Pill 102

Lettera di Annette von Droste-Hülshoff ad Anton Matthias Sprickmann

Questa è una lettera di una ventiduenne e, sia detto solo in secondo luogo, una lettera di Annette von Droste-Hülshoff. Il messaggio di una giovane esistenza femminile che, libera da ogni esaltazione sentimentale, esprime con decisione, quasi con durezza, ciò che, senza un eguale talento linguistico, non può che apparire sempre vago e inconsistente, è più prezioso di una notizia biografica sulla poetessa. Questa lettera è unica, anche fra i tesori della grande epistolografa che fu Annette von Droste. Le cose di cui si parla sono quelle che si avvicinano a chiunque, in età avanzata, s'imbatta una volta, impreparato, in un ornamento, in un balcone, in un libro o altro oggetto a lui familiare nell'infanzia, e lo trovi immutato. E di nuovo avvertirà la nostalgia per ciò che è dimenticato, che notte e giorno se ne sta pronto dentro di lui, nostalgia che non è tanto un richiamare in vita quelle ore infantili quanto un'eco di esse: perché appunto di nostalgia, erano fatte. - Ma questa lettera è anche l'antesignaa d'una poesia "piena di robusta concretezza e dell'odore piacevole e stantio che emana da vecchi cassetti". Nella sua peculiarità, nulla la definisce meglio di un piccolo episodio accaduto in anni tardi nel castello del conte Thurn a Berg. Si voleva allietare la poetessa con il dono di un cofanetto d'avorio, che venne accuratamente svuotato di tutte le sue cianfrusaglie e poi consegnato all'ospite non appena il coperchio fu richiuso. L'omaggiata, impaziente di vederlo di nuovo aperto, ma troppo maldestra per aprirlo, lo strinse tra le mani; come l'ebbe toccato, si spalancò una casellina segreta, di cui nessuno aveva mai saputo nulla per tutti i decenni che il cofanetto era rimasto in casa, e apparvero due incantevoli vecchie miniature. Annette von Droste aveva un'anima di collezionista, certo alquanto strana se nella sua stanza, accanto alle pietre e alle spille, trovavano il loro posto anche nuvole e gridi d'uccelli, sicché il carattere magico e quello pedantesco di tale sua passione si compenetrano con inaudita intensità: "E' una coetanea spirituale della Roswitha di Gandersheim e della contessa Ida Hahn-Hahn", come ha detto Gundolf, intuendo con profondo acume quanto di stregato e insieme di benedetto si celasse in quella vergine vestfalica. - La lettera è giunta probabilmente a Breslavia, dove, a partire dal 1814, viveva Anton Matthias Sprickmann, già poeta nella cerchia dello Hainbund, poi professore a Munster e mentore della giovinetta.

(Walter Benjamin)


O mio Sprickmann! non so come cominciare per non apparirle ridicola; perché è ridicolo davvero quanto ho da dirle. Non posso illudermi; debbo accusarmi di fronte a Lei di una stupida, strana debolezza, che mi amareggia da molte ore; ma non rida, La prego; no, Sprickmann, non c'è proprio niente da divertirsi. Lei sa che io non sono folle; questa mia bizzarra, pazza infelicità non nasce da libri o romanzi, come potrebbe credere il primo venuto. Ma questo nessuno lo sa, Lei solo ne è in parte al corrente, e questo male non mi è stato causato da circostanze esteriori, l'ho sempre portato dentro di me. Quando ero ancora piccolissima (non più di quattro o cinque anni, perché avevo fatto un sogno in cui credevo di averne sette e mi sembrava di essere grande), mi parve di andare a passeggio con genitori, fratelli, sorelle e due amici, in un giardino; non era bello, anzi era un semplice orto, attraversato da un viale diritto, che non finivamo mai di percorrere in salita. Poi diventò simile a un bosco, ma il viale in mezzo rimase e noi proseguivamo sempre. Questo e non altro fu il sogno, eppure restai triste per l'intera giornata e piansi, perché non ero nel viale e non avrei mai potuto andarci. Ricordo anche che un giorno, avendoci mia madre parlato a lungo del suo luogo natio e delle montagne e dei nonni che ancora non conoscevamo, provai un tale desiderio di vederli che quando, alcuni giorni dopo, a tavola, lei per caso nominò i suoi genitori, io scoppiai in violenti singhiozzi, tanto che dovettero portarmi via; ciò accadde prima che avessi sette anni, perché a sette anni conobbi i miei nonni. Le scrivo questi episodi insignificanti solo per convincerla che questa felice inclinazione per tutti i luoghi in cui non sono e per tutte le cose che non posseggo è innata in me e non é stata indotta da circostanze esteriori: così non Le sembrerò tanto ridicola, mio caro, indulgentissimo amico. Una follia che ci è venuta dal buon Dio è sempre meno riprovevole, io penso, di una che ci siamo procurata noi stessi. Ma da qualche anno questo mio stato si è acuito in modo che posso davvero considerarlo un grave tormento. Una sola parola basta per guastarmi tutta la giornata, e purtroppo la mia fantasia ha tante passioni su cui sbrigliarsi che non passa giorno senza che qualcuna sia eccitata con dolorosa dolcezza. Ah mio caro padre, provo un tale sollievo scrivendole e pensando a Lei! Abbia pazienza e lasci che Le scopra del tutto questo mio pazzo cuore, se no non posso riprendermi. Paesi lontani, grandi uomini interessanti, di cui ho sentito parlare, lontane opere d'arte e altro ancora, hanno tutti questo bizzarro potere su di me. Con i miei pensieri io non sono a casa, dove peraltro sto così bene, nemmeno per un istante, e anche quando per intere giornate il discorso non cade su nessuno di questi oggetti, io me li vedo passare davanti agli occhi in ogni momento in cui non sia costretta a impegnare fortemente altrove la mia attenzione; e li vedo con forme e colori così vivaci e così verosimili che mi spavento per il mio povero cervello. Un articolo di giornale, un libro, per quanto mal scritto, che tratti questi argomenti, può farmi venire le lacrime agli occhi; e se qualcuno sa narrare esperienze vissute, se ha viaggiato per quei paesi, se ha visto opere d'arte, se ha conosciuto quegli uomini e sa parlarne piacevolmente e con entusiasmo, oh, amico mio!, allora la mia pace e il mio equilibrio ne sono a lungo turbati, e per più settimane non riesco a pensare ad altro, e se sono sola (specie di notte, quando sto sempre sveglia per qualche ora), posso piangere come una bambina e insieme ardere e delirare, in modo neppure ammissibile per un innamorato infelice. Le mie terre predilette sono la Spagna, l'Italia, la Cina, l'America, l'Africa, mentre paradisi come la Svizzera e Tahiti mi fanno poca impressione. Perché? Non lo so; eppure ne ho letto e sentito parlare molto ma non sono altrettanto vivi in me. Se Le dico che spesso rimpiango spettacoli che ho visto rappresentare e spesso proprio quelli a cui mi sono annoiata di più, o libri che ho letto a un tempo e che non mi sono affatto piaciuti... per esempio, a quattordici anni, ho letto un brutto romanzo, di cui non ricordo più il titolo: comunque, vi si trattava di una torre su cui precipita un torrente, e sul frontespizio un'incisione rappresentava questa torre avventurosa; da un pezzo avevo dimenticato il libro, ma da qualche tempo riaffiora alla mia memoria,non la storia, e neppure il tempo in cui la lessi, e quella miserabile incisione mal disegnata, dove non si vedeva che la torre, diventa per me uno strano miraggio, e spesso desidero ardentemente rivederla: se questa non è follia, la follia non esiste, tanto più che io non sopporto il viaggiare; quando sto lontana da casa una settimana desidero con altrettanto ardore tornarvi, e a casa ogni mio desiderio è prevenuto e esaudito. Mi dica: cosa devo pensare di me stessa? e che devo fare per liberarmi di queste assurdità? Sprickmann mio, temevo di inteneririmi quando ho cominciato a descrivere la mia debolezza; invece scrivendo mi sono fatta animo; mi sembra che oggi resisterei al nemico, se ardisse un assalto. Lei non può immaginare come, quanto al resto, sia felice la mia condizione esteriore; posseggo l'amore dei miei genitori e dei miei parenti. [...] C'é qui adesso da noi una sorella di mia madre, Ludowine, una ragazza buona, calma, intelligente; la sua compagnia mi è assai preziosa, specie per la chiarezza e l'esattezza con cui giudica le cose, riportando spesso alla ragione, senza neppure sospettarlo, la mia povera testa confusa. [...] Addio! E non dimentichi con quanto desiderio attendo una risposta!

La sua Nette


(Walter BenjaminUomini tedeschi, pagg. 73-78, Adelphi editore)

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