Pill 98

Il mondo era adesso lì innanzi a lui, immerso nel silenzio e dopo tutto il frastuono trascorso era un silenzio quasi incredibile, probabilmente era già notte inoltrata; le stelle ardevano grandi nel loro grande cammino, forti e rassicuranti irraggiavano quiete, perché infondeva quiete il riconoscerle, anche se nonostante la chiarezza del cielo restavano come velate da un'inquietante foschia, quasi che tra il loro spazio e quello del mondo sottostante si fosse interposta una volta di torbido cristallo, dura e impenetrabile e appena aperta allo sguardo, e quasi gli pareva che la demoniaca dissociazione a cui egli era stato sottoposto in precedenza insieme col suo corpo quando giacendo ascoltava e ascoltando giaceva, si fosse proiettata nel mondo esterno, che anzi questa frattura fosse divenuta qui così netta e così smisurata, come egli mai aveva sperimentato per se medesimo. Lo spazio terrestre era in tal modo chiuso e inarcato contro lo spazio stellare, che nulla si avvertiva dell'agognato alito dell'infinito, nemmeno era saziata la sua fame di aria, né poteva essere lenita quella sua pena, poiché il vapore, da cui prima la città era stata avvolta, ora, nonostante la brezza della sera, non si era dissolto, ma, a mala pena disperso, si era invece mutato in una specie di febbrile trasparenza, e quasi sotto la pressione dell'isolamento del mondo, era stagnato in una specie di opaca gelatina, che immota e immobile era sospesa nell'aria, più calda dell'aria, e nella sua irrespirabilità quasi altrettanto soffocante che l'afa dentro la stanza. Spietatamente l'irrespirabile era separato dal respirabile, spietatamente impenetrabile era la volta di oscuro cristallo tesa sopra la terra, una parete ermetica per l'atrio delle sfere, per l'atrio del respiro, per l'atrio dei mondi in cui egli si trovava, tenuto in piedi e sostenuto dalla ferrea mano, e mentre prima, aderendo alla superficie terrestre e disteso sui campi di Saturno, egli stesso era stato il confine tra l'alto e il basso, partecipe di entrambe le zone e intessuto in entrambe, ora egli le attraversava come una anima singola destinata a crescere, la quale nella sua singolarità e nella sua solitudine sa che se vuole scandagliare le profondità dell'alto e del basso deve ascoltare se stessa: una partecipazione immediata alla grandezza delle sfere è negata a colui che sta nuovamente nel tempo terrestre, in mezzo allo sviluppo umano e terrestre; solo col proprio sguardo, solo col proprio sapere egli può penetrare attraverso l'immensa separazione delle sfere, solo con la domanda del suo sguardo egli può abbracciarle e riunirle, solo per la domanda e nella domanda della sua ricerca egli può restaurare la contemporaneità e l'unità del mondo e delle sue sfere, solo nel fluente cerchio della domanda egli attua il presente della propria anima, la più intima e terrestre necessità, il dovere della conoscenza che è il suo compito fin dall'origine.

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Oh, fiducia dell'uomo che sa che nulla è avvenuto invano, che nulla avviene invano, anche se conosce soltanto delusione, anche se nessuna via lo porta fuori dalla fitta selva; oh, fiducia che sa anche dove il male germoglia, cresce il profitto della conoscenza e dell'esperienza, poiché tale accresciuta conoscenza resta nel mondo, poiché resta nel mondo la fredda e limpida eco dell'assoluta necessità, verso la quale l'opera dell'uomo può aprirsi una via ogni qualvolta egli segua la necessità determinata dalla conoscenza e giunga a una prima illuminazione della terrestrità e del sonno terrestre del gregge. Oh, fiducia colma di fiducia, non irraggiata dall'alto del cielo, bensì terrestramente sorta nell'anima umana in forza del suo dovere della conoscenza: non dovrà trovare questa fiducia, se mai è adempibile, anche il suo avveramento su questa terra? Ciò che è necessario si compie sempre nella terrestrità; il fluente cerchio della domanda potrà concludersi sempre e soltanto su questa terra; e anche se il compito della conoscenza molto spesso si innalza al di là dei limiti della terra, anche se è dovere della conoscenza di riunire le separate sfere dell'universo, non può esservi vero compito che non si diparta da questa terra, non può esservi compito che non abbia su questa terra le proprie radici e con le radici la possibilità della sua risoluzione.

(Hermann Broch, La morte di Virgilio, pag 133-134 e 142, Feltrinelli editore)

Leviathan (di Andrey Zvyagintsev, 2014)

Leviathan passa in rassegna tutte le accezioni di "potere" assottigliando le distinzioni e annoverandole in un solo, mostruoso corpo che dilania, crea differenze. Il ritmo è torbido, il linguaggio dell'apparato incomprensibile, che sia burocratico, spirituale o giudiziario. 
Si procede per immagini, accostamenti: le Pussy Riot in tv, l'immagine di Putin nell'ufficio del sindaco, la gru che fa a brandelli una baracca che ha un significato solo per tre generazioni di sconfitti, non per i vincitori. La vodka come comune denominatore, solo strumento alienante conosciuto e contemplato.
Il paesaggio inerte come la carcassa.
Kolya è un vero balordo, ma fa tenerezza quando non capisce nulla di ciò che gli viene detto, di ciò che è accaduto e che accade. E' l'immagine dell'impotenza, quella autentica, di chi non ha strumenti neppure per contraddire o esporre la propria verità.
Lilya è la vittima del modo di pensare della convenzione, fedifraga e puttana, punita dunque e insindacabilmente da Kolya, perché tutte le "prove" avvalorano la tesi più comoda e superficiale. 
Più di chiunque vittima è Roma, abbandonato e incapace. In un film che sfuma, depista e non svela fino in fondo lasciando all'immaginazione naturali corsi interpretativi, c'è un momento di una forza disperatamente unica e genuina, quando viene comunicato al ragazzo che sarà adottato. Con spontaneità disarmante Roma associa immediatamente il gesto ad un movente economico: questo è il linguaggio a cui è stato abituato, un linguaggio lontano dall'unico grande assente, quello affettivo.
La desolante fine, unica fine veramente possibile, rimarca esattamente quanto il film espone per l'intera sua durata, come se si ripiegasse su se stesso, come se tutto fosse deliberatamente inciso, tesi ed argomentazione, e dalla negazione emerge prepotente un senso di laicità ostinatamente liberatorio e necessario come una delle poche armi a disposizione per abbattere il mostro.