Pill 107

Ogni due o tre anni a Wolfsegg un cacciatore si tira un colpo e bisogna cercarne uno nuovo. I cacciatori inoltre non diventano molto vecchi, rimbambiscono presto, avevo detto a Gambetti, e bevono fino ad abbrutirsi. I giardinieri a Wolfsegg sono sempre diventati vecchissimi. Non è raro che un giardiniere abbia raggiunto i novant'anni, i cacciatori se ne vanno quasi tutti a cinquanta, perché non sono più in grado di fare il loro lavoro. Tremano nel prendere la mira e già a quarant'anni rivelano alterazioni dell'equilibrio. Li si trova quasi tutto il tempo in paese, dove se ne stanno oziosamente seduti nelle osterie accanto al fucile senza sicura e, ben in carne, danno fiato ai loro assurdi commenti politici, cosa che spesso degenera in risse che, come sempre in campagna, sfociano, com'è naturale, in veri scontri e finiscono poi con dei feriti, anzi addirittura con dei morti. Son sempre stati i cacciatori a far gazzarra, ad attaccar briga. Se uno non gli andava bene, alla prima occasione semplicemente lo abbattevano a fucilate e in tribunale si difendevano dicendo di aver scambiato la vittima per un capo di selvaggina. La storia giudiziaria dell'Alta Austria è piena di simili incidenti di caccia, che di solito non valevano al colpevole più di una diffida, secono la massima: se un cacciatore ti ammazza, la colpa è tua. I cacciatori, poi, sono sempre stati dei fanatici, avevo detto a Gambetti, in effetti si può dimostrare che le disgrazie del mondo sono imputabili in gran parte ai cacciatori, tutti i dittatori avevano la passione della caccia, avrebbero dato qualsiasi cosa per la caccia, ucciso il loro stesso popolo per la caccia, come abbiamo ben visto. I cacciatori erano i fascisti, i cacciatori erano i nazionalsocialisti, avevo detto a Gambetti. Giù in paese, durante il dominio nazista, erano i cacciatori a dettar legge e sono stati inoltre i cacciatori, alla fin fine, a estorcere a mio padre, per così dire, l'adesione al nazionalsocialismo. Quando il nazionalsocialismo è salito al potere erano loro i più forti, e mio padre il debole che dovette piegarsi al loro volere. Così, per via dei cacciatori, Wolfsegg era diventata senz'altro nazionalsocialista. Mio padre era un nazista per forza, deve sapere, Gambetti, aizzato da mia madre, com'è naturale, che era una nazionalsocialista isterica, durante tutto il dominio nazista, deve sapere, una Donna Tedesca, come lei stessa si è sempre definita. Al compleanno di Hitler, a Wolfsegg si issava regolarmente la bandiera nazista, avevo detto a Gambetti, una cosa rivoltante. Mio zio Georg, infatti, se n'è andato da Wolfsegg soprattutto perché non voleva sopportare e non poteva sopportare il nazionalsocialismo che là si imponeva in tutta la sua violenza. Andò a Cannes, più tardi qualche tempo dopo a Marsiglia e da laggiù lavorò contro i tedeschi. E' la cosa che i miei gli hanno perdonato di meno. Alla fin fine, in effetti, mio padre non era soltanto un nazista per forza, ma uno convinto, e mia madre una fanatica. Quell'epoca è la più ripugnante che Wolfsegg abbia mai vissuto, avevo detto a Gambetti, umiliante per Wolfsegg, mortale per Wolfsegg, che mai nessuno potrà tacere e nascondere, perché è la verità. Quando Le dico che mio padre, solo perché mia madre lo esigeva, invitava a Wolfsegg i gerarchi nazisti, ancora oggi mi corrono i brividi lungo la schiena. Che le cosiddette SA del paese si siano schierate nella corte e abbiano gridato Heil Hitler! Indubbiamente mio padre ha tratto profitto dai nazisti. E quando loro se ne andarono, lui ne uscì indenne, assolutamente indenne. Senza alcun cambiamento, fu il padrone anche per la gente del dopoguerra. Di sua spontanea volontà aveva messo a disposizione dei nazisti, per le loro adunate, la villa dei bambini, lo so, mia madre non dovette neppure incoraggiarlo. Nella villa dei bambini la Gioventù hitleriana trafficava coi suoi lavoretti manuali, là imparava a memoria le sue ottuse canzoni naziste. Dalla villa dei bambini continuò a sventolare anno dopo anno la bandiera con la svastica, finché, completamente battuta e slavata dalle intemperie, non fu ritirata un giorno da mia madre, qualche ora prima che arrivassero gli americani. Ritirando quella croce uncinata si è procurata una distorsione al collo, avevo detto a Gambetti, e da allora ha sempre avuto una sorta di reumatismo cervicale cronico.

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E' assurdo, mi dissi, insegniamo la letteratura tedesca e la poesia tedesca e, siccome siamo megalomani, per giunta anche la filosofia tedesca e pretendiamo di conoscere quella letteratura e quella poesia e quella filosofia o almeno di avere confidenza con essa, e in verità non siamo altro che una parte di quella canaglia di Wolfsegg, della quale abbiamo orrore ogni istante, quando ci pensiamo. Da quell'ignobile inferno di provincia che è Wolfsegg ce ne andiamo a Roma e parliamo con tutti di Schopenhauer e di Goethe e non ci vergogniamo. E' un impulso affatto perverso, mi dissi, quello cui obbediamo. In effetti sto scomponendo e disgregando Wolfsegg e i miei, li sto annientando, estinguendo, e nel far ciò scompongo me stesso, mi disgrego, mi anniento, mi estinguo. Un pensiero, peraltro, avevo detto a Gambetti, che mi torna gradito, la mia autodisgregazione e autoestinzione. Non mi prefiggo altro, per tutta la vita. E se non mi sbaglio, questa autodisgregazione e autoestinzione mi riescono anche, Gambetti. In realtà non faccio altro che disgregarmi e estinguermi, quando mi sveglio la mattina il mio primo pensiero è di farlo, di accingermi con risolutezza alla mia disgregazione ed estinzione. I nostri genitori ci hanno portati da bambini sempre e soltanto sull'orlo dell'abisso, senza mostrarci veramente l'abisso, non ci lasciavano guardare giù, al momento decisivo ci tiravano sempre indietro, cercarono sempre di portarci soltanto e sempre sull'orlo degli abissi, senza mostrarceli, e questo ci ha rovinato.


(Thomas Bernhard, Estinzione, pagg. 149-151; 226. Adelphi editore)

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