Pill 97

La notizia giunse in mattinata. La portò uno della polizia. Richard non era in casa; era andato da Karl: magari là sapevano qualcosa; senza speranza, certo, ma non ce la faceva a stare in casa.
Sì, naturalmente si era cercato subito di rianimarlo, la signora Hieck poteva starne sicura, niente era stato trascurato. Adesso – l'uomo della polizia stentò a riferirlo – era all'obitorio. Purtroppo. Così giovane. Una disgrazia.
Le due donne ascoltarono la notizia. Cercarono di comprendere, ma non sapevano. Katharine Hieck strinse la mano che veniva tesa, e disse "Grazie". Quello domandò se poteva fare qualcosa, se volevano andare con lui... era necessario, purtroppo. Katharine Hieck rispose ancora una volta "Grazie", e tornò nella stanza dove il letto era rimasto così come Otto l'aveva lasciato. Cominciò a rifarlo, senza una parola.
L'uomo e Susanne erano ora di fronte, muti. E poi Susanne si coprì il viso con le mani, si voltò e corse nella sua stanza, dove si lasciò cadere sull'inginocchiatoio e torcendosi le mani e con la testa di sbieco si abbandonò a una preghiera balbettante e furiosa, rotta da gridi via via più selvaggi: "Dio abbi pietà della sua povera anima". Per le porte aperte l'acuto strillare giungeva fino in anticamera, dov'era rimasto il funzionario, incerto sul da farsi. Fu oltremodo lieto quando Richard arrivò.
Richard era senza fiato, aveva già saputo, la notizia si era diffusa. La comunicazione ufficiale non era che una dolorosa conferma. "Vengo subito con lei", disse e andò dalla mamma. La mamma aveva rifatto il letto, si guardava intorno nella stanza e riponeva con cura nell'armadio tutte le cose sparse di Otto. Dalla tasca di un paio di calzoni cadde un grimaldello, lo prese e lo mise nel cassetto di Otto, fra i suoi arnesi da pittore.
"Mamma" disse Richard.
Lei non si interruppe, e spazzolando un vestito disse, come se si trattasse di una cosa poco importante: "Otto è morto".
Richard la prese per le spalle: "Mamma". E solo allora si sciolse la rigidità dei suoi gesti, si sciolse in quel lamento animale a cui si abbandona una creatura umana quando la morte le ha strappato un pezzo di carne. Perché la dignità e la sublimità della morte nascono direttamente dalla sfera animale, e severo e possente è l'istinto animale dell'umanissimo lamento della madre; e mentre si tenevano abbracciati era lo stesso pezzo di animalità che un giorno ella aveva partorito quello cui tanto tenacemente ora si attaccava, ed era il corpo che lo aveva espulso quello sulla cui testa egli ora si chinava a baciarne con la bocca stravolta dal dolore i biondi capelli.
"Adesso vado da lui", disse Richard, "E tu vieni da Susanne". Lei acconsentì con un cenno del capo.
Susanne era ancora in ginocchio e non cessava le lamentazioni. E benché cose più importanti urgessero, Richard si stupì che nel mondo di Susanne e nel suo sistema perfino la morte si inserisse legittimamente. Tuttavia afferrò bruscamente per il braccio la sorella che pregava:
"Non vuoi curarti della mamma, finalmente?".
Susanne rivolse loro un volto estatico e pieno di lacrime:
"Mamma, prega con me".
Forse era ingiusto, ma il contegno di Susanne gli appariva come se lui, ora, si fosse messo a fare calcoli di matematica, quasi che quella di sua sorella fosse una vera e propria attività professionale; ma giusto o ingiusto, forse solo per sfogo alla sua tremenda tensione e alla stanchezza, la assalì con parole dure: "Ai tuoi passatempi personali potrai dedicarti dopo; fai un caffé forte alla mamma, altrimenti crolla... non avete dormito né tu né lei e non avete fatto colazione; farà bene anche a te.
Aveva ragione. Katherine Hieck ora singhiozzava come un bambino inerme; singhiozzava per il figlio perduto, ma singhiozzava anche per la propria esistenza mancata, che andava in frantumi prima ancora che fosse cominciata la vita vera. E le sembrava che Otto fosse dovuto morire solo perché egli stesso era un pezzo di una vita mancata.
Richard andò col funzionario alla polizia e all'obitorio.
Là era disteso Otto, in quell'ambiente spoglio e un po' grigio, dall'odore, a un sol tempo, di igiene e di decomposizione, di calce fresca e di cloaca. Tre tavoli con supporti di pietra e levigate lastre di marmo erano nel mezzo, come altari. Su uno giaceva un corpo nudo e abbronzato, i fianchi coperti da una striscia di tela. Gli altari numero due e numero tre erano vuoti. A una parete gocciava l'acqua di un rubinetto.
Dalle due grandi finestre in alto cadeva su Otto una gialla luce di sole. Sì, era Otto, non c'erano dubbi per il riconoscimento. Era rimasto poco tempo nell'acqua, e non era quasi mutato; il corpo pareva un po' gonfio, ma sul torace le costole continuavano a vedersi come prima, in vita; soltanto restavano immobili. Otto era diventato una cosa, immobile – era così, non respirava. La posizione non era ancora quella canonica dei cadaveri, la testa era un po' reclina e dagli occhi semiaperti il bianco sembrava lanciare un obliquo sguardo in alto... Il cieco sguardo della morte, che tutti loro possedevano già da vivi. Otto era tornato dai suoi padri.
Era una morte reale, non apparente, una morte reale come reale era stata la vita di Otto. Si poteva ancora chiamare Otto questo corpo esanime? Ma, di fronte a questa morte, cominciò in Richard qualcosa a vivere. Era la stessa sensazione provata una volta, quando aveva visto davanti a sé il padre morto. Ora ricordava come quella volta (era ancora giovane) aveva sentito paura davanti a quel corpo senza vita – un po' anche perché gli avevano insegnato che davanti a un morto bisognava chiedergli perdono di tutto il male compiuto – e ricordava che era nata da quella paura, forte benché cercasse di nasconderla, la domanda se egli fosse complice di quella morte inesorabile e incomprensibile: complice per indifferenza o per un non-voler-sapere, complice per ostinazione nella propria cattiva solitudine; e già quella volta lo aveva assolto la viva voce della coscienza. E anche ora che la domanda tornava analogamente a porsi, se fosse stato un fratello cattivo, incapace di comprensione, un fratello che avrebbe potuto, con una previdenza maggiore, impedire quella disgrazia, anche ora la voce della vita si presentava, più chiara e distinta che nella prima giovinezza, a dirgli: sì, anche se tu gli avessi fatto dei torti, torti per amore della conoscenza, anche se tu, per amore del tuo fine, fossi stato scarso di quell'aiuto che si aspettava da te, anche in quel caso la tua non sarebbe una colpa. Perché contro la morte nessuna forza umana può fare niente; e tu non puoi morire la morte degli altri prima di aver regolato i conti con la tua propria morte. Così parlava la voce interiore della sua vita che si destava, e diceva parole davvero plausibili e ragionevoli; e tuttavia non sarebbe stata convincente se non ci avesse vibrato dentro qualcosa di più remoto e di più grande, qualcosa di essenziale, che nonostante la lontananza sembrava assai vicino e ricordava il tono della voce di Weitprecht, prossimo a morire la sua morte, un tono di voce in cui suonavano un po' di furbizia e un po' di saggezza.
Ma quando Richard si avvicinò a prendere la mano del morto, in un gesto di congedo forse convenzionale, nello scambio del perdono, e quando tenne nella propria la sua mano irrigidita, ecco che dagli abissi animali dell'essere vennero le lacrime; ed egli non se ne vergognò, ma lasciò che scorressero liberamente. E se era la sua esistenza animale, che in tale forma levava il suo grido, che in tale forma aveva il diritto di levare il suo grido afono e pur liberatore, ecco che il desiderio di un taglio netto, che separasse la testa pensante dal tronco animale, d'improvviso si era spento; non solo non era più presente, ma era stato tolto via in un gesto di liberazione, senza che si sapesse che cosa fosse stato tolto via; e però era liberazione da un incubo:
perché nell'animalità, che ora aveva levato il suo grido, e nella paura, il cui grido attraversa come un brivido ogni animalità, si era fatto strada un sapere che dall'animalità era portato e tuttavia superava la paura; un sapere strano e unico, che non trovava posto in alcun sistema e restava quasi indimostrabile; un sapere del tutto isolato che era tuttavia vita e conoscenza, e in egual misura alimentato dall'animalità e dalla conoscenza. Certo, si poteva credere che questo sapere investisse soltanto Otto; si poteva credere che fosse soltanto l'essere di Otto, come era esistito e come forse continuava ad esistere, che in questo modo veniva compreso e riconosciuto; ma era un sapere che oltrepassava di molto Otto e la morte di Otto, e abbracciava il mondo nella sua totalità essendo – benché indimostrabile, benché isolato – univoco, chiaro e preciso, liberato da ogni ambiguità di significati, liberato dai lampi intermittenti dell'ardente oscurità. L'epifania non durò a lungo, naturalmente, e presto tornò a scomparire – era forse durata solo un secondo -, ma come ogni verità era, indipendente dal tempo, indipendente dalla durata, indelebilmente presente; non un sogno, ma un'indelebile consapevolezza dell'aspaziale spazio cosmico di ogni anima. Era conoscenza, oh, non si poteva altrimenti chiamarla che conoscenza, dato che traeva la sua origine dall'arricchimento del mondo e da quell'essere-aperti nei confronti del mondo, che è la sola cosa che permetta l'arricchirsi del mondo; ma era una conoscenza di suono assolutamente solitario. Conoscenza che solo a se stessa si richiamava, solitaria nel suono della morte come la morte stessa da cui traeva origine; e tutto abbracciava come la morte, che è staccata da ogni vita e pure è il fine di ogni vita, abbracciandola nella sua totalità; perché è l'evidenza in sé che dalla morte trae origine; non è più questo o quel sapere logico, non è nemmeno il sapere che all'essere di questa o quella persona morta si riferisca, si chiami Otto o in qualsiasi altro modo, ma è la semplice e grande conoscenza dell'essere in sé, indipendente da ogni contenuto dell'essere, vincolata a ogni essere, vincolata a ogni vita, che tutto abbraccia nella sua semplicità e nella solitudine del sentimento, evidenza ultima della logicità che solo su questa base trova la sua giustificazione. E davanti al fratello morto, Richard, colmo delle lacrime che gli salivano dentro, sapeva ormai che questa conoscenza era l'amore, e che l'amore stesso non è che conoscenza.
Oh, vita, nuvola della vita, fremente e foriera di tempeste, che passa in un rombo, santa.
Anche la scienza è santa, anch'essa partecipa della santità della vita. Prosegua pure il suo lavoro, aveva detto la voce rotta di Weitprecht. Ma la santità della morte è l'amore: solo la morte e la vita insieme formano la totalità dell'essere, e la conoscenza della totalità riposa nella morte.

(Hermann Broch, L'incognita, pagg. 177-182. Editori riuniti)

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