Pill 99

Quando Elisabeth si metteva a raccontare della vita che faceva fra Parigi e New York, più che altro di avvenimenti ai quali aveva assistito, dato che non parlava mai della sua vita privata, i suoi amici viennesi o le persone che per caso la stavano a sentire potevano tutt'al più avere l'impressione di affacciarsi per un attimo su un mondo diverso dal loro, scintillante, fascinoso; Elisabeth infatti sapeva raccontare bene e con spirito, ma a casa, con suo padre, quei racconti crollavano miseramente, non solo perché al signor Matrei tutto ciò non interessava affatto, ma perché Elisabeth si accorgeva di avere sì vissuto quegli episodi, ma al tempo stesso di non averli vissuti, perché in quelle storie c'era sempre un che di opaco e di vuoto, e la cosa più opaca era che lei aveva realmente assistito a tutto, ma la sua vita si era svolta à coté, in un modo diverso, e proprio per questo spesso le era sfuggita di mano, come a uno spettatore che va al cinema ogni giorno e si lascia narcotizzare da un mondo diverso dal proprio. Di ciò che realmente la emozionava non parlava mai, non erano cose che si potessero raccontare. Che cosa poteva raccontare, ad esempio, di uno degli ultimi servizi che aveva fatto, quello che le aveva procurato un riconoscimento da lei ironicamente soprannominato il "Leone d'oro", un reportage che come tanti altri affrontava con semplicità il problema dell'aborto, con tutte quelle storie sconvolgenti che tante donne amavano diffondere in tono d'accusa. Questa volta aveva dovuto combattere su un fronte irto di commi e sottocommi, e aveva dovuto intervistare medici e giuristi, tutti specialisti di fama che la pensavano diversamente uno dall'altro, anch'essi però, a suo avviso, non meno approssimativi di quelle donne quando si trattava di rendere esplicito il loro pensiero. Lei sapeva benissimo che, una volta di più, si trattava di un "tema" importante, molto importante, ma quel che ne veniva fuori non aveva nulla a che fare con questo, era soltanto una spaventosa accozzaglia di luoghi comuni che avrebbe potuto inventarsi benissimo a tavolino, e invece Elisabeth, che non credeva più a nessuno, doveva tirarne fuori un reportage con fotografie e testi impressionanti, pur rendendosi conto che tutto ciò non la riguardava, men che mai quelle donne e quei medici, e un giorno, mentre conversava con un ginecologo, una persona elegante e piena di sensibilità, era stata colta ad un tratto da una furia assurda, avrebbe voluto scattare in piedi e gridargli in faccia che andasse pure al diavolo, tanto a lei della sua comprensione e delle sue caute dichiarazioni non gliene importava assolutamente niente. Che cosa le importava di tutte quelle donne con le loro difficoltà, i loro problemi e i loro mariti, e la loro incapacità a dire anche una sola parola autentica sulla propria vita, e a un tratto avrebbe voluto domadare a quel medico: E chi fa mai delle domande a me, chi ne fa mai a qualcuno che si permette di vivere e pensare in maniera autonoma, che cosa avete fatto di me e di tante altre persone con questa vostra pazzesca comprensione per ogni problema? Non è mai venuto in mente a nessuno di voi che si uccidono le persone se gli si toglie la possibilità di esprimersi e quindi di vivere e di pensare a modo loro?
Naturalmente non aveva gridato, al contrario aveva ringraziato con cortesia e poi aveva consegnato un magnifico servizio che le faceva orrore, e quando aveva ricevuto il premio il reportage era già dimenticato e finito nel cestino.

(Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago, pagg. 191-192, Bompiani editore)

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