Fear Factory - Soul of a new machine (1992)

Soul of a new machine è l'album d'esordio ufficiale dei Fear Factory, pubblicato dalla Roadrunner nel 1992. Occorre specificare l'ufficialità dell'uscita perché il trio l'anno prima aveva realizzato un album dal titolo Concrete, ma non contento del risultato finale decise di non portarlo alla luce. Ci pensò l'etichetta discografica (criticata recentemente dal frontman Burton C. Bell in un'intervista) undici anni più tardi, vantando una pendenza con il gruppo che in quel momento attraversava in un periodo di crisi creativa e rasentava lo scioglimento. 
Interessante il paragone tra i due album, perché Soul of a new machine mostra come in meno di un anno il gruppo fosse maturato, distaccandosi nettamente dalle radici death/grind e portando una ventata d'aria fresca all'interno del panorama estremo del tempo. 
I Napalm Death erano evidentemente il gruppo più influente per i Fear Factory, e ciò emerge soprattutto nella seconda parte, la più brutale. Presenti diversi rimandi ai Godflesh e echi degli Head of David, pur non essendo ancora così decise le sfumature industrial nella musica del gruppo di Los Angeles. Bisogna sottolineare che il numero stesso delle tracce, ben 17, sembra ancorato a dischi grind della fine degli anni '80 o allo stesso Dustbowl degli Head of David (osannato dal gruppo e omaggiato nel disco seguente con una cover). 
La formazione era costituita da Dino Cazares, Raymond Herrera e Burton C. Bell. Sul booklet sono presenti anche il nome e la foto di Andrew Shives, che in realtà ha suonato solo dal vivo con il gruppo nel biennio '92-'93 (anche in Italia). Il basso è stato registrato da Dino Cazares così come sul disco successivo.
Sponsorizzati fortemente dai Sepultura, i Fear Factory portarono alla ribalta diverse novità in ambito estremo.
Herrera abusa del doppio pedale, ne fa quasi un tappeto e per l'intero disco mostra qualità da vendere a livello ritmico (aveva 19 anni). Cazares è un dannato metronomo ossessionato da riff claustrofobici, spesso stoppati, delle vere e proprie rasoiate. Chitarra e batteria formano un connubio martellante su cui si staglia il vocione di Bell (non un vero e proprio growl): questo era il manifesto del gruppo. Ma la novità più interessante sono i cambi di registro nei ritornelli, in cui i ritmi si fanno più blandi e la voce di Bell si trasforma in un cantato pulito che, benché ancora non molto curato, risultava già una novità assoluta nel death metal. Pare che Bell fu scoperto dai due fondatori del gruppo Dino Cazares e Raymond Herrera due anni prima, mentre cantava in una stanza d'albergo una canzone degli U2 (c'è chi dice fosse di Nick Cave). E c'è chi giura di averlo visto pogare nel video di Smells like teen spirit dei Nirvana.
La prima metà del disco è costituita dai pezzi più evoluti in cui i Fear Factory avevano individuato la formula vincente alla base del proprio successo. Sia chiaro che non è che i ritornelli siano leggeri o orecchiabili, semplicemente contrassegnano un cambiamento sostanziale perfettamente a incastro con le strofe. Scapegoat, una delle hit del gruppo, è l'esempio d'eccellenza di questo procedimento: è di una bellezza bestiale (mi si passi l'espressione) perché brutale e melodica allo stesso tempo. Anche Martyr, Leechmaster e soprattutto Scumgrief seguono lo stesso passo e spiccano tra i brani migliori. Tra i refusi di Napalm Death-memoria cito la travolgente Suffer age
I Fear Factory erano già proiettati in un'altra direzione, quella tracciata dalla prima metà del disco. La seguirono con una naturalezza tale che si cambiarono la vita da soli (cit.), e a partire da quel 16 giugno di venti anni fa cambiarono la vita di molte altre persone.

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