Pill 93

Badare ai fatti propri, era la condizione fondamentale del vivere onesto e tranquillo, che ci veniva ribadita in ogni occasione. L'insegnamento della Chiesa lo confermava. Le virtù raccomandate concernevano esclusivamente la vita intima e familiare. Fin dai primi anni, a me invece piaceva molto stare per strada e i miei compagni preferiti erano figli dei contadini poveri. La tendenza a non farmi i fatti miei e la spontanea amicizia con i coetanei più poveri, dovevano avere per me conseguenze disastrose. Ovviamente anche i miei più vivi ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza sono di quella specie.
Di piccoli episodi esemplari, simili a quel processo del cane padronale e della sarta, ne conservo pertanto altri dolorosamente incisi nella memoria. Ma non vorrei, con simili storie, ingenerare il dubbio che da noi i sublimi concetti di giustizia e verità fossero ignorati e vilipesi; ah, tutt'altro. A scuola, in chiesa e nelle manifestazioni pubbliche se ne parlava spesso, con eloquenza e venerazione, come altrove. Ma in termini piuttosto astratti. Per caratterizzare meglio quella strana e veramente curiosa nostra situazione, devo aggiungere che essa riposava su un inganno di cui tutti, perfino i bambini, erano coscienti; e tuttavia essa durava, assisa dunque su qualche cosa d'altro che la stupidità o ignoranza delle persone.
Ricordo in proposito una vivace discussione sorta un giorno, nella classe di catechismo, tra noi ragazzi e il parroco. Ne fu causa una rappresentazione di marionette alla quale noi ragazzi, assieme al parroco, avevamo assistito il giorno prima. Il soggetto, lo ricordo benissimo, esponeva le drammatiche peripezie d'un bambino perseguitato dal diavolo. A un certo punto il bambino-marionetta era apparso sul proscenio tremante di paura e per sfuggire alle ricerche del diavolo si era nascosto sotto un lettino che occupava un angolo della scena. Poco dopo era sopraggiunto il diavolo-marionetta e l'aveva cercato invano.
"Eppure dev'essere qui", diceva il diavolo-marionetta, "Sento il suo odore. Adesso chiedo a questi bravi spettatori". E rivolto a noi, aveva chiesto: "Cari miei ragazzi, avete forse visto nascondersi in qualche posto quel bambinaccio che io cerco?"
"No, no, no" immediatamente gli rispondemmo in coro e con la più grande energia.
"Dove si trova dunque? Perché non lo vedo?" insisté il diavolo.
"E' partito è andato via", noi gli rispondemmo "è andato a Lisbona". (Nel nostro parlare e nei nostri proverbi, Lisbona è ancora oggi il punto più lontano del globo).
Devo spiegare che nessuno di noi, andando allo spettacolo, prevedeva di essere interpellato da un diavolo-marionetta; e il nostro comportamento era stato pertanto del tutto istintivo e spontaneo. E suppongo che, probabilmente, in qualsiasi altro paese del mondo, davanti all'identico spettacolo, i bambini reagirebbero alla stessa maniera. Ma il nostro curato, una colta e pia persona, con nostra sorpresa, non fu interamente soddisfatto. Ce lo spiegò con rammarico nella piccola cappella di Santa Cecilia, ove di solito egli impartiva le lezioni di catechismo. Quel luogo a noi ragazzi era assai gradito perché la martire romana vi era raffigurata sull'altare nelle bellissime sembianze d'una fanciulla bionda, assorta e melanconica, e con un oggetto tra le braccia somigliante in modo strano all'utensile domestico, chiamato "chitarra", che nelle nostre case serve a fare gli spaghetti all'uovo. L'immagine ci attirava a tal punto che, per sottrarci a quella seduzione, almeno durante l'ora del catechismo, il curato era stato costretto a disporre i banchi di noi ragazzi in modo da costringerci a voltare le spalle a Santa Cecilia.
"Il vostro comportamento durante la rappresentazione delle marionette" egli ci disse dopo averci imposto di sedere "mi è dispiaciuto".
Noi avevamo detto una bugia, egli ci avvertì preoccupato. L'avevamo detta a fin di bene, certo, ma era pur sempre una bugia. Non bisogna dir bugie.
"Neppure al diavolo?" domandammo noi interdetti.
"Una bugia è sempre un peccato" ci rispose il curato. "Anche davanti al pretore?" domandò uno dei ragazzi. Il parroco ci redarguì severamente.
"Io sono qui per insegnarvi la dottrina cristiana e non per fare pettegolezzi" ci disse. "Quello che succede fuori della chiesa non m'interessa".
E tornò a spiegarci la dottrina sulla verità e sulle bugie, in generale, con bellissime e difficili parole. A noi bambini però non interessava, quel giorno, la questione delle bugie in generale; noi volevamo sapere: "Dovevamo rivelare al diavolo il nascondiglio del bambino, sì o no?".
"Non si tratta di questo" ci ripeteva il povero curato veramente sulle spine. "La bugia è sempre peccato. Può essere un peccato grande, uno medio, uno così così, e uno piccolino; ma è sempre un peccato".
"La verità è" dicevamo noi "che da una parte c'era il diavolo e dall'altra c'era un bambino. Noi volevamo aiutare il bambino, quest'è la verità".
"Ma avete detto una bugia" ripeteva il parroco. "A fin di bene, lo riconosco, ma una bugia".
Per farla finita io gli mossi un'obiezione d'una perfidia inaudita e, tenuto conto dell'età, piuttosto precoce.
"Se invece di un bambino qualsiasi si fosse trattato di un prete" gli chiesi "che dovevamo rispondere al diavolo?".
Il parroco arrossì ed evitò una risposta, imponendomi, come punizione per la mia impertinenza, di restare tutto il resto della lezione in ginocchio accanto a lui.
"Sei pentito?" mi chiese alla fine della lezione.
"Certo" gli risposi. "Se il diavolo mi chiede il vostro indirizzo, glielo darò senz'altro".
Era senza dubbio eccezionale e fortuito che si discutesse in quei termini in una classe di catechismo; ma nell'ambiente familiare e, in genere, in privato, tra adulti, la spregiudicatezza era assai frequente. La vivacità dell'intelligenza non turbava però minimamente la stagnazione della vita sociale in forme umilianti e primitive. Ma la rendeva più pensosa. Tutto era messo in opera per educare i ragazzi alla sottomissione e a non occuparsi dei fatti degli altri.


(Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, pagg. 805-808, I Meridiani Mondadori)

Pill 92

Nell'Italia post-unitaria, una ventina di terremoti distruttivi, assieme a un elevato numero di altre catastrofi, hanno devastato molte aree soprattutto meridionali del Paese. Superata con grandi sofferenze l'emergenza, il percorso obbligato è stato sempre quello del ripristino, della ricostruzione: l'unico che consentisse un'opera di ritorno alla "normalità", sebbene lunga, complessa e onerosa. E spesso le cose non sono andate bene, aggiungendo al dolore della popolazione per le perdite subite, la violenza delle promesse tradite.
Una consolidata esperienza, nel bene e nel male, che mentre non è servita a definire con solidità istituzionale criteri stabili e norme per governare la ricostruzione post-terremoto, ha tuttavia testimoniato con forza l'esistenza di pochi ma non negoziabili valori. Tra questi, sul piano socio-culturale, vi è sicuramente quello di una ricostruzione conservativa del territorio, in grado di preservare quel sentire più profondo e radicato che tiene assieme una popolazione e che, nonostante la potenzialità disgregatrice della catastrofe, può riuscire a conservarne l'identità. Vi è sempre stato, in tutti i terremoti del passato, qualcuno che ha proposto con piglio modernista l'abbandono del preesistente, che ha inteso cedere alla seduzione della ri-progettazione del territorio, della nuova edificazione altrove al posto della ri-costruzione. Analogie che si rincorrono nella cronaca dei terremoti dell’ultimo trentennio del novecento. In una recente pubblicazione, Giovanni Pietro Nimis, parlando di terre mobili, ha fatto un’operazione certamente utile con il suo ragionamento sul valore delle esperienze del Belice, del Friuli, dell’Umbria e delle Marche, a confronto con i primi passi mossi nell’Abruzzo di questi giorni. Un contributo a un dibattito (mai aperto) su quanto oggi sta succedendo a L’Aquila distrutta dal terremoto e nel quale emergono fortissimi elementi di preoccupazione derivati, innanzitutto, dall’impossibilità di ricollocare, in questo originale contesto voluto dal governo, la persistenza, per metodo e per merito, di quei non negoziabili valori sopra richiamati.
Ovviamente, innovare sul terreno del metodo gestionale e sul merito tecnico di una ricostruzione non può essere aprioristicamente definita prassi negativa, a condizione che tale elaborazione sia giustificata da dati di acclarata competenza e sia discussa con un confronto democratico su scelte tanto complesse e di fortissimo impatto rispetto al destino di una popolazione e di una città capoluogo. Poiché di elaborazione non vi è traccia, tutta l’azione del governo, a L’Aquila, ruota attorno a una scelta contingente, metodologicamente non obbligata, dalle tende alle case, che ha assunto i contorni di una seconda emergenza ancora più critica della prima (la messa in sicurezza della popolazione). La soluzione adottata, o meglio imposta, appare come una singolare sintesi tra negazione dell’autodeterminazione e sfoggio di tecnicismo asettico, tale da configurare una semplificazione estrema della ricostruzione, deprivata di contenuti culturali e sociali. In tempi strettissimi, prima che il generale inverno trasformi l’affermazione del nuovo che avanza in una disfatta, si costruiscono alloggi per 17 mila persone in 20 new town sparpagliate attorno a L’Aquila, in aree scelte in tanta fretta da doverne restituire cinque (un quarto!) ai proprietari per inadeguatezza, dopo averle già espropriate.
Nelle piccolissime new town troveranno posto, secondo le previsioni del governo, 17 mila persone che rappresentano il 30% circa della popolazione residente nel capoluogo. In termini di pianificazione territoriale significa che una pari quantità di quella città, in un modo o nell’altro viene riproposta, altrove, con altri criteri, con altri standard, con altre tipologie, inaugurando di fatto una nuova disciplina che potremmo definire “urbanistica di emergenza”. Quale disegno di città futura è stato così convincente da far ritenere superfluo un passaggio, ormai considerato fisiologico in tutto il mondo, come quello degli alloggi temporanei, utili a guadagnare tempo per una buona ricostruzione come quella del Friuli o delle Marche e dell’Umbria? Che ne sarà del bellissimo centro storico la cui ricostruzione appare ormai a molti un miraggio?
Sulla base del Progetto C.A.S.E. è possibile costruire uno scenario della distribuzione insediativa prossima ventura. Dopo ogni sisma, le zone maggiormente colpite hanno subito ovviamente un temporaneo spopolamento. Gli interventi di questo strano post-terremoto sembrano però volere rendere permanente – o almeno duraturo – ciò che prima era temporaneo. Cosa significhi questa evoluzione nell’assetto della città è possibile evidenziare tramite uno scenario statistico-territoriale.
Prima del sisma, ben due terzi della popolazione del comune abitavano nel capoluogo (centro storico e zone urbane adiacenti), mentre solo un terzo era residente nelle frazioni e nei nuclei periferici. In seguito alla strategia centrifuga del Progetto C.A.S.E., la situazione si capovolge. La periferia diventa numericamente più rilevante del capoluogo, ospitando oltre la metà della popolazione residente. Il capoluogo perde un terzo degli abitanti, mentre il centro storico subisce un vero e proprio tracollo: una volta sgomberate le macerie e rese accessibili le case non danneggiate gravemente, solo uno su tre dei vecchi abitanti potrà tornare a casa.
Il tema del centro storico è forse l’aspetto più sensibile, il passaggio più critico di tutta la questione. In tutti i casi precedenti, pur non essendo mancata spesso la tentazione, ha prevalso la logica di ricostruire tutto come e dove era. Quale presunzione spinge oggi a ritenere che sia possibile rifiutare quel tipo di ricostruzione e puntare, invece, su una ventina di quartieri satellite di case durevoli che faranno dell’Aquila una città più piccola contornata da venti periferie?
In Italia ci sono 21 mila centri storici di cui due terzi in zone classificate sismiche. Dopo ognuno dei terremoti distruttivi che hanno raso al suolo chiese, monumenti, palazzi ed edifici di borghi interi, tutto è stato ricostruito. Viene da chiedersi cosa sarebbe oggi questo Paese se la logica prevalente lungo i secoli fosse stata invece quella di questo governo. Peggio ancora è pensare che quello oggi celebrato potesse diventare il modo consueto di risolvere le prossime inevitabili catastrofi distruttive. Quante new town sarebbero da costruire, se questo dovesse divenire “il metodo”? Statisticamente, in Italia si registra un terremoto distruttivo ogni otto anni, dodici terremoti e mezzo ogni secolo. Considerando il numero medio di centri urbani colpiti e inglobando nel computo le distruzioni in seguito ad alluvioni e frane, si possono calcolare un migliaio di new town al secolo. In due o trecento anni si può pensare ad un affascinante mutazione genetica di questo Paese.
È facile prevedere che il centro storico dell’Aquila, prima o poi, superata la crisi, sarà di nuovo al centro dell’attenzione. Con il tempo, senza fretta, si ricostruirà – dopo che si sarà rassegnato chi non sarà potuto rientrare. Non tutto verrà ricostruito, non per tutti, magari non per farci vivere la gente ma piuttosto per “dar vita” a una L’Aquila-land per turisti e fruitori di shopping, richiamati dalla possibilità di ammirare come era una città preziosa prima del terremoto, prima del miracolo tutto italiano delle new town.
Per la gente, per gli aquilani si preannuncia un saldo fortemente negativo. L’università non riavrà i suoi ventisettemilacinquecento iscritti, che chiedevano di frequentare L’Aquila con le stesse motivazioni che spingono gli studenti a Perugia o a Camerino. Il conservatorio si sposterà magari a Chieti, le sedi istituzionali un po’ qua e un po’ là. Il sistema complesso di relazioni, di interessi, di dinamiche culturali e imprenditoriali si riposizionerà, comunque. Lo farà tuttavia altrove e comunque con altre logiche, in assenza della spinta propulsiva a un’operazione tanto complessa come la ricostruzione conservativa. Il prezzo pagato sarà cioè la disgregazione sociale. Non succederà come in altre occasioni, quando gli ex cittadini, prima sistemati nelle tende e poi pazientemente alloggiati in alloggi provvisori, conservavano simbolicamente le chiavi delle loro case distrutte, appese fuori della tenda o della porta del prefabbricato. Promemoria augurale per un ritorno. Impegno non negoziabile per un ripristino vero, non solo edilizio, per cui battersi ogni anno a ogni finanziaria del governo per avere quello che una legge aveva promesso loro. Ma gli slogan erano diversi. In Friuli si diceva per l’appunto come prima, dove prima, si diceva prima il lavoro, poi la casa, dopo le chiese. Lassù, in Friuli, molti osservatori constatano che la ricostruzione è stata la scintilla del boom economico del Nordest di fine secolo. In Abruzzo la parola lavoro (e innanzi tutto quello connesso alla ricostruzione) deve essere ancora pronunciata.


(Georg Josef Frisch, L'Aquila - Non si uccide così anche una città? pagg. 44-48, Clean edizioni)




Pill 91

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

Io stesso sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima.

Cosa stringo allora tra le mie braccia?


Poiché sono solo: una donna amata o un infelice compagno di strada. Poiché sono un poeta: un arco di parole che tendo sentendomi pervadere di gioia e di spavento. Poiché sono un prigioniero: un improvviso spiraglio di libertà. Poiché sono minacciato dalla morte: un animale caldo e vivo, un cuore che batte irridente. Poiché sono minacciato dal mare: uno scoglio d’inamovibile granito.


Vi sono però anche consolazioni che vengono a me come ospiti non invitati e riempiono la mia stanza di bisbigli volgari: io sono il tuo desiderio – amale tutte! Io sono il tuo talento – abusa di me come di te stesso! Io sono l’amore per il godimento – solo i bramosi vivono! Io sono la tua solitudine – disprezza gli esseri umani! Io sono la nostalgia della morte – recidi!


In equilibrio su un asse sottile, vedo la mia vita minacciata da due forze: da un lato dalle bocche avide dell’eccesso, dall’altro dall’amarezza avara che si nutre di se stessa. Ma io mi rifiuto di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, anche se il prezzo dev’essere un tormento continuo. A me non basta sapere che ogni cosa può essere scusata in nome della legge del servo arbitrio. Ciò che cerco non è una scusa per la mia vita, ma il contrario di una scusa: l’espiazione. Mi coglie infine il pensiero che qualsiasi consolazione la quale non tenga conto della mia libertà è ingannevole, non è che l’immagine riflessa della mia disperazione. Quando infatti la mia disperazione dice: abbandonati allo sconforto, perché il giorno è racchiuso tra due notti, la falsa consolazione urla: spera, perché la notte è racchiusa tra due giorni.


L’uomo non ha però bisogno di una consolazione che sia un gioco di parole, ma di una consolazione che illumini. E chi desidera essere malvagio, vale a dire un uomo che agisce come se tutte le azioni fossero difendibili, dovrebbe almeno avere la bontà di accorgersi quando è riuscito nel suo scopo.


Nessuno è in grado di enumerare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cala l’oscurità, e la vita non è un problema che possa essere risolto dividendo la luce per la tenebra e i giorni per le notti, è invece un viaggio pieno d’imprevisti tra luoghi inesistenti. Posso per esempio camminare sulla spiaggia e all’improvviso sentire la spaventosa sfida dell’eternità alla mia esistenza nell’incessante movimento del mare e nell’inarrestabile fuga del vento. Cos’è allora il tempo se non una consolazione perché niente d’umano può essere perenne? E che consolazione miserabile, da arricchire solo gli svizzeri!


Posso starmene seduto davanti al fuoco nella più sicura delle stanze e, all’improvviso, sentire la morte che mi accerchia. È nel fuoco, in tutti gli oggetti taglienti che mi stanno intorno, nel peso del tetto e nella massa delle pareti, è nell’acqua, nella neve, nel calore e nel mio sangue. Cos’è allora la sicurezza dell’uomo se non una consolazione perché la morte è prossima alla vita? E che povera consolazione, che riesce solo a ricordarci ciò che vorrebbe farci dimenticare!


Posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono nel mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m’importa dei soldi, che m’importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L’unica cosa che m’importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos’è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore!


Posso vedere la libertà incarnata in un animale che attraversa veloce una radura e sentire una voce che sussurra: vivi semplicemente, prendi ciò che desideri e non temere le leggi! Ma cos’è questo buon consiglio se non una consolazione perché la libertà non esiste? E che consolazione spietata, per chi comprende che occorrono milioni di anni a un essere umano per trasformarsi in lucertola!


Posso infine scoprire che questa terra è una fossa comune in cui Salomone, Ofelia e Himmler riposano fianco a fianco. Posso trarne l’insegnamento che il crudele e l’infelice muoiono la stessa morte del saggio, e che la morte può quindi apparire una consolazione per una vita sprecata. Che orribile consolazione, però, per chi nella vita vorrebbe vedere una consolazione alla morte!


Non possiedo una filosofia in cui potermi muovere come l’uccello nell’aria e il pesce nell’acqua. Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione. Dovrei forse dire: la vera consolazione, perché a rigore non c’è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti.


Ma la libertà ha inizio con la schiavitù e la sovranità con la soggezione. Il più sicuro indizio della mia mancanza di libertà è il mio timore di vivere. L’inconfutabile segno della mia libertà è che il timore arretra e lascia spazio alla calma gioia dell’indipendenza. Sembra che io abbia bisogno della dipendenza per provare infine la consolazione d’essere un uomo libero, e questo è sicuramente vero. Alla luce delle mie azioni mi rendo conto che tutta la mia vita sembra avere per scopo quello di procurare delle pietre da attaccarmi al collo. Ciò che potrebbe darmi la libertà mi dà schiavitù e pietre al posto del pane.


Uomini diversi hanno padroni diversi. Io, per esempio, sono a tal punto schiavo del mio talento che non ho il coraggio di farne uso per timore d’averlo perso. Sono poi così schiavo del mio nome da non osare quasi scrivere una riga per paura di arrecargli danno. E quando infine sopravviene la depressione, sono schiavo anche di quella. Il mio più grande desiderio diventa quello di trattenerla, il mio più grande piacere è sentire che il mio unico valore stava in ciò che credo di aver perduto: la capacità di spremere bellezza dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze. Con gioia amara voglio vedere le mie case crollare e me stesso sepolto nell’oblio. Ma la depressione ha sette scatole, e nella settima sono riposti un coltello, una lametta da barba, un veleno, un’acqua profonda e un salto da una grande altezza. Finisco per essere schiavo di tutti questi strumenti di morte. Mi seguono come cani, o sono io a seguirli come un cane. E mi pare di capire che il suicidio è l’unica prova della libertà umana.


Ma da una direzione di cui ancora non ho idea si avvicina il miracolo della liberazione. Può accadere sulla spiaggia, e la stessa eternità che poco fa ha suscitato la mia paura è ora testimone della mia nascita alla libertà. In cosa consiste dunque questo miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere. Perché se non esiste questa voglia, cosa può esistere allora?


Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un’unità che agisce autonomamente.


Solo in questi momenti posso essere libero davanti a tutte quelle consapevolezze sulla vita che mi hanno prima portato alla disperazione. Posso riconoscere che il mare e il vento non potranno che sopravvivermi, e che l’eternità non si cura di me. Ma chi mi chiede di curarmi dell’eternità? La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto della quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita.


Ma tutto quel che mi accade di importante, tutto quel che conferisce alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita.


Depongo dunque il fardello del tempo dalle mie spalle e, con esso, quello delle prestazioni che da me si pretendono. La mia vita non è qualcosa che si debba misurare. Né il salto del capriolo né il sorgere del sole sono delle prestazioni. E nemmeno una vita umana è una prestazione, ma uno svilupparsi e ampliarsi verso la perfezione. E ciò che è perfetto non dà prestazioni, opera nella quiete. È privo di senso sostenere che il mare esiste per sorreggere flotte e delfini. Lo fa, certo, mantenendo però la sua libertà. Ed è altrettanto privo di senso affermare che l’uomo esiste per qualcos’altro che non sia il vivere. Certo, egli alimenta macchine o scrive libri, ma potrebbe fare qualsiasi altra cosa. L’essenziale è che faccia quel che fa mantenendo la propria libertà e con la chiara coscienza di avere in sé – come ogni altro della creazione – il proprio fine. Egli riposa in se stesso come una pietra sulla sabbia.


Posso anche essere libero dinanzi al potere della morte. Certo, non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. Ma posso ridurre la minaccia fino ad annullarla non ancorando la mia vita a punti d’appoggio tanto precari come il tempo e la fama.


Non è invece in mio potere restare costantemente rivolto verso il mare e confrontare la sua libertà con la mia. Verrà il tempo in cui dovrò volgermi verso la terra e affrontare gli organizzatori della mia oppressione. Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. Posso però distinguere, tra le richieste che pesano sull’uomo, quali sono irragionevoli e quali ineludibili. Un tipo di libertà, mi rendo conto, è perduto per sempre o per lungo tempo. Parlo di quella libertà che deriva dal privilegio d’essere padrone del proprio elemento. Il pesce ha il suo elemento, l’uccello ha il suo, l’animale di terra il suo. L’uomo invece si muove in questi elementi correndo tutti i rischi dell’intruso. Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov’è adesso la foresta in cui l’uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà, al di fuori delle norme irrigidite della società?


Sono costretto a rispondere: in nessun luogo. Se voglio vivere in libertà, dev’essere – per ora – all’interno di queste forme. Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.


Questa è la mia unica consolazione. So che le ricadute nella disperazione saranno molte e profonde, ma il ricordo del miracolo della liberazione mi sostiene come un’ala verso una meta vertiginosa: una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita.


(Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea editore)