Lo stato della follia (di Francesco Cordio, 2013)

Francesco Cordio mi ha lasciato penetrare finalmente in quella vergogna criminale che pensavo di aver immaginato a sufficienza, sbagliandomi. Mi sono reso conto infatti che la mia mente pur sforzandosi di concepire le situazioni peggiori non riusciva a oltrepassare un limite inconsapevolmente creato per tutelarmi. 
In Italia ci sono sei ospedali psichiatrici giudiziari, ma questo è un eufemismo: il documento si commenta da solo, mostra, filma, raccoglie, qui non c'è spazio per la demagogia di molti. In cinque OPG su sei non c'è la minima traccia di psichiatria applicata né di criminalità degli internati, piuttosto il contrario: un sistema criminale e malato che produce malattia, degrado, vergogna. Solo un OPG è gestito da personale interamente sanitario e la differenza è evidente.
Lo stato della follia dà voce agli ultimi degli ultimi: storie assurde quanto la legge del periodo fascista rimasta lì immutata per numerosi decenni, e la disumanità a cui si assiste è terrificante. L'immagine dell'uomo che invoca il padre mi ha straziato e rincorso per parecchio tempo. Luigi Rigoni nella sua duplice veste di attore ed ex internato è un elemento chiave perché funge da medium tra racconto e immagini, innescando un doppio canale comunicativo efficace e toccante.
Aggiungo che dall'approvazione della legge che ha istituito le REMS è cambiato pochissimo, ci sono state e continueranno proroghe su proroghe; del resto i manicomi in Italia sono stati chiusi dopo decine di anni e guardando questo documentario ci si rende davvero conto che a volte non sono stati chiusi affatto.

http://www.lostatodellafollia-ilfilm.it/

Uzak (di Nuri Bilge Ceylan, 2002)

Mahmut è di professione fotografo, circondato da libri, maniaco dell'ordine, tormentato da un topo a cui dà inutilmente la caccia da tempo a costo di seminare una trappola innanzitutto per sé stesso. E' talmente prigioniero della propria apatia che quando ha la possibilità di fotografare un panorama mozzafiato ci ripensa e prosegue, cancellando l'immagine con un colpo di spugna, e Uzak è un capolavoro di immagini che colgono immagini che non si realizzano o che muoiono come quelle in una televisione che propone spazzatura e morte dei sentimenti. 
"La fotografia è morta" esclama in una reunion di intellettuali o simil tali che gli imputano di aver spento gli ideali tra cui realizzare un film come Tarkovskij, a proposito del quale due insoliti Stalker e Zerkalo vengono proiettati ma contrariamente al loro valore appiattiti brutalmente al resto delle immagini vuote e tristi. La mancanza di emozioni spinge al ricorso frustrato ad una pornografia vissuta come peccato individuale. Rispetto alla convenzionale "crisi" che sembra dover essere accostata con naturalezza quasi ineludibile e inconsolabile sempre e solo all'aggettivo "economica", Ceylan al terzo lungo con il suo inconfondibile stile coglie fenditure più profonde e nascoste come la distanza emotiva, una sessualità repressa, taciuta, nascosta. Il personaggio di Mahmut anticipa l'Aydin di Winter Sleep, è un intellettuale abulico e arido che avrebbe il compito di fornire chiavi di lettura e mostrare la via per risollevarsi, ma disattende continuamente il compito proprio nel momento di compierlo. Difronte ad un topo in agonia o alla madre in ospedale non si comporta in maniera tanto dissimile, mentre Yusuf non ha le chiavi di lettura eppure non ha perso la genuina umanità, è in buona fede e non ha davvero mai visto quell'orologio la cui scomparsa presunta gli viene attribuita neanche troppo velatamente. Durante le ricerche Mahmut ha nuovamente l'occasione per riaccendere l'interruttore emotivo, sconfiggere la paranoia, ma preferisce tacere e richiudere la scatola, l'importante non sembra essere la verità dei fatti come (ri)avvicinamento perdipiù famigliare, ma una sterile quanto inutile riaffermazione di chi comanda e chi subisce, uno sprezzante guardare dall'alto verso il basso di chi è nella posizione di poterlo fare. Mahmut ha anche la possibilità di poter parlare all'ex moglie per sconfiggere demoni interiori legati a quella vecchia e dolorosa storia dell'aborto, ma ancora una volta nel momento dell'azione si nasconde e fugge.
Uzak è come dal titolo un film sulla distanza e sulla rinuncia, sull'impoverimento emotivo che conduce ad una inesorabile condizione di solitudine.
Nell'ultima magnifica sequenza Ceylan riesce a canalizzare nella camera il senso di stritolamento intimo contrapposto alla pura contemplazione del paesaggio, alternando campo lungo e inquadratura sulla panchina e zoom progressivo sul volto del protagonista, che accende una sigaretta dal pacchetto rinvenuto in casa e unico segno tangibile rimasto a testimoniare il passaggio evanescente del cugino, che con la sola presenza gli ha dato la possibilità di cambiare senza essere minimamente inteso.

Pill 100

Es war Mord

Mio padre ha anche questa volta il viso di mia madre, non so mai bene quando è mio padre e quando è mia madre, poi il sospetto prende consistenza, e so che non è nessuno dei due, ma una terza cosa, e così sto a vedere, in mezzo all'altra gente, con una tremenda agitazione, il nostro incontro. Lui dirige una impresa o un governo, allestisce uno spettacolo a teatro, dà ordini di continuo, parla a vari telefoni, e per questo non riesco a farmi sentire, solo nell'attimo in cui si accende un sigaro. Dico: Padre, questa volta parlerai con me e risponderai alle mie domande! Il padre fa cenno di no annoiato, sa bene che quando arrivo gli faccio domande, sta di nuovo telefonando. Mi avvicino a mia madre, ha i pantaloni di mio padre, le dico: Oggi mi parlerai e mi darai una spiegazione. Ma mia madre, che ha anche la fronte di mio padre, e proprio come lui la contrae in due pieghe sopra gli occhi stanchi, pigri, borbotta qualcosa come "più tardi" o "non c'è tempo". Ora mio padre porta le sue sottane, e io dico per la terza volta: Credo che saprò presto chi sei, e già stanotte, prima che sia fatto giorno, te lo dirò. Ma l'uomo si siede tranquillo al tavolo e mi fa segno di andarmene, io però sulla porta, che mi tengono aperta, mi volto e ritorno indietro lentamente. Raccolgo tutte le mie forze e mi fermo davanti al grande tavolo nella sala del tribunale, mentre l'uomo sul tavolo di fronte comincia a tagliuzzare la sua cotoletta sotto il crocifisso. Non dico ancora niente, ma non nascondo il ribrezzo per come infila la forchetta nella composta di frutta e mi sorride gioviale, proprio come al pubblico che deve sgomberare improvvisamente la sala, beve vino rosso, vicino ha già un nuovo sigaro, e io continuo a non dire niente, ma per lui è inequivocabile il significato del mio silenzio, perché questo è il momento. Prendo il primo pesante posacenere di marmo, lo soppeso con la mano, lo sollevo, e l'uomo continua a mangiare tranquillo, miro e colpisco il piatto. All'uomo cade la forchetta di mano, la cotoletta vola sul pavimento, tiene ancora il coltello e lo alza, ma contemporaneamente io alzo già un altro oggetto, dato che ancora non risponde, e miro con precisione nella tazza della composta, ed egli si asciuga con un tovagliolo il sugo dal viso. Adesso sa che non provo più nessun sentimento per lui e che potrei ucciderlo. Tiro una terza volta, miro sempre, miro con precisione, e l'oggetto passa radente sopra il tavolo, tanto che tutto vola via, pane, bicchiere, cocci e un sigaro. Mio padre si tiene il tovagliolo davanti al viso, non ha più niente da dirmi.
E poi?
E poi?
Gli pulisco persino il viso, non per compassione, ma per vederlo meglio. Dico: Vivrò!
E poi?
La gente si è dispersa, non hanno avuto lo spettacolo che si aspettavano, sono con mio padre sola sotto il cielo, e siamo così lontani che si sente risuonare nello spazio:
E poi!
Mio padre intanto si toglie i vestiti di mia madre, è così lontano che non so che costume indossi sotto, cambia costume in un attimo, porta il bianco grembiule del macellaio macchiato di sangue, davanti a un macello alle prime luci del mattino, porta il mantello rosso del boia e sale le scale, è in argento e nero con stivali neri davanti a un filo spinato ad alta tensione, davanti a una rampa di carico, su una torre di guardia, porta i suoi costumi con i frustini, con i fucili, con le pistole per sparare alla nuca, indossa i costumi nella notte più fonda, imbrattati di sangue e orrificanti.
E poi?
Mio padre, che non ha la voce di mio padre, domanda da lontano:
E poi?
E io dico da lontano, perché ci allontaniamo sempre di più, e ancora di più, di più:
So chi sei.
Ho capito tutto.

Malina mi tiene, è seduto sul bordo del letto, e tutti e due non parliamo per un po'. Il polso non batte più veloce, né più lento, non viene il parossismo, non ho freddo, non comincio a sudare, Malina mi tiene e mi tiene, non ci stacchiamo, perché la sua calma è passata in me. Poi mi stacco da lui, metto a posto da sola i guanciali, poso le mani sulle mani di Malina, solo non posso guardarlo, guardo le nostre mani che si stringono sempre più forte, non posso guardarlo.

Io: Non è mio padre. E' il mio assassino.
Malina non risponde.
Io: E' il mio assassino.
Malina: Sì, lo so.
Io non rispondo.
Malina: Perché hai detto sempre: mio padre?
Io: L'ho detto davvero? Come ho potuto dirlo? Non volevo dirlo, ma si può solo raccontare ciò che si vede, e ti ho raccontato esattamente quello che mi è stao mostrato. Ho voluto anche dirgli ciò che ho capito da un pezzo – e cioè che qui non si muore, qui si viene assassinati. Quindi capisco anche perché è potuto entrare nella mia vita. Uno doveva farlo. E' stato lui.
Malina: Quindi non dirai mai più: guerra e pace.
Io: Mai più.
C'è sempre guerra.
Qui c'è sempre violenza.
Qui c'è sempre lotta.
E' la guerra eterna.

(Ingeborg Bachmann, Malina, pagg. 204-207, Adelphi editore) 

Pill 99

Quando Elisabeth si metteva a raccontare della vita che faceva fra Parigi e New York, più che altro di avvenimenti ai quali aveva assistito, dato che non parlava mai della sua vita privata, i suoi amici viennesi o le persone che per caso la stavano a sentire potevano tutt'al più avere l'impressione di affacciarsi per un attimo su un mondo diverso dal loro, scintillante, fascinoso; Elisabeth infatti sapeva raccontare bene e con spirito, ma a casa, con suo padre, quei racconti crollavano miseramente, non solo perché al signor Matrei tutto ciò non interessava affatto, ma perché Elisabeth si accorgeva di avere sì vissuto quegli episodi, ma al tempo stesso di non averli vissuti, perché in quelle storie c'era sempre un che di opaco e di vuoto, e la cosa più opaca era che lei aveva realmente assistito a tutto, ma la sua vita si era svolta à coté, in un modo diverso, e proprio per questo spesso le era sfuggita di mano, come a uno spettatore che va al cinema ogni giorno e si lascia narcotizzare da un mondo diverso dal proprio. Di ciò che realmente la emozionava non parlava mai, non erano cose che si potessero raccontare. Che cosa poteva raccontare, ad esempio, di uno degli ultimi servizi che aveva fatto, quello che le aveva procurato un riconoscimento da lei ironicamente soprannominato il "Leone d'oro", un reportage che come tanti altri affrontava con semplicità il problema dell'aborto, con tutte quelle storie sconvolgenti che tante donne amavano diffondere in tono d'accusa. Questa volta aveva dovuto combattere su un fronte irto di commi e sottocommi, e aveva dovuto intervistare medici e giuristi, tutti specialisti di fama che la pensavano diversamente uno dall'altro, anch'essi però, a suo avviso, non meno approssimativi di quelle donne quando si trattava di rendere esplicito il loro pensiero. Lei sapeva benissimo che, una volta di più, si trattava di un "tema" importante, molto importante, ma quel che ne veniva fuori non aveva nulla a che fare con questo, era soltanto una spaventosa accozzaglia di luoghi comuni che avrebbe potuto inventarsi benissimo a tavolino, e invece Elisabeth, che non credeva più a nessuno, doveva tirarne fuori un reportage con fotografie e testi impressionanti, pur rendendosi conto che tutto ciò non la riguardava, men che mai quelle donne e quei medici, e un giorno, mentre conversava con un ginecologo, una persona elegante e piena di sensibilità, era stata colta ad un tratto da una furia assurda, avrebbe voluto scattare in piedi e gridargli in faccia che andasse pure al diavolo, tanto a lei della sua comprensione e delle sue caute dichiarazioni non gliene importava assolutamente niente. Che cosa le importava di tutte quelle donne con le loro difficoltà, i loro problemi e i loro mariti, e la loro incapacità a dire anche una sola parola autentica sulla propria vita, e a un tratto avrebbe voluto domadare a quel medico: E chi fa mai delle domande a me, chi ne fa mai a qualcuno che si permette di vivere e pensare in maniera autonoma, che cosa avete fatto di me e di tante altre persone con questa vostra pazzesca comprensione per ogni problema? Non è mai venuto in mente a nessuno di voi che si uccidono le persone se gli si toglie la possibilità di esprimersi e quindi di vivere e di pensare a modo loro?
Naturalmente non aveva gridato, al contrario aveva ringraziato con cortesia e poi aveva consegnato un magnifico servizio che le faceva orrore, e quando aveva ricevuto il premio il reportage era già dimenticato e finito nel cestino.

(Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago, pagg. 191-192, Bompiani editore)