Pill 92

Nell'Italia post-unitaria, una ventina di terremoti distruttivi, assieme a un elevato numero di altre catastrofi, hanno devastato molte aree soprattutto meridionali del Paese. Superata con grandi sofferenze l'emergenza, il percorso obbligato è stato sempre quello del ripristino, della ricostruzione: l'unico che consentisse un'opera di ritorno alla "normalità", sebbene lunga, complessa e onerosa. E spesso le cose non sono andate bene, aggiungendo al dolore della popolazione per le perdite subite, la violenza delle promesse tradite.
Una consolidata esperienza, nel bene e nel male, che mentre non è servita a definire con solidità istituzionale criteri stabili e norme per governare la ricostruzione post-terremoto, ha tuttavia testimoniato con forza l'esistenza di pochi ma non negoziabili valori. Tra questi, sul piano socio-culturale, vi è sicuramente quello di una ricostruzione conservativa del territorio, in grado di preservare quel sentire più profondo e radicato che tiene assieme una popolazione e che, nonostante la potenzialità disgregatrice della catastrofe, può riuscire a conservarne l'identità. Vi è sempre stato, in tutti i terremoti del passato, qualcuno che ha proposto con piglio modernista l'abbandono del preesistente, che ha inteso cedere alla seduzione della ri-progettazione del territorio, della nuova edificazione altrove al posto della ri-costruzione. Analogie che si rincorrono nella cronaca dei terremoti dell’ultimo trentennio del novecento. In una recente pubblicazione, Giovanni Pietro Nimis, parlando di terre mobili, ha fatto un’operazione certamente utile con il suo ragionamento sul valore delle esperienze del Belice, del Friuli, dell’Umbria e delle Marche, a confronto con i primi passi mossi nell’Abruzzo di questi giorni. Un contributo a un dibattito (mai aperto) su quanto oggi sta succedendo a L’Aquila distrutta dal terremoto e nel quale emergono fortissimi elementi di preoccupazione derivati, innanzitutto, dall’impossibilità di ricollocare, in questo originale contesto voluto dal governo, la persistenza, per metodo e per merito, di quei non negoziabili valori sopra richiamati.
Ovviamente, innovare sul terreno del metodo gestionale e sul merito tecnico di una ricostruzione non può essere aprioristicamente definita prassi negativa, a condizione che tale elaborazione sia giustificata da dati di acclarata competenza e sia discussa con un confronto democratico su scelte tanto complesse e di fortissimo impatto rispetto al destino di una popolazione e di una città capoluogo. Poiché di elaborazione non vi è traccia, tutta l’azione del governo, a L’Aquila, ruota attorno a una scelta contingente, metodologicamente non obbligata, dalle tende alle case, che ha assunto i contorni di una seconda emergenza ancora più critica della prima (la messa in sicurezza della popolazione). La soluzione adottata, o meglio imposta, appare come una singolare sintesi tra negazione dell’autodeterminazione e sfoggio di tecnicismo asettico, tale da configurare una semplificazione estrema della ricostruzione, deprivata di contenuti culturali e sociali. In tempi strettissimi, prima che il generale inverno trasformi l’affermazione del nuovo che avanza in una disfatta, si costruiscono alloggi per 17 mila persone in 20 new town sparpagliate attorno a L’Aquila, in aree scelte in tanta fretta da doverne restituire cinque (un quarto!) ai proprietari per inadeguatezza, dopo averle già espropriate.
Nelle piccolissime new town troveranno posto, secondo le previsioni del governo, 17 mila persone che rappresentano il 30% circa della popolazione residente nel capoluogo. In termini di pianificazione territoriale significa che una pari quantità di quella città, in un modo o nell’altro viene riproposta, altrove, con altri criteri, con altri standard, con altre tipologie, inaugurando di fatto una nuova disciplina che potremmo definire “urbanistica di emergenza”. Quale disegno di città futura è stato così convincente da far ritenere superfluo un passaggio, ormai considerato fisiologico in tutto il mondo, come quello degli alloggi temporanei, utili a guadagnare tempo per una buona ricostruzione come quella del Friuli o delle Marche e dell’Umbria? Che ne sarà del bellissimo centro storico la cui ricostruzione appare ormai a molti un miraggio?
Sulla base del Progetto C.A.S.E. è possibile costruire uno scenario della distribuzione insediativa prossima ventura. Dopo ogni sisma, le zone maggiormente colpite hanno subito ovviamente un temporaneo spopolamento. Gli interventi di questo strano post-terremoto sembrano però volere rendere permanente – o almeno duraturo – ciò che prima era temporaneo. Cosa significhi questa evoluzione nell’assetto della città è possibile evidenziare tramite uno scenario statistico-territoriale.
Prima del sisma, ben due terzi della popolazione del comune abitavano nel capoluogo (centro storico e zone urbane adiacenti), mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici. In seguito alla strategia centrifuga del Progetto C.A.S.E., la situazione si capovolge. La periferia diventa numericamente più rilevante del capoluogo, ospitando oltre la metà della popolazione residente. Il capoluogo perde un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo: una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potrà tornare a casa.
Il tema del centro storico è forse l’aspetto più sensibile, il passaggio più critico di tutta la questione. In tutti i casi precedenti, pur non essendo mancata spesso la tentazione, ha prevalso la logica di ricostruire tutto come e dove era. Quale presunzione spinge oggi a ritenere che sia possibile rifiutare quel tipo di ricostruzione e puntare, invece, su una ventina di quartieri satellite di case durevoli che faranno dell’Aquila una città più piccola contornata da venti periferie?
In Italia ci sono 21 mila centri storici di cui due terzi in zone classificate sismiche. Dopo ognuno dei terremoti distruttivi che hanno raso al suolo chiese, monumenti, palazzi ed edifici di borghi interi, tutto è stato ricostruito. Viene da chiedersi cosa sarebbe oggi questo Paese se la logica prevalente lungo i secoli fosse stata invece quella di questo governo. Peggio ancora è pensare che quello oggi celebrato potesse diventare il modo consueto di risolvere le prossime inevitabili catastrofi distruttive. Quante new town sarebbero da costruire, se questo dovesse divenire “il metodo”? Statisticamente, in Italia si registra un terremoto distruttivo ogni otto anni, dodici terremoti e mezzo ogni secolo. Considerando il numero medio di centri urbani colpiti e inglobando nel computo le distruzioni in seguito ad alluvioni e frane, si possono calcolare un migliaio di new town al secolo. In due o trecento anni si può pensare ad un affascinante mutazione genetica di questo Paese.
È facile prevedere che il centro storico dell’Aquila, prima o poi, superata la crisi, sarà di nuovo al centro dell’attenzione. Con il tempo, senza fretta, si ricostruirà – dopo che si sarà rassegnato chi non sarà potuto rientrare. Non tutto verrà ricostruito, non per tutti, magari non per farci vivere la gente ma piuttosto per “dar vita” a una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilità di ammirare come era una città preziosa prima del terremoto, prima del miracolo tutto italiano delle new town.
Per la gente, per gli aquilani si preannuncia un saldo fortemente negativo. L’università non riavrà i suoi ventisettemilacinquecento iscritti, che chiedevano di frequentare L’Aquila con le stesse motivazioni che spingono gli studenti a Perugia o a Camerino. Il conservatorio si sposterà magari a Chieti, le sedi istituzionali un po’ qua e un po’ là. Il sistema complesso di relazioni, di interessi, di dinamiche culturali e imprenditoriali si riposizionerà, comunque. Lo farà tuttavia altrove e comunque con altre logiche, in assenza della spinta propulsiva a un’operazione tanto complessa come la ricostruzione conservativa. Il prezzo pagato sarà cioè la disgregazione sociale. Non succederà come in altre occasioni, quando gli ex cittadini, prima sistemati nelle tende e poi pazientemente alloggiati in alloggi provvisori, conservavano simbolicamente le chiavi delle loro case distrutte, appese fuori della tenda o della porta del prefabbricato. Promemoria augurale per un ritorno. Impegno non negoziabile per un ripristino vero, non solo edilizio, per cui battersi ogni anno a ogni finanziaria del governo per avere quello che una legge aveva promesso loro. Ma gli slogan erano diversi. In Friuli si diceva per l’appunto come prima, dove prima, si diceva prima il lavoro, poi la casa, dopo le chiese. Lassù, in Friuli, molti osservatori constatano che la ricostruzione è stata la scintilla del boom economico del Nordest di fine secolo. In Abruzzo la parola lavoro (e innanzi tutto quello connesso alla ricostruzione) deve essere ancora pronunciata.


(Georg Josef Frisch, L'Aquila - Non si uccide così anche una città? pagg. 44-48, Clean edizioni)




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