Uzak (di Nuri Bilge Ceylan, 2002)

Mahmut è di professione fotografo, circondato da libri, maniaco dell'ordine, tormentato da un topo a cui dà inutilmente la caccia da tempo a costo di seminare una trappola innanzitutto per sé stesso. E' talmente prigioniero della propria apatia che quando ha la possibilità di fotografare un panorama mozzafiato ci ripensa e prosegue, cancellando l'immagine con un colpo di spugna, e Uzak è un capolavoro di immagini che colgono immagini che non si realizzano o che muoiono come quelle in una televisione che propone spazzatura e morte dei sentimenti. 
"La fotografia è morta" esclama in una reunion di intellettuali o simil tali che gli imputano di aver spento gli ideali tra cui realizzare un film come Tarkovskij, a proposito del quale due insoliti Stalker e Zerkalo vengono proiettati ma contrariamente al loro valore appiattiti brutalmente al resto delle immagini vuote e tristi. La mancanza di emozioni spinge al ricorso frustrato ad una pornografia vissuta come peccato individuale. Rispetto alla convenzionale "crisi" che sembra dover essere accostata con naturalezza quasi ineludibile e inconsolabile sempre e solo all'aggettivo "economica", Ceylan al terzo lungo con il suo inconfondibile stile coglie fenditure più profonde e nascoste come la distanza emotiva, una sessualità repressa, taciuta, nascosta. Il personaggio di Mahmut anticipa l'Aydin di Winter Sleep, è un intellettuale abulico e arido che avrebbe il compito di fornire chiavi di lettura e mostrare la via per risollevarsi, ma disattende continuamente il compito proprio nel momento di compierlo. Difronte ad un topo in agonia o alla madre in ospedale non si comporta in maniera tanto dissimile, mentre Yusuf non ha le chiavi di lettura eppure non ha perso la genuina umanità, è in buona fede e non ha davvero mai visto quell'orologio la cui scomparsa presunta gli viene attribuita neanche troppo velatamente. Durante le ricerche Mahmut ha nuovamente l'occasione per riaccendere l'interruttore emotivo, sconfiggere la paranoia, ma preferisce tacere e richiudere la scatola, l'importante non sembra essere la verità dei fatti come (ri)avvicinamento perdipiù famigliare, ma una sterile quanto inutile riaffermazione di chi comanda e chi subisce, uno sprezzante guardare dall'alto verso il basso di chi è nella posizione di poterlo fare. Mahmut ha anche la possibilità di poter parlare all'ex moglie per sconfiggere demoni interiori legati a quella vecchia e dolorosa storia dell'aborto, ma ancora una volta nel momento dell'azione si nasconde e fugge.
Uzak è come dal titolo un film sulla distanza e sulla rinuncia, sull'impoverimento emotivo che conduce ad una inesorabile condizione di solitudine.
Nell'ultima magnifica sequenza Ceylan riesce a canalizzare nella camera il senso di stritolamento intimo contrapposto alla pura contemplazione del paesaggio, alternando campo lungo e inquadratura sulla panchina e zoom progressivo sul volto del protagonista, che accende una sigaretta dal pacchetto rinvenuto in casa e unico segno tangibile rimasto a testimoniare il passaggio evanescente del cugino, che con la sola presenza gli ha dato la possibilità di cambiare senza essere minimamente inteso.

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