Phoenix (di Christian Petzold, 2014)

Nota: presenti numerose anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Identità individuale e collettiva nella Germania del secondo dopoguerra, questo il tema essenziale nel nuovo film di Christian Petzold. Del romanzo giallo Le ceneri della defunta viene conservato solo parte dell'impianto narrativo, i colpi di scena vanno a segno ma ci sono altri aspetti di maggior rilievo che rendono la visione irrinunciabile.
Nelly, la protagonista di questo film, sopravvive all'orrore di una violenza di cui è stata solo vittima e viene privata dell'identità attraverso la chirurgia plastica del suo volto deformato. Ma è una privazione solo apparente, come vedremo.
Teme di non essere più "quella di una volta" e cerca di recuperare i frammenti di "quella vita" senza prima aver metabolizzato le ragioni che l'hanno separata tra viventi e morti. Tra le croci segnate a penna nelle fotografie per identificare i defunti ce n'era una anche per lei; l'inchiostro lascia un marchio indelebile e ne rimane traccia malgrado il tentativo di rimuoverlo, così Nelly è anche in una condizione tra viventi e viventi. Preferirebbe essere morta, ma non sa perché. Preferirebbe essere sé stessa, ma forse è Esther.
C'è una casa ancora intatta nei suoi sogni, vi abitava in "quella vita", la riproduce fedelmente in un disegno perché non ha ancora affrontato la frattura tra il "prima" e il "dopo". L'esperienza nel lager ha un ruolo incisivo nel suo distacco dalla realtà. Non si tratta solo di una realtà visiva.
Il suo volto suscita ribrezzo tale da non essere preso in considerazione, o peggio ancora parte di un corpo che indossa una borsa da derubare. Ci sono invece volti indecifrabili tra le persone di tutti i giorni. Volti da distinguere perché colpevoli, ma dal momento che la Storia smentendo Cicerone ha insegnato che il volto non è lo specchio dell'anima non si capisce chi siano i nazisti e i delatori tra i tedeschi, e chi i tedeschi tra i nazisti e i delatori. La strada verso la conoscenza e la consapevolezza della protagonista procede di pari passo a quella collettiva. Uno dei passaggi chiave del film è quando Lena si rende conto di aver utilizzato inadeguatamente il termine "ricostruito" riferendosi al volto dell'amica. Poi si corregge, precisa che ha utilizzato una definizione del chirurgo, e che piuttosto avrebbe voluto esprimersi preferendo la parola "rigenerato".
Ricostruzione è un concetto più appropriato per l'esteriorità, mentre l'anima di una persona può rigenerarsi. Solo il recupero dell'identità (e qualcuno aggiungerebbe "del mito", si veda a tal proposito la nota sul titolo del film più avanti) può salvare dalla miseria morale, tanto per Nelly che per la sua nazione. E' un concetto che si può smarrire, inestirpabile e indipendente dalla trasformazione fisica, ed è a questa conclusione che il film giunge in un crescendo emotivamente molto, molto intenso. Del resto il titolo mitologico è eccezionale per pregnanza di significato in riferimento al contenuto del film (la fenice si rigenera dalle sue stesse ceneri). Per chi ha optato per il raccapricciante titolo italiano (un tentativo di emulare Il segreto dei suoi occhi?) si tratta dell'ennesimo fallimento professionale (vedi l'analoga distruzione del favoloso titolo originale dell'ultimo, altrettanto mitologico film di Laurent Cantet). Sappiate che ci sono anche spettatori intelligenti.
Nelly intraprende un percorso coerente di cui scopre intuitivamente le fondamenta nella splendida, tripla rivelazione finale: per lo spettatore, che finalmente scopre che non c'è differenza tra la "nuova" Nelly e i cocci della "vecchia", disseminati sin lì per tutto il film; per il marito e la combriccola di amici complici della messinscena, che vengono definitivamente relegati all'unisono al ruolo di maschere (e l'accoglienza in stazione è una delle tante metafore del ridicolo trasformismo nazista); infine per Nelly stessa, che cantando torna ad essere quella che conosceva, meno ingenua e più consapevole dell'orrore della sua storia, fatta di opportunismo e inganno. Esattamente la trama di una Storia più grande che ha caratterizzato l'umanità.
Sulla scia di questo apprezzabile e riuscitissimo gioco di contrasti, il film mi ha conquistato anche per un personaggio apparentemente minore come Lena. Per ovvi motivi non viene approfondito più di tanto il suo scavo psicologico, ma pochi, essenziali dettagli ne determinano il valore. Salva due volte Nelly, dapprima mantenendola letteralmente in vita e in seguito illuminandola attraverso il lascito del documento che attesta l'inequivocabile colpevolezza di Johannes.
"Non riesco più ad ascoltare canzoni tedesche" esclama Lena in un dialogo. E' un'esclamazione forte ed emblematica del suo personale rapporto con la propria identità in relazione a quella collettiva. L'impotenza la schiaccia e non riesce a liberarsi dal peso della verità del suo tempo se non con il suicidio. Questo atto finale tuttavia è contrassegnato da due atti di magnanimità (oltre alla lettera per Nelly lascia anche una referenza per un'altra donna) e l'incidenza storica del suo vissuto sancisce una dignità alla volontà di morire assolutamente non paragonabile alla miriade di suicidi dei fautori del nazismo.  

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