Breach - it's me god (1997)

It's me god è il secondo album degli svedesi Breach e segue l'EP Outlines (1994) e Friction (1995). I primi lavori della band di Lulea erano caratterizzati da una strana miscela esplosiva che agglomerava l'hardcore/alternative newyorchese dei primi anni '90 (ciò è rintracciabile soprattutto nei riff stoppati a-la primi due dischi degli Helmet) e l'hardcore dei connazionali Refused, forse il maggior riferimento a giudicare dai giri di basso di Friction, o per diverse scelte compositive dei brani.
I Breach però sono sempre stati più violenti rispetto alla band di Umea, ma mai brutali come certi gruppi del nascente metal-core statunitense (si pensi all'esordio dei Coalesce).
A ciò si aggiunge una produzione volutamente sporca accostabile al metal svedese di quegli anni (condivisero le registrazioni di Friction nei leggendari Sunlight Studios di Stoccolma con alcune grandiose band metal di quel tempo, come gli Entombed). I Breach hanno influenzato decine e decine di band cosiddette post-metal dei due decenni successivi (si pensi a band come Cult of Luna o Kruger presenti su queste pagine) grazie soprattutto ai suoni scelti dal secondo album in poi, ma non hanno mai fatto altro che sfiorare il genere metal attestandosi proprio da it's me god (volutamente in minuscolo) su un indefinibile modo di suonare che sta stretto anche all'hardcore di quegli anni.
Per le registrazioni sono rimasti a Stoccolma ma hanno cambiato studi, fermandosi nei Rub-a-dub. Che siano essi parte della bellezza del disco, è un dato di fatto. I suoni sono ancora una volta grezzi come agli esordi, ma più accattivanti, poderosi e distorti. Si pensi alla saturazione dei bassi a 2:40 di valid, la straordinaria prima traccia semi-strumentale. Su it's me god sembra che i Breach abbiano compreso come realizzare brani più spediti, articolati ma pungenti, memorabili. Una formula vincente, per certi versi innovativa anche se riscoperta solo molti anni più tardi. Un disco che desta scalpore per i riff geniali delle chitarre di Jan Westerberg e Anders Ekstrom, per il seminale lavoro al basso di Christian Andersson, ai quali si aggiunge un Tomas Hallbom capace di una voce in stato di grazia (anche se mai quanto in Kollapse).
Non c'è praticamente un attimo di respiro nei primi 7 brani, e solo presume the forgotten permette di staccare la spina per un po' nei suoi 8 minuti dalla sezione centrale più dilatata rispetto agli standard e un inizio e una fine contraddistinti da un arpeggio sinistro che sembra anticipare i momenti più cupi e tenebrosi di Kollapse. God forbid me, deadheads, painted face, centre con i loro riff stoppati e vertiginosi spaccano il culo, replenish the empty e clot spingono possibilmente ancora di più l'acceleratore. 
Se non fosse per qualche tenue sperimentazione nella seconda parte, il disco risulterebbe una fenomenale scheggia impazzita in grado di catturare l'attenzione indelebilmente nonostante la velocità di esecuzione dei brani.
I Breach sono stati uno dei gruppi più importanti degli anni '90 all'interno della cosiddetta scena post-hardcore, che all'epoca non era tale dal momento che contava una manciata di gruppi capaci di distinguersi da ogni riferimento, orientati verso altro.
Venom (1999) e il variopinto Kollapse (2002) hanno sancito un'evoluzione rara, e in parte sono due dischi più ispirati rispetto a questo. Tuttavia per me it's me god, oltre ad essere il loro album più influente, resta il migliore.

Nessun commento: