Pill 96

Piedi in pantofole strascicate, una vestaglia da camera lunga e grigia buttata sulle spalle, una cintura non allacciata sul davanti, capelli bianchi arruffati, baffi cadenti, senza tintura, grigi, stopposi, pesanti borse sotto occhi terrorizzati, zigomi segnati dalla morte, labbra blu sbarrate dalla paura, che non nascondevano più gli orribili denti d'ora: ciò che uscì barcollando dalla porta, quel vecchio, era mio padre.
"Tu?" chiese una voce rantolante.
"Io" rispose un'altra voce, rotta e metallica.
Il sangue mi scorreva lentamente lungo la guancia, il colletto, il vestito e gocciolava sul legno del pavimento.
Mi avvicinai al biliardo, il manubrio levato e ordinai al vecchio: "Vieni".
Dov'era il generale? Il dominatore, sul campo di manovra e nel mondo, che camminando faceva tintinnare le medaglie? Un vecchio in vestaglia da camera, fissando con l'occhio intontito l'arma nella mia mano, il sangue sul suo viso, obbedì senza parlare e si fermò a distanza, tremante.
Battei un piede: "Vieni".
Il corpo di mio padre era scosso da brividi di febbre. Sembrava un uomo che lotta contro un incubo. Si piegò, cercò di dire qualcosa, ma non riuscì a pronunciare una sola parola, un solo suono.
Un'ebbrezza divina scuoteva l'intero mio essere. Ah! Aspettavo il grande segnale. Levavo sempre più in alto, sempre più in alto la mano col manubrio. Mio padre mi guardava con occhi spalancati. Continuava a non dire una parola.
Il mio stato ipnotico era così intenso che lui non allontanava lo sguardo da me e nemmeno correva alla porta, cosa che sarebbe stata facile per lui. Piegai il braccio all'indietro per prendere la rincorsa e poi successe qualcosa di folle.
Un ritmo che non riuscivo a dominare s'impossessò delle mie gambe. Con un gesto imperioso tesi in avanti il braccio disarmato. Mio padre si piegò ancora di più, si riparò la nuca con entrambe le mani e io, io lo inseguii a passo regolare, un giro dopo l'altro intorno al tavolo da biliardo.
Sbuffava davanti a me, e io gli andavo dietro, muovendo le gambe al tempo di questa sinistra marcia di trionfo, mai diminuendo né aumentando la distanza che ci separava, la mano con l'arma levata, gettando il capo all'indietro in una specie di incosciente entusiasmo.
Il respiro della preda si fece sempre più asmatico. La vestaglia da camera, slacciata, con le maniche ampie, gli scivolava sempre più sulle spalle e alla fine gli cadde di dosso.
Non era più un ufficiale.
Di fronte a me c'era un vecchio nudo, con la schiena incurvata dalla paura, malfermo sulle gambe.
"La verità", pensai, "la verità".
Assaporando il segreto trionfo di quel ritmo incomprensibile, avanzavo tenendo sempre la mano levata.
Non so quanto durò quella caccia intorno al tavolo.
L'altro prese dapprima una pantofola, poi l'altra, alla fine barcollava davanti a me completamente nudo.
Non mi fermavo. Sapevo che la magia nera non può affievolirsi.
All'improvviso il vecchio nudo si fermò, si girò verso di me e cadde sbuffando sulle ginocchia. Nelle sue mani levate in segno di preghiera si leggeva l'invito: "Fallo, svelto!".
Quello che s'inginocchiò davanti a me non era un uomo di cinquantanove anni, ma un vecchio di ottanta.
Follia, insopportabile trionfo.
E adesso?
"Non volevo che mio padre s'inginocchiasse davanti a me. Non doveva farlo. E' il papà questo? Non lo so. Ma non ammazzerò questo vecchio malato, dato che non ne sono sicuro".
Dolore, compassione!
Mio padre era sempre in ginocchio davanti a me. Ma cosa c'è ovunque, per terra, in larghe macchie...Sangue. Che cosa ho fatto? E' il suo sangue? Ho versato il suo sangue? Dio! Che cos'è? No, no! Grazie, grazie! Non sono un assassino. E' il mio sangue e l'ha versato lui. Il mio sangue! Eppure no. Mistero! Il suo sangue, il nostro sangue per terra!
In quel momento ebbi una visione, un pensiero che ora non posso rivelare.
Aiutai il generale ad alzarsi e gli buttai la vestaglia sulle spalle.
"Va' a dormire!"
Quelle furono le uniche parole pronunciate in quell'ora notturna.
Più tardi, sulla strada, scagliai lontano da me il manubrio e con esso la mia infanzia malata.

(Franz WerfelIl colpevole non è l'assassino, ma la vittima. Pagg. 121-124, Guanda editore)


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