Pill 100

Es war Mord

Mio padre ha anche questa volta il viso di mia madre, non so mai bene quando è mio padre e quando è mia madre, poi il sospetto prende consistenza, e so che non è nessuno dei due, ma una terza cosa, e così sto a vedere, in mezzo all'altra gente, con una tremenda agitazione, il nostro incontro. Lui dirige una impresa o un governo, allestisce uno spettacolo a teatro, dà ordini di continuo, parla a vari telefoni, e per questo non riesco a farmi sentire, solo nell'attimo in cui si accende un sigaro. Dico: Padre, questa volta parlerai con me e risponderai alle mie domande! Il padre fa cenno di no annoiato, sa bene che quando arrivo gli faccio domande, sta di nuovo telefonando. Mi avvicino a mia madre, ha i pantaloni di mio padre, le dico: Oggi mi parlerai e mi darai una spiegazione. Ma mia madre, che ha anche la fronte di mio padre, e proprio come lui la contrae in due pieghe sopra gli occhi stanchi, pigri, borbotta qualcosa come "più tardi" o "non c'è tempo". Ora mio padre porta le sue sottane, e io dico per la terza volta: Credo che saprò presto chi sei, e già stanotte, prima che sia fatto giorno, te lo dirò. Ma l'uomo si siede tranquillo al tavolo e mi fa segno di andarmene, io però sulla porta, che mi tengono aperta, mi volto e ritorno indietro lentamente. Raccolgo tutte le mie forze e mi fermo davanti al grande tavolo nella sala del tribunale, mentre l'uomo sul tavolo di fronte comincia a tagliuzzare la sua cotoletta sotto il crocifisso. Non dico ancora niente, ma non nascondo il ribrezzo per come infila la forchetta nella composta di frutta e mi sorride gioviale, proprio come al pubblico che deve sgomberare improvvisamente la sala, beve vino rosso, vicino ha già un nuovo sigaro, e io continuo a non dire niente, ma per lui è inequivocabile il significato del mio silenzio, perché questo è il momento. Prendo il primo pesante posacenere di marmo, lo soppeso con la mano, lo sollevo, e l'uomo continua a mangiare tranquillo, miro e colpisco il piatto. All'uomo cade la forchetta di mano, la cotoletta vola sul pavimento, tiene ancora il coltello e lo alza, ma contemporaneamente io alzo già un altro oggetto, dato che ancora non risponde, e miro con precisione nella tazza della composta, ed egli si asciuga con un tovagliolo il sugo dal viso. Adesso sa che non provo più nessun sentimento per lui e che potrei ucciderlo. Tiro una terza volta, miro sempre, miro con precisione, e l'oggetto passa radente sopra il tavolo, tanto che tutto vola via, pane, bicchiere, cocci e un sigaro. Mio padre si tiene il tovagliolo davanti al viso, non ha più niente da dirmi.
E poi?
E poi?
Gli pulisco persino il viso, non per compassione, ma per vederlo meglio. Dico: Vivrò!
E poi?
La gente si è dispersa, non hanno avuto lo spettacolo che si aspettavano, sono con mio padre sola sotto il cielo, e siamo così lontani che si sente risuonare nello spazio:
E poi!
Mio padre intanto si toglie i vestiti di mia madre, è così lontano che non so che costume indossi sotto, cambia costume in un attimo, porta il bianco grembiule del macellaio macchiato di sangue, davanti a un macello alle prime luci del mattino, porta il mantello rosso del boia e sale le scale, è in argento e nero con stivali neri davanti a un filo spinato ad alta tensione, davanti a una rampa di carico, su una torre di guardia, porta i suoi costumi con i frustini, con i fucili, con le pistole per sparare alla nuca, indossa i costumi nella notte più fonda, imbrattati di sangue e orrificanti.
E poi?
Mio padre, che non ha la voce di mio padre, domanda da lontano:
E poi?
E io dico da lontano, perché ci allontaniamo sempre di più, e ancora di più, di più:
So chi sei.
Ho capito tutto.

Malina mi tiene, è seduto sul bordo del letto, e tutti e due non parliamo per un po'. Il polso non batte più veloce, né più lento, non viene il parossismo, non ho freddo, non comincio a sudare, Malina mi tiene e mi tiene, non ci stacchiamo, perché la sua calma è passata in me. Poi mi stacco da lui, metto a posto da sola i guanciali, poso le mani sulle mani di Malina, solo non posso guardarlo, guardo le nostre mani che si stringono sempre più forte, non posso guardarlo.

Io: Non è mio padre. E' il mio assassino.
Malina non risponde.
Io: E' il mio assassino.
Malina: Sì, lo so.
Io non rispondo.
Malina: Perché hai detto sempre: mio padre?
Io: L'ho detto davvero? Come ho potuto dirlo? Non volevo dirlo, ma si può solo raccontare ciò che si vede, e ti ho raccontato esattamente quello che mi è stao mostrato. Ho voluto anche dirgli ciò che ho capito da un pezzo – e cioè che qui non si muore, qui si viene assassinati. Quindi capisco anche perché è potuto entrare nella mia vita. Uno doveva farlo. E' stato lui.
Malina: Quindi non dirai mai più: guerra e pace.
Io: Mai più.
C'è sempre guerra.
Qui c'è sempre violenza.
Qui c'è sempre lotta.
E' la guerra eterna.

(Ingeborg Bachmann, Malina, pagg. 204-207, Adelphi editore) 

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