Taxi Teheran (di Jafar Panahi, 2015)

C'è un tipo di spettatore, spesso blogger, che oltre a non avere idea di cosa sia Yol di Yilmaz Guney (non perdere di vista i riferimenti: le storie si ripetono, la costante è la motivazione che spinge a svelare), ritiene senza ammetterlo che Jafar Panahi sia uno di quei "quattro stronzi che tanto vincono sempre loro i premi dei festival" e di conseguenza dinanzi ad un suo nuovo film si alza in piedi e sancisce che coloro che lo amano lo fanno solo perché commossi dalla sua toccante storia personale, mentre la verità è che nun se po vedè, metacinema un cazzo, storia banale, riprese da villaggio vacanze, noia, tremava pure e attenzione, questa poi è bella, lancia la sua definizione lapidaria: è RADICAL CHIC. Ora intendiamoci, questo film può piacere o meno, ma definire "radical chic" un cineasta vilipeso, circuito, emarginato e condannato da un regime mi sembra a dir poco superficiale. E mi pare che Panahi non abbia assolutamente cercato di dissimulare il fatto che il film sia sceneggiato e non un documentario. Forse qualcuno è rimasto un po' confuso dalla diffusione sempre più imponente di mockumentary.

Chiariamo subito che Taksojuht è un film militante tanto quanto i film precedenti al carcere. E' altrettanto tenero (la bambina – vedi Il palloncino bianco). E' altrettanto duro (Oro rosso, Il cerchio). Afferma senza proferire parola, perché si può mostrare anche suscitando in chi guarda la definizione della parola "negazione". La bambina legge le regole per fare un film. Non c'è bisogno di commento, emerge dietro di esse un modo diametralmente differente di vedere la realtà. Non vi è compiacimento, ma un rigoroso e coerente stile che eleva il cinema a testimonianza (la memory card). Il resto è involucro (la camera), e chi è ottuso vede dietro il pericolo del "sordido realismo" solo la parte esteriore (non puoi girare film per vent'anni) perché non può accedere a quella profonda, né pertanto capirla. E quell'intimità esonda, Panahi ce ne rende partecipi come sempre con umiltà (bisognerebbe vedere tutti i film, bisognerebbe cercare il soggetto di una sceneggiatura fuori casa). 

Potete anche impedirmi di filmare, ma la mia testimonianza resta e si moltiplica: c'è questo nel finale simbolico. E' esattamente come la rocambolesca storia del film, uscito dal paese clandestinamente, in una valigia, e ora visto e rivisto. E' come il miracolo di Yol, che ha mostrato al mondo l'orrore del regime turco. Background differenti ma stesso filtro e risultato. 
Il cerchio è un film che mi ha segnato, ma l'amore che mi ha mostrato Taxi Teheran ha già trovato un posto nel mio intimo.

2 commenti:

M. ha detto...

Mi sono accorto di aver anticipato di due giorni una recensione che racchiude tutti gli stereotipi che ho riportato nel mio commento al film

http://icinemaniaci.blogspot.it/2015/09/taxi-teheran.html

ovvero:
"mockumentary", "diseducazione al cinema", "salotti buoni della sinistra" (ancora queste definizioni nel 2015?), festival di Berlino non ci piace, "meta-cinema maldestro", "stentato avvio post-neorealista" (Il cerchio miei cari non è contato un cazzo, parliamone insieme con i ragazzi iraniani in giro per l'Italia, anzi no, restiamo a casa a elucubrare sul nulla davanti a una tastiera), ammissione del "rifiuto di capire", spettatori ignoranti (tra i quali mi sento orgogliosamente di appartenere) che oltre ad aver perso l'educazione al cinema sono stati ingenuamente ingannati dalla "storia dolorosa" dietro al film.

aggiungo:
"...cinema, elemento scomodo, quindi da abbandonare in uno scantinato buio e da dimenticare". Secondo questa tesi Panahi non è neppure (più) un cineasta, o un cineasta "maldestro" e ruffiano finito nel calderone dei sinistroidi onnipresenti, poveri culturalmente e forieri di un cinema che non è il vero cinema.
Dinanzi a "recensioni" come questa penso che il regime persiano malgrado i limiti evidenti riesce ancora ad attecchire oltre i propri confini.

M. ha detto...

Non farò mai parte di ciò che rivendicate di essere.