Pill 88

La mia città è diventata il cadavere di un animale, pungolato e titillato da centinaia di insetti che gli scavano nelle membra e lo mangiano, fino a renderlo lentamente uno scheletro. E' una città fantasma, di quelle che si vedono alla televisione nei documentari di guerra, con le mine che fanno esplodere le case e i tombini aperti da dove escono colonne di scarafaggi che si tuffano nei frigoriferi aperti, e i topi che sono delle vere e proprie zoccole. La polvere vince sull'asfalto, il cielo è nuvolo anche nei giorni di sole, le strade sono dei cani randagi. I condomini sono maledetti perché non hanno protetto i loro abitanti. Le case si muovono, passandoci davanti è possibile sentire lo scricchiolare delle mura.
Di notte la mia città grida, è sola anche lei, e chiede di andarla a trovare. Il centro è proibito, le scosse e i crolli continuano, troppo pericoloso. Ma io oggi ci vado, conosco una strada per entrarci. Dal viale principale si vedono alcune case completamente crollate, pareti di colori e di edifici diversi fusi in un'unica maceria. Le case ai piani bassi sono tutte vuote, una ha conservato uno spicchio di pavimento che tiene su per miracolo un armadio spalancato con i vestiti ancora appesi.
Lì i ladri non ci sono arrivati. Io però voglio andare alla Casa Incantata. Il mio amico Domenico l'ha vista e mi ha spiegato la strada. Comincia a piovere, c'era da immaginarlo. La pioggia non è una sofferenza, anzi. Quando c'è la si maledice in ogni modo, quando non c'è la si desidera. Perché la sabbia è troppa ed è sempre presente come una malattia. La pioggia inumidisce l'afa e l'aria non si rinfresca, bagna i capelli e li arriccia, bagna le maglie e si somma al sudore. Ora le nuvole nere oscurano anche quel brandello di sole che era rimasto, mentre mi avvicino alla periferia, dove una volta c'era il quartiere residenziale più popoloso della città. Qui il passaggio è consentito.
Iniziano i vicoletti tra le case, i piccoli giardini, le piazzole. A ogni crocevia ci sono i militari, appostati dentro e fuori le loro camionette verdi, a sorvegliare chi passa. Quando mi vedono, mi vengono incontro con il fucile puntato, sono in due e ho tanta paura. Accarezzano la canna, la alzano, la abbassano. Il messaggio è: siamo noi i più forti, stai attenta.
Lo scenario è terribile e suggestivo. C'è sempre una certa morbosità nel disfacimento, nelle cose che muoiono. Qui lo sventramento fa venire le vertigini.
C'è una casa, in fondo a destra, con un bel giardino. E' al piano terra, si vedono la cucina grande con la stufa a legna, il frigorifero bianco e la televisione sopra. E poi il tinello con il tavolo lungo, il divano a fiori rossi, la madia con un vaso di fiori e i fiori ancora dentro. C'è anche il caminetto con la legna, senza fuoco però.
Il piano di sopra invece non c'è più. Sono scomparse le camere, i bagni, le scale. Una casa fatta di cucina e tinello.
Punto verso di lei e, a mano a mano che mi avvicino, arrivano i ricordi.
Penso che ricacciarli indietro non serve. Il terremoto ha rivoltato la terra e anche me. Ha reciso le mie radici e solo piantando i ricordi l'albero che sono potrà crescere di nuovo.
Sento la voce di mio nonno, siamo seduti in cucina, vicini, lui sulla sedia con lo schienale reclinabile e la pedana per tenere le gambe alzate, io sul pouf. Era attaccato al termosifone e nelle giornate fredde mi ribolliva il sangue.
Mentre nonna preparava la cena con le finestre spalancate anche in pieno inverno, lui raccontava della Seconda guerra mondiale. Di quando al nostro paese c'erano i tedeschi. Tante case erano state abbandonate perché la gente scappava nei villaggi più lontani, sulle montagne, dove c'erano solo i pastori, che i tedeschi non andavano a molestare. Entravano e prendevano salami, prosciutti, forme di formaggio, vino. Prelevavano nel giro di pochi minuti l'intero raccolto, ma soprattutto la carne e i cibi più nutrienti.
"Uscivano pazzi per i nostri salami" diceva il nonno.
Sua mamma Giacinta era una donna molto buona, ma anche molto ingenua. Tutti se ne approfittavano chiedendole in prestito i soldi, e lei non osava mai opporre resistenza. Le prime volte che i tedeschi si portarono via quel poco che avevano, lei pensò che avessero fame e provò per loro una grande compassione. Ma tornavano quasi tutti i giorni e Giacinta si iniziò a infastidire. Non poteva ribellarsi, tutto il paese preferiva morire di fame piuttosto che essere fucilato davanti al muro della chiesa. E se non c'era cibo, si stava a digiuno. Solo una persona osò sfidarli, o meglio, osò approfittarsi di loro. E venne fucilato. Il becchino. Questa storia non me la scorderò mai. Me la sono fatta ricordare almeno una dozzina di volte, ancora adesso mi affascina e mi spaventa. La storia del becchino è breve, così come il tempo della sua morte. Un giorno morì un tedesco e, prima di riportarlo nel suo paese, decisero di vestirlo di tutto punto nel cimitero e di metterlo nella bara. La bara, però, non la sigillarono e, prima di farla rimpatriare, la riposero per una notte nella camera ardente. Il becchino rubò le scarpe del morto.
"Il morto che ci doveva fare con quelle scarpe?" diceva mio nonno. "Al suo posto me le sarei prese anche io. Ma il becchino fu scoperto, perché la mattina dopo portava proprio le scarpe che mancavano al defunto. Allora i tedeschi lo misero faccia al muro e bum! Con una schioppettata lo ammazzarono".
La storia del becchino si concludeva sempre così, e io sorridevo, e quando la raccontavo ai miei amici, loro rimanevano sempre a bocca aperta.
Anche qui si ruba la roba dei morti e quella dei vivi. I ladri entrano nelle case sventrate, prendono e portano via, senza compassione. E' gente nostra, siamo noi.
Sul ciglio della strada si comincia a vedere la vita prima di quella notte. Fra i mattoni e il cemento spuntano scatolette di cibo per cani, borsoni abbandonati, un pantalone, una scarpa. In alcuni angoli, addirittura, delle ciotole piene di crocchette e lettiere piene di terriccio per i gatti. Come se l'angelo custode dei nuovi bastardi provvedesse a sfamarli e a dar loro un riparo.
Continua a piovere e fa tanto caldo, le cosce si toccano e mi bruciano.
Cammino altri cinque minuti nello sfacelo, poi prima della fine della strada, imbocco il vialetto a destra. Un cartello avverte che siamo in una strada chiusa. Le case sembrano normali, tranne un appartamento al terzo piano di una palazzina. Dalle finestre si vede che le stanze sono piene di macerie fino al soffitto, come se il tetto fosse crollato e avesse portato giù con sé i piani sottostanti.
Mi infilo tra i due condomini, studio casa per casa e mi illumino. Eccola, la Casa Incantata, non mi posso sbagliare.
E' una casa più normale delle altre, con i mattoncini rossi, le finestre piccole e rettangolari decorate con tende di pizzo e due comignoli ancora attaccati.
Inclinata su un lato di almeno trentacinque gradi, non capisco cosa le è successo. Non sono crollate le pareti, non sono cascati i muri. Non è cascato niente, solo qualche mattone del rivestimento esterno. Ma è inclinata, cazzo, come può essere? E' una casa sospesa come se una mano salvifica l'avesse protetta dalla carneficina, tenendola stretta a sé con gli artigli.
Certe cose non si spiegano.


(Sara Ciambotti, Il terremoto di Sara, pagg. 93-98, Rizzoli editore)

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