Pill 95

Nessuna vendetta è più inebriata che quella con cui il senso accumulato d'inferiorità si vendica degli antichi valori. Non era solo il partito della gioventù che aveva spezzato la resistenza dell'età. Era la città di provincia che aveva sconfitto la metropoli, la plebe senza storia che aveva vinto lo spirito della storia, lo sport la scienza, l'anima analfabeta di stamane la superbia di una cultura acquistata nei secoli, l'istinto tribale del selvaggio la scrupolosa coscienza della libera personalità.
Ma la cosa strana era che non solo i giovani e le femmine isteriche si contorcevano nella nube sanguigna dell'ebbrezza di massa. Vidi uomini come me, anziani e vecchi, che non appartenevano affatto alla schiera dei vincitori, prorompere in grida degne di un derviscio e battere le braccia come se fossero ali tarpate. La cosa più strana, più incomprensibile, però, ero io stesso per me. Di fronte a quell'agenzia turistica la folla ondeggiante era caduta in preda ad un religioso silenzio. Qualcuno teneva un discorso, con suoni prolungati e languidi, come uno sciamano ossesso. Donne cadevano improvvisamente in ginocchio, tendevano le braccia al cielo e adoravano il drago. Accanto a me una vecchietta, che probabilmente non capiva affatto quel che avveniva, scoppiò in un pianto dirotto. E allora avvenne. Mi afferrò. Al di là di qualsiasi ragione, la profondità della vita planetaria mi sopraffece. Fui trascinato. Non riesco a comprenderlo ma nemmeno a nasconderlo. Per alcuni secondi mi identificai con il mio nemico mortale. Divenni il mio proprio nemico mortale. Capivo tutto, ero una calza bianca inebriata. L'entusiasmo, che doveva annientare la mia vita, ardeva anche nel mio petto.
Il risveglio da questi secondi di comunione con il nemico mortale fu come una commozione cerebrale. Mi soffocavano conati di vomito. Se io, puro esempio del nemico, del tutto "immune", avevo appena sperimentato questo inesprimibile evento, che cosa potevo pretendere da tutti gli altri che si trovavano soltanto in una posizione intermedia fra me e l'arcinemico? In quell'istante iniziò il mio esilio. Intorno a me c'era terra straniera, più gelida della Groenlandia. Le strade, le piazze, gli edifici familiari morirono per me. D'ora in poi ogni passo che facevo era un passo vietato in una Mecca a me interdetta.

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Erano generalmente uomini piacenti, uno uguale all'altro, alti, ben formati, esili, con piccole teste bionde rasate alla militare, spalle larghe e fianchi stretti. Li guardavo con una fredda curiosità che, in questa situazione, riusciva incomprensibile anche a me stesso. A fidarsi della prima impressione, si poteva ritenere veramente che fossero i rappresentanti incredibilmente identici di una nuova razza di dominatori. I loro volti, però, erano senza volto (non so esprimermi diversamente). Una roccia ha più espressione, per non parlare poi di un albero o di un fiore.
Certo, c'era tutto – occhi, naso, bocca – ed era piacente e regolare. E tutto ciò si muoveva e viveva, eppure l'espressione personale non era maggiore di quella di un prodotto fabbricato alla catena di montaggio. Mi venne in mente l'affermazione di Weil nel parco del castello. (Che tempo inconcepibilmente lungo era trascorso da allora!). "Un'unica madre potrebbe aver generato tutta questa gioventù, una madre inimmaginabile, però". Weil aveva ragione. Madre natura doveva aver commesso un errore tecnico e ormai fabbricava tipi anziché individui. Ma a quale suo scopo segreto doveva servire questo tipo? In uno dei nostri colloqui in cella il cappellano Felix aveva chiamato le SS figli di Lucifero. Rigettavo ora tale definizione. Pensando a Lucifero non immaginavo soltanto il malvagio nella sua malvagità, ma anche nella nobile mestizia dell'angelo caduto. Il male esiste solo perché esiste il bene. E' l'altra parte di una coppia di contrari ed è inseparabile dallo spirito e dalla critica. Quegli uomini là non erano malvagi così come non erano buoni, né più né meno. Pur parendo capaci di azioni diaboliche, non avevano nulla a che fare con il diavolo. Il diavolo è accessibile perché ha spirito. Anche la natura e la sua immensa indifferenza possono essere vinte di tanto in tanto, se si adoperano i mezzi giusti. L'unica cosa che, una volta messa in moto, risulta inaccessibile e invincibile è la macchina, l'automa, il golem. Nei volti di questi uomini c'era un vuoto grandioso, un'assenza di Io quale probabilmente non era ancora esistita nella storia. Parevano non essere altro che trasmissioni di una volontà estranea che per essi significava la vita stessa. Vivevano con tale nitidezza, con tale esattezza, con tale assenza di pensieri e di coscienza da essere macchine. Attendevano soltanto di essere accesi o spenti. La loro sola morale consisteva nel mantenere in ordine il carburante interiore e le candele. Uomini-motore. Perciò la vita era tanto facile per loro. Perciò i loro volti conservavano la bellezza dei manichini a cui nessuna delle mille sofferenze, che essi quotidianamente infliggevano, provocava la benché minima ruga. Ecco gli uomini in balia dei quali ci trovavamo, affidati alla loro clemenza o inclemenza, due parole del resto che qui non possono essere applicate, proprio come bontà e malvagità.

(Franz Werfel, Cecilia o i vincitori, pagg. 125-126, 209-210. Giuntina editore)

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