Leviathan (di Andrey Zvyagintsev, 2014)

Leviathan passa in rassegna tutte le accezioni di "potere" assottigliando le distinzioni e annoverandole in un solo, mostruoso corpo che dilania, crea differenze. Il ritmo è torbido, il linguaggio dell'apparato incomprensibile, che sia burocratico, spirituale o giudiziario. 
Si procede per immagini, accostamenti: le Pussy Riot in tv, l'immagine di Putin nell'ufficio del sindaco, la gru che fa a brandelli una baracca che ha un significato solo per tre generazioni di sconfitti, non per i vincitori. La vodka come comune denominatore, solo strumento alienante conosciuto e contemplato.
Il paesaggio inerte come la carcassa.
Kolya è un vero balordo, ma fa tenerezza quando non capisce nulla di ciò che gli viene detto, di ciò che è accaduto e che accade. E' l'immagine dell'impotenza, quella autentica, di chi non ha strumenti neppure per contraddire o esporre la propria verità.
Lilya è la vittima del modo di pensare della convenzione, fedifraga e puttana, punita dunque e insindacabilmente da Kolya, perché tutte le "prove" avvalorano la tesi più comoda e superficiale. 
Più di chiunque vittima è Roma, abbandonato e incapace. In un film che sfuma, depista e non svela fino in fondo lasciando all'immaginazione naturali corsi interpretativi, c'è un momento di una forza disperatamente unica e genuina, quando viene comunicato al ragazzo che sarà adottato. Con spontaneità disarmante Roma associa immediatamente il gesto ad un movente economico: questo è il linguaggio a cui è stato abituato, un linguaggio lontano dall'unico grande assente, quello affettivo.
La desolante fine, unica fine veramente possibile, rimarca esattamente quanto il film espone per l'intera sua durata, come se si ripiegasse su se stesso, come se tutto fosse deliberatamente inciso, tesi ed argomentazione, e dalla negazione emerge prepotente un senso di laicità ostinatamente liberatorio e necessario come una delle poche armi a disposizione per abbattere il mostro.

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