A swarm of the sun - The rifts (2015)

Il terzo album degli svedesi A swarm of the sun vede finalmente la luce dopo una gestazione lunga ed elaborata. Ricordo che da oltre due anni già circolava il titolo The rifts ("le fratture"); il motivo di così tanta flemma è che il duo svedese ha un controllo pressoché totale dei propri album, sia sul piano della registrazione che della produzione.
Il risultato stavolta è ottimo, e in parte sorprendente. Avevo espresso un giudizio non così netto per i primi due album, che erano pur caratterizzati da alcuni brani molto validi, specie l'ormai penultimo Zenith. Che The rifts segua un'evoluzione musicale è vero solo in parte. E' preferibile dire che aggiusta il tiro, limando le parti elettroniche, eliminando il cantato rabbioso e individuando definitivamente in chitarra e piano (con tutte le sue sfumature, da tastiera a organo) i due fili conduttori delle composizioni. E le percussioni, che avevano un ruolo marginale nell'esordio (era una drum machine) e secondario in Zenith, qui trovano una connotazione migliore grazie al lavoro del guest session Karl Daniel Liden (Vaka, The old wind). Rispetto agli strumenti "esotici" utilizzati di volta in volta da altri ospiti in studio, stavolta a violoncello e didgeridoo sono stati preferiti vibrafono e organo a canne (quest'ultimo rende ancor più apocalittico il brano The warden). Tutto questo discorso di natura strumentale svanisce dinanzi all'importanza che il duo svedese attribuisce al mood, o meglio al proprio mood, che album dopo album è emerso in un processo di uniformità grafica, lirica e sonora. Anche stavolta devo ammettere che il progetto grafico non mi piace perché troppo artefatto e digitale. Per fortuna l'oggetto della discussione è musicale, e in quest'ambito posso solo esprimere che questo disco è da ascoltare dall'inizio alla fine perché si avverte la sensazione di sprofondare in un'altra dimensione (curiosamente, quando in un secondo momento ho letto i testi, ho notato la presenza di espressioni come "drag down" e "pull deep"). Le poche parti cantate stavolta mi hanno conquistato, mentre gli strumenti principali riescono a evocare note malinconiche sfruttando poche idee, tutte a bersaglio. Gli A swarm of the sun non hanno mai fatto dell'eclettismo la loro arma, piuttosto si basano su accordi essenziali e di impatto, e i pochi cambi di registro riescono a determinare una variazione emotiva molto netta: è il caso della "botta" di chitarre elettriche che caratterizza il finale di Infants (che mi fa pensare a Waiting for you dei Cult of luna). Possibilmente il disco mostra un lato metal ancor più pronunciato che in passato nei momenti in cui si accende, limitandosi a sfiorare il doom, restando piuttosto in ambito più propriamente post-metal. A tal proposito Incarceration è il brano più pesante ma non tanto per questo motivo uno dei migliori; difficile fare una classifica perché le varie strumentali hanno tutte una deliziosa carica malinconica che le elevano rispetto al ruolo di materia collante del disco. In questo vorticoso inabissarsi il gruppo ha scelto di piazzare il brano più lungo (oltre i 10 minuti) immediatamente prima del finale: la maestosa These depths were always meant for both of us sul piano emotivo è il corollario di tutto ciò che il disco ha preparato nella prima parte, mentre la conclusiva All the love ad glory sembra quasi riprendere elettricamente il tema di pianoforte dell'apripista There's blood on your hands, determinando un effetto circolare. 

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