La gueule ouverte (di Maurice Pialat, 1974)

Nota: Nel commento sono presenti numerose anticipazioni sullo sviluppo della trama.

La bocca aperta del titolo è quella di Monique, una bocca che è canale del respiro, che rompe sempre più spesso il silenzio in un ritmo filmico che non offre una reale percezione del tempo che passa. Pochissime inquadrature (appena 80 come ci suggerisce Nicola Rossello nel suo indispensabile manuale – Le Mani editore - per il quale non ringrazierò mai abbastanza), camera quasi sempre fissa che osserva la realtà dei fatti con discrezione, senza scomporla. Si riceve l'impressione che i personaggi principali restino ancorati alle sedie, ai letti, ripetano sempre le stesse azioni, si consumino interiormente, mentre la malattia ha il suo decorso e trasfigura Monique sempre di più, trasformandola in una vecchia ("è spaventosa, sembra abbia cento anni" esclama ad un certo punto un terrorizzato Philippe) decrepita, rancorosa e spettrale. 
La bocca aperta è anche la via della parola, storie del passato che vengono rinfacciate di continuo, senza possibilità di rimedio, di guarigione, per tutti.  
Pialat ci ha regalato un film gelido, assurdo, che non sprigiona la minima empatia per nessuno, ci fa assistere impotenti quanto la camera fissa ad una lunga agonia che non cambia nulla, sembra mirare ad un silenzio liberatorio ma non tanto come fine della sofferenza, quanto piuttosto liberazione da un peso della coscienza connessa al ritorno a vecchie abitudini mai realmente abbandonate. 
Costa fatica cambiare, e nessuno dei tre personaggi principali compie il proprio passo. Philippe è un inguaribile abulico, che nella legge tale padre, tale figlio di tanti film di Pialat ripete le stesse scappatelle del padre e in una sequenza emblematica viene colto in flagrante con una prostituta con la quale non riesce a consumare il rapporto. Non è un caso se per l'intera sequenza ci viene mostrato il suo riflesso in uno specchio. 
Nathalie è la nuora rancorosa, giudicante, che persino nell'approssimarsi della morte rinvigorisce vecchi temi fastidiosi, come se assistere la suocera fosse un atto non solo non dovuto, ma ben oltre l'umana compassione. Il loro matrimonio è in crisi e non si sfalda, nonostante tutto, perché alla fine è più semplice così. Pialat ragiona su strane leggi implicite nelle convenzioni del tempo, come il matrimonio e le relazioni affettive in generali, talmente in dissonanza da frastagliare l'ordine quanto mai in discussione di una società irriconoscibilmente afflitta da piaghe sentimentali ancor prima che razionali. 
Roger non perde occasione per continuare a comportarsi come sempre, "fin dal giorno successivo al matrimonio" con Monique, tentare goffi e spesso squallidi tradimenti. Un individuo cinico ma non meschino quanto il figlio, che non offre alcuna reazione né esteriore (almeno il padre piange e si addolora) né interiore (non vede l'ora di partire) alla morte. 
Il regista, che tanto amava la pittura, più che porci dinanzi ad un quadro impossibile da ammirare ci lega ad una sedia e ci disturba parecchio: che razza di umanità è questa? Nessuna possibilità di redenzione, di elaborazione. Una morte che facciamo fatica a riconoscere, (sur?)reale persino quando Monique esala gli ultimi respiri assordanti in un silenzio prolungato, e i due uomini sono uno accanto all'altro a contemplarla misteriosamente più che ad assisterla. Sembra che non vedano l'ora che quel rantolo cessi non tanto per lei quanto per sé stessi, e il loro abbraccio appare più una goffa rappresentazione del dolore piuttosto che un momento di riconciliazione e di uguaglianza tali da restituire una dignità autentica a quella morte. 
Il film infierisce nella parte finale, mostrando rispetto per Monique in punto di morte e risparmiando il momento del trapasso allo spettatore (Roger è l'unico in grado di restare fino alla fine) ma ce la mostra in due passaggi successivi, nuda nel momento in cui viene spogliata e mentre viene chiusa nella cassa. Nessuna morbosità, ma neppure delicatezza. Sembra un teatro dell'assurdo, ma non c'è nulla di grottesco o irreale, piuttosto trapela un agghiacciante senso dell'ordinario. E se anche la morte è ordinaria, tutto il resto non ha senso, è sconfitta, è umiliazione, e dopo l'ennesima sequenza corale che come spesso accade nei film del regista ha più la parvenza di improvvisazione manifesta, Roger resta nella sua merceria e spegne la luce, barricato nel dolore fine a sé stesso, mentre figlio e nuora si allontanano in un carrello all'indietro che inghiotte gradualmente le strade, le case e gli alberi del paese.


La gueule ouverte è il quarto lungometraggio di Maurice Pialat, uno dei migliori e purtroppo tra i tanti a non essere stati mai doppiati in italiano. E' singolare ad esempio come il film precedente L'amante giovane circoli spesso in tv e sia stato distribuito anche in dvd (Quinto Piano). 
Sul versante della regia, è sicuramente il film più minimale del regista francese, per le ragioni su esposte, e oltre al finale l'altra sequenza più movimentata è un dolce piano sequenza che sembra spiare il funerale. 
Quanto a piani fissi invece, all'inizio del film c'è una lunghissima sequenza di oltre otto minuti in cui madre e figlio dialogano; il taglio sembra ironico ma presto scivola nell'incomunicabilità tanto che il figlio decide di spezzare l'imbarazzo mettendo un disco di Mozart che sembra non coinvolgere la madre (che continua a svolgere la sua azione meccanica). 
Due anni dopo Bergman (Sussurri e grida), Pialat con mezzi espressivi completamente differenti ha raccontato una simile assenza dell'umana comprensione e partecipazione al dolore, giungendo ad una negazione radicale dello stesso, in un film indispensabile da vedere assolutamente.

3 commenti:

Frank ViSo ha detto...

Ciao Mauro,
nonostante il tuo avviso a inizio post, non sono riuscito a trattenermi dal leggerlo tutto e nel mentre, guarda caso ripensavo proprio a "Sussurri e Grida" di Bergman. Credo di non aver mai visto nulla di Pialat, ma devo dire che questo film mi intriga parecchio. Si recupera facilmente?

M. ha detto...

Se hai visto il nuovo film di Moretti noterai una profonda differenza tra le madri, specie nei discorsi che fanno in prossimità della morte. Te lo sto inviando, è in francese sottotitolato in inglese. Posso mandarlo a chiunque sia interessato. Ciao Frank!

Frank ViSo ha detto...

Non ho visto l'ultimo Moretti, grazie per il link comunque, gentilissimo, ora recupero. Spero solo che i dialoghi non siano troppo serrati, vista la mancanza di sub ita...