Pelican - Australasia (2003)

Quando nel novembre del 2003 uscì il secondo album dei Pelican (il primo, se si considera l'omonimo del 2001 come un EP), non ancora si faceva riferimento ad un genere nascente come il post-metal (almeno in Italia), e a tutti gli effetti Australasia può esserne considerato un precursore.
Ricordo che fu immediatamente catalogato nello sludge/doom e recensito su riviste specializzate essenzialmente nel metal, ma capimmo nel giro di un solo ascolto che ci stavamo misurando con qualcosa di diverso.
Per me l'impatto del suono delle chitarre elettriche che esplodono quasi subito in NightEndDay e il riff a 2:08 furono una folgorazione, e ancora oggi nel ricollegare quei ricordi mi vengono i brividi. Nell'insieme è un disco enorme, molto più complesso, raffinato e ricco rispetto al debutto. Le chitarre restano un muro, ma più dinamiche e creative. In ogni brano c'è almeno un momento di svolta che accresce l'onda emotiva della composizione. A differenza del disco successivo le dilatazioni sonore lambiscono, ma non ancora toccano, lidi accostabili al post-rock.
Se penso a questo album mi vengono in mente una purezza che ancora oggi è difficile ricollegare ad altri album, la densità di Drought (un macigno) ma anche la delicatezza di certi passaggi di Angel tears o della favolosa traccia acustica senza titolo. Quest'ultima, opportunamente inserita nel momento più intimo del disco, riesce a creare un solco per il crescendo emotivo della conclusiva title-track, che nel suo cuore vive uno stato di grazia indescrivibile che il gruppo solo in The fire in our throaths will beckon the thaw sarebbe stato in grado di far riemergere con la stessa potenza.

Australasia è uno dei dischi che meglio riescono a rappresentare per me la dimensione del viaggio, tanto da accompagnarmi ovunque, come se fosse un totem.

Nessun commento: