Pill 93

Badare ai fatti propri, era la condizione fondamentale del vivere onesto e tranquillo, che ci veniva ribadita in ogni occasione. L'insegnamento della Chiesa lo confermava. Le virtù raccomandate concernevano esclusivamente la vita intima e familiare. Fin dai primi anni, a me invece piaceva molto stare per strada e i miei compagni preferiti erano figli dei contadini poveri. La tendenza a non farmi i fatti miei e la spontanea amicizia con i coetanei più poveri, dovevano avere per me conseguenze disastrose. Ovviamente anche i miei più vivi ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza sono di quella specie.
Di piccoli episodi esemplari, simili a quel processo del cane padronale e della sarta, ne conservo pertanto altri dolorosamente incisi nella memoria. Ma non vorrei, con simili storie, ingenerare il dubbio che da noi i sublimi concetti di giustizia e verità fossero ignorati e vilipesi; ah, tutt'altro. A scuola, in chiesa e nelle manifestazioni pubbliche se ne parlava spesso, con eloquenza e venerazione, come altrove. Ma in termini piuttosto astratti. Per caratterizzare meglio quella strana e veramente curiosa nostra situazione, devo aggiungere che essa riposava su un inganno di cui tutti, perfino i bambini, erano coscienti; e tuttavia essa durava, assisa dunque su qualche cosa d'altro che la stupidità o ignoranza delle persone.
Ricordo in proposito una vivace discussione sorta un giorno, nella classe di catechismo, tra noi ragazzi e il parroco. Ne fu causa una rappresentazione di marionette alla quale noi ragazzi, assieme al parroco, avevamo assistito il giorno prima. Il soggetto, lo ricordo benissimo, esponeva le drammatiche peripezie d'un bambino perseguitato dal diavolo. A un certo punto il bambino-marionetta era apparso sul proscenio tremante di paura e per sfuggire alle ricerche del diavolo si era nascosto sotto un lettino che occupava un angolo della scena. Poco dopo era sopraggiunto il diavolo-marionetta e l'aveva cercato invano.
"Eppure dev'essere qui", diceva il diavolo-marionetta, "Sento il suo odore. Adesso chiedo a questi bravi spettatori". E rivolto a noi, aveva chiesto: "Cari miei ragazzi, avete forse visto nascondersi in qualche posto quel bambinaccio che io cerco?"
"No, no, no" immediatamente gli rispondemmo in coro e con la più grande energia.
"Dove si trova dunque? Perché non lo vedo?" insisté il diavolo.
"E' partito è andato via", noi gli rispondemmo "è andato a Lisbona". (Nel nostro parlare e nei nostri proverbi, Lisbona è ancora oggi il punto più lontano del globo).
Devo spiegare che nessuno di noi, andando allo spettacolo, prevedeva di essere interpellato da un diavolo-marionetta; e il nostro comportamento era stato pertanto del tutto istintivo e spontaneo. E suppongo che, probabilmente, in qualsiasi altro paese del mondo, davanti all'identico spettacolo, i bambini reagirebbero alla stessa maniera. Ma il nostro curato, una colta e pia persona, con nostra sorpresa, non fu interamente soddisfatto. Ce lo spiegò con rammarico nella piccola cappella di Santa Cecilia, ove di solito egli impartiva le lezioni di catechismo. Quel luogo a noi ragazzi era assai gradito perché la martire romana vi era raffigurata sull'altare nelle bellissime sembianze d'una fanciulla bionda, assorta e melanconica, e con un oggetto tra le braccia somigliante in modo strano all'utensile domestico, chiamato "chitarra", che nelle nostre case serve a fare gli spaghetti all'uovo. L'immagine ci attirava a tal punto che, per sottrarci a quella seduzione, almeno durante l'ora del catechismo, il curato era stato costretto a disporre i banchi di noi ragazzi in modo da costringerci a voltare le spalle a Santa Cecilia.
"Il vostro comportamento durante la rappresentazione delle marionette" egli ci disse dopo averci imposto di sedere "mi è dispiaciuto".
Noi avevamo detto una bugia, egli ci avvertì preoccupato. L'avevamo detta a fin di bene, certo, ma era pur sempre una bugia. Non bisogna dir bugie.
"Neppure al diavolo?" domandammo noi interdetti.
"Una bugia è sempre un peccato" ci rispose il curato. "Anche davanti al pretore?" domandò uno dei ragazzi. Il parroco ci redarguì severamente.
"Io sono qui per insegnarvi la dottrina cristiana e non per fare pettegolezzi" ci disse. "Quello che succede fuori della chiesa non m'interessa".
E tornò a spiegarci la dottrina sulla verità e sulle bugie, in generale, con bellissime e difficili parole. A noi bambini però non interessava, quel giorno, la questione delle bugie in generale; noi volevamo sapere: "Dovevamo rivelare al diavolo il nascondiglio del bambino, sì o no?".
"Non si tratta di questo" ci ripeteva il povero curato veramente sulle spine. "La bugia è sempre peccato. Può essere un peccato grande, uno medio, uno così così, e uno piccolino; ma è sempre un peccato".
"La verità è" dicevamo noi "che da una parte c'era il diavolo e dall'altra c'era un bambino. Noi volevamo aiutare il bambino, quest'è la verità".
"Ma avete detto una bugia" ripeteva il parroco. "A fin di bene, lo riconosco, ma una bugia".
Per farla finita io gli mossi un'obiezione d'una perfidia inaudita e, tenuto conto dell'età, piuttosto precoce.
"Se invece di un bambino qualsiasi si fosse trattato di un prete" gli chiesi "che dovevamo rispondere al diavolo?".
Il parroco arrossì ed evitò una risposta, imponendomi, come punizione per la mia impertinenza, di restare tutto il resto della lezione in ginocchio accanto a lui.
"Sei pentito?" mi chiese alla fine della lezione.
"Certo" gli risposi. "Se il diavolo mi chiede il vostro indirizzo, glielo darò senz'altro".
Era senza dubbio eccezionale e fortuito che si discutesse in quei termini in una classe di catechismo; ma nell'ambiente familiare e, in genere, in privato, tra adulti, la spregiudicatezza era assai frequente. La vivacità dell'intelligenza non turbava però minimamente la stagnazione della vita sociale in forme umilianti e primitive. Ma la rendeva più pensosa. Tutto era messo in opera per educare i ragazzi alla sottomissione e a non occuparsi dei fatti degli altri.


(Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, pagg. 805-808, I Meridiani Mondadori)

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