shakespeare, Otello – il Moro di Venezia, pagg. 79-82, Tascabili Economici Newton)

Pill 109

Era come se dovessi porre riparo, nello spazio di un'ora, ai miei ventitré anni vissuti con leggerezza e senza amore, e invece di cominciare, come si dice di solito per uno sposo novello, una nuova vita, mi industriassi piuttosto di correggere quella passata. Più di tutto avrei voluto ricominciare dalla nascita. Mi era chiaro che avevo trascurato ciò che è più importante. Troppo tardi. Ero davanti alla morte e davanti all'amore. Per un istante – lo confesso – pensai perfino a una turpe, vergognosa manovra. Potevo mandare un messaggio a Elisabeth che dovevo partire subito per il fronte, così, senza tante complicazioni. Potevo anche dirglielo, abbracciarla, fingere sconforto, disperazione. Fu solo il turbamento di un breve attimo. L'avevo superato subito. Lasciai l'Astoria. Fedele, mezzo passo indietro a me, veniva Jacques.
Quasi davanti all'entrata dell'albergo, proprio quando pensavo di voltarmi per congedarmi definitivamente da Jacques, lo sentii rantolare. Feci appena in tempo a voltarmi e ad allargare le braccia. Il vecchio si afflosciò sulle mie spalle. Il suo mezzo cilindro rotolò giù sul selciato. Il portiere uscì fuori. Jacques era svenuto. Lo portammo nell'atrio. Mandai a chiamare il medico e corsi su a informare Elisabeth.
Era ancora tutta assorta nel suo umorista, beveva tè e s'infilava nella boccuccia rossa delle fettine di pane tostato con la marmellata. Posò il libro sul tavolo e tese le braccia. "Jacques," cominciai "Jacques..." e mi bloccai. Non volevo pronunciare la parola terribilmente definitiva. Ma sulla bocca di Elisabeth guizzava un sorriso voglioso, incurante e lieto che in quel momento credetti di poter scacciare solo con una parola macabra – e così dissi: "Muore!". Lei lasciò cadere le braccia protese e rispose soltanto: "E' vecchio!".
Mi vennero a chiamare, il medico era arrivato. Il vecchio era già nella sua camera, sul letto. Gli avevano sfilato la camicia inamidata. Era apparsa sopra la sua finanziera nera come una lustra corazza di tela. Gli stivali lucidati stavano come sentinelle ai piedi del letto. I calzini di lana, più volte rammendati, giacevano flosci accanto agli stivali. Tanto rimane di un uomo semplice. Un paio di bottoni d'ottone sul comodino, un colletto, una cravatta, stivali, calzini, finanziera, pantaloni, camicia. I vecchi piedi con le dita contorte spuntavano da sotto l'orlo inferiore della coperta. "Colpo apoplettico!" disse il dottore. Era stato appena richiamato, maggiore medico, già in uniforme. La mattina doveva presentarsi all'ospedale dei Gran Maestri dell'Ordine teutonico. La nostra reciproca presentazione, secondo il regolamento militare, accanto a questo moribondo aveva più o meno l'aria di una messa in scena teatrale a Wiener Neustadt. Tutti e due ne provammo vergogna. "Muore?" chiesi. "E' tuo padre" chiese il maggiore medico. "Il nostro domestico!" dissi. Avrei preferito dire: mio padre. Il dottore sembrò averlo notato. "Muore, probabilmente" disse. "Stanotte?". Alzò le braccia con gesto interrogativo.
La sera era scesa di colpo. Si dovette far luce. Il dottore iniettò a Jacques un cardiotonico, scrisse delle ricette, mandò in farmacia. Sgusciai via dalla stanza. Così quatto quatto se ne va un traditore, pensai. Quatto quatto salii anche la scala per andare da Elisabeth, come se temessi di svegliare qualcuno. La camera di Elisabeth era chiusa a chiave. La mia era contigua. Bussai. Tentai di aprire. Aveva chiuso a chiave anche la porta di comunicazione. Riflettei se usare o no la violenza. Ma nel momento stesso già seppi che non ci amavamo. Avevo due morti: il primo era il mio amore. Lo seppellii sulla soglia della porta fra le nostre due stanze. Poi scesi al piano di sotto per veder morire Jacques.
Il buon dottore era ancora là. Si era slacciato la sciabola e sbottonato il giubbotto. C'era odore di aceto, etere, canfora nella stanza e attraverso le finestre aperte veniva il profumo umido, appassito della sera d'autunno. Il maggiore medico disse: "Io resto qui" – e mi strinse la mano. Mandai a mia madre un telegramma per annunciarle che dovevo trattenere il nostro domestico fino alla mia partenza. Mangiammo prosciutto, formaggio, mele. Bevemmo due bottiglie di Nussdorfer.
Il vecchio era là disteso, livido, il suo respiro attraversava la camera come una sega rugginosa. Di tanto in tanto il suo busto si rizzava, le sue mani contorte si aggrappavano alla trapunta rosso scuro. Il dottore inumidiva un asciugamano, ci spruzzava dell'aceto e lo posava sulla testa del moribondo. Due volte salii la scala per andare da Elisabeth. La prima volta tutto rimase tranquillo. La seconda volta la sentii singhiozzare forte. Bussai con più energia. "Lasciami stare!" gridò. La sua voce trapassò la porta chiusa come un coltello.
Dovevano essere all'incirca le tre di mattina, io sedevo rannicchiato accanto al letto di Jacques, il dottore in maniche di camicia dormiva appoggiato alla scrivania con la testa fra le braccia. A un tratto Jacques si sollevò tendendo le mani, spalancò gli occhi e balbettò qualcosa. Il dottore si svegliò subito e si avvicinò al letto. Ora sentivo la vecchia, limpida voce di Jacques: "Per favore, signorino, faccia dire alla signora che io ritorno domani mattina". Ricadde sui cuscini. Il suo respiro si acquietò. I suoi occhi restarono fissi e spalancati, era come se non avessero più bisogno di palpebre. "Adesso muore" disse il dottore, proprio quando io ero deciso a salire daccapo da Elisabeth.
Aspettai. La morta sembrava accostarsi al vecchio solo con estremo riguardo, maternamente, un vero angelo. Verso le quattro di mattina il vento sospinse una foglia di castagno secca e gialla attraverso la finestra aperta. Io la raccolsi e la posai sulla coperta di Jacques.


(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, pagg. 94-97, Adelphi editore)

Pill 108

Oggi non so più di che cosa parlammo quel giorno mentre eravamo seduti sul divano, so solamente che ben presto mi alzai in piedi e mi congedai lasciando il mio amico solo e derelitto su quel divano color verde scuro. Tutt'a un tratto non ero più riuscito a sopportarlo, per tutto quel tempo avevo pensato che non ero seduto accanto a un uomo vivo, ma accanto a un uomo morto, morto da tempo, e allora lo lasciai. Mentre ancora mi trovavo nel suo appartamento, lui, le mani giunte tra le ginocchia serrate, incominciò a piangere perché di punto in bianco aveva di nuovo capito perfettamente che era arrivata la fine, e io tuttavia preferii non voltarmi e anzi corsi a precipizio giù per le scale perché non vedevo l'ora di trovarmi all'aperto. Sempre correndo percorsi prima la Stallburgasse, poi la Dorotheergasse e, attraversando lo Stephansplatz, raggiunsi quindi la Wollzeile dove finalmente potei per qualche istante rallentare il passo. Nel cosiddetto Stadtpark, il parco municipale di Vienna, mi misi a sedere su una panchina dove provai, imponendomi mentalmente un ben preciso ritmo respiratorio, a liberarmi di uno stato che era ormai terrificante perché in ogni momento mi sembrava di soffocare. Pensavo, mentre ero lì seduto sulla panchina dello Stadtpark, che con ogni probabilità avevo visto il mio amico per l'ultima volta. Io non credevo che un corpo a tal segno debilitato e nel quale non esisteva quasi più neanche un barlume di vita perché la volontà di vivere era ormai completamente estinta, io non credevo che un corpo così debilitato potesse resistere per più di qualche giorno. E come ad un tratto quell'uomo era rimasto solo, soprattutto da questo mi sentivo profondamente rimescolato. Proprio lui, nato, allevato, cresciuto, diventato adulto, anziano, e poi vecchio come un cosiddetto uomo di mondo. E come io ero arrivato fino a lui, a quest'uomo che mi è stato davvero amico, che così tante volte e in misura così grande ha reso felice la mia esistenza, che non è stata propriamente un'esistenza infelice, ma certo quasi sempre assai penosa. Un uomo che mi ha aperto gli occhi su così tante cose che precedentemente mi erano del tutto estranee, che mi ha indicato strade che prima non conoscevo, che mi ha spalancato porte che prima erano per me ermeticamente chiuse, che mi ha riportato a me stesso proprio nel momento decisivo, quello in cui forse, in campagna, a Nathal, sarei potuto perire. Poiché in effetti prima di conoscere il mio amico, proprio in quel periodo mi è toccato lottare contro una forma di insana malinconia, se non di depressione, che durava ormai da diversi anni, e in quell'epoca io stesso in verità mi ritenevo spacciato, da anni non avevo più scritto niente di importante e quasi sempre cominciavo e finivo le mie giornate con un totale disinteresse per queste stesse giornate. E molto spesso, allora, ero stato sul punto di porre fine ai miei giorni con le mie stesse mani. Per anni e anni non avevo fatto altro che rifugiarmi in una atroce, e intellettualmente micidiale, speculazione sul suicidio, che tutto mi aveva reso insopportabile, ma me stesso più di ogni altra cosa, data la quotidiana insensatezza dalla quale mi sentivo attorniato e nella quale io stesso mi gettavo a capofitto per la mia debolezza in generale, ma più che altro per la mia debolezza di carattere. Già da molto tempo avevo rinunciato a immaginare di poter continuare a vivere o anche solo a vegetare, non riuscivo più a immedesimarmi in uno scopo vitale che m'inducesse a controllarmi, e anzi, non appena mi svegliavo ero inesorabilmente irretito in questo meccanismo di pensieri di suicidio dal quale per tutta la giornata non potevo più liberarmi. In quel periodo ero stato abbandonato da tutti perché io stesso avevo abbandonato tutti, la verità è questa, e li avevo tutti abbandonati perché non li volevo più, non volevo più niente di niente, eppure ero troppo vile per farla finita da solo. E proprio allora, quando probabilmente ero al colmo della mia disperazione, non ho pudore di pronunciare questa parola perché non è più intenzione mentire a me stesso né ingentilire alcunché, non intendo ingentilire una situazione nella quale non c'era niente da ingentilire, e ciò per di più in una società e in un mondo dove tutto viene incessantemente ingentilito nella maniera più disgustosa, proprio allora, dicevo, è comparso Paul, è stato allora che l'ho conosciuto nella casa della nostra comune amica Irina nella Blumenstockgasse. Paul si presentò istantaneamente ai miei occhi come un personaggio così nuovo, diverso, e per di più associato con un nome da me ammirato da decenni più di qualsiasi altro, che subito io ebbi la sensazione di avere davanti a me il mio salvatore. Sulla panchina dello Stadtpark tutto ciò di punto in bianco mi ritornò nitidissimo alla coscienza e non mi vergognai del mio patetismo, e nemmeno delle grandi parole da cui ora mi lasciavo pervadere, grandi, sconvolgenti parole da cui mai in altre occasioni mi ero lasciato pervadere e che ora, cosa inaudita, di punto in bianco mi facevano bene, e io non tentai in alcun modo di diminuirne la forza. Lasciai che tutte queste parole scendessero su di me come pioggia che rinfresca. E oggi penso che le persone che hanno davvero avuto un qualche significato nella nostra vita si possono contare sulle dita di una sola mano e molto spesso è proprio questa mano che si ribella all'idea perversa che una mano intera sia necessaria per enumerare queste persone, quando, a essere sinceri, un solo dito basta e avanza. Uno stato sopportabile che, come sappiamo, con sempre maggiore capacità inventiva man mano che avanziamo negli anni dobbiamo saper produrre ricorrendo, giorno dopo giorno, a ogni possibile e impossibile acrobazia della nostra mente, mente già di per sè strapazzata fino al limite estremo delle sue capacità di sopportazione anche senza tali insane e stravaganti maratone, uno stato sopportabile riusciamo comunque a raggiungerlo di tanto in tanto, e se così non fosse dovremmo darci per vinti, grazie a due o tre esseri dai quali a lungo andare riceviamo non solo qualcosa, ma molto, moltissimo, esseri umani che addirittura in certi momenti e periodi cruciali della nostra esistenza hanno significato tutto per noi e in effetti sono stati tutto, e tuttavia non dobbiamo dimenticare che questi pochi esseri sono perlopiù dei morti, persone spesso defunte da molto tempo, poiché sappiamo per amara esperienza che com'è naturale i contemporanei, e così coloro che vivono con noi o magari al nostro fianco, non possono essere inclusi nella nostra valutazione se non vogliamo correre il rischio di sbagliare grossolanamente, nella maniera più penosa e più ridicola che si possa immaginare, se non vogliamo cioè far la figura dei fessi ai nostri stessi occhi.


(Thomas Bernhard, Il nipote di Wittgenstein, pagg. 104-108, Adelphi editore)