Pill 87

R: In questo libro (Malina) non si tratta solo di rapporti fra tre persone che forse sono addirittura una persona sola; anche i sogni svolgono un ruolo molto importante.

Bachmann: Si. Tutte le storie che sono evitate perché l'Io non può narrare se stesso – in quanto glielo vieta il suo doppio – compaiono nei sogni. C'è quasi la spiegazione della distruzione dell'Io, del suo essere quasi distrutto da una storia precedente, causata da questa figura paterna strapotente, di cui poi si capisce che è il personaggio dell'assassino, ossia dell'assassino che noi tutti abbiamo.

R: Chi è quest'assassino?

Bachmann: Quest'assassino le si mostra sempre col volto del padre. Lei non vuole rassegnarsi al fatto di cominciare a riconoscerlo, a poco a poco. E Malina, il suo doppio, questo suo doppio assai più acuto e sapiente, l'aiuta, fa uscir fuori colui che si è veramente nascosto in questi sogni. E quando lei chiede: "Chi è l'assassino?..."

R: "L'assassino, che noi tutti abbiamo", ha detto lei.

Bachmann: Si. E' un errore molto grande quello di credere che si venga uccisi solo in guerra o solo in un campo di concentramento – si viene ammazzati anche nel bel mezzo del tempo di pace.

R: In che modo?

Bachmann: Si, di questo, di ciò che io chiamo l'assassino se ne occupino gli altri.

R: Nella convivenza degli uomini nella società ci sono diversi elementi imponderabili che ci fanno star male: potrebbero essere questi l' "assassino", presi tutti insieme?

Bachmann: L'espressione "gli elementi imponderabili" sarebbe un modo di dire troppo ingenuo. Qui, invece, c'è qualcosa di molto più acuto.

R: L'ho chiamato "elementi imponderabili" perché non si fanno capire. Non si può ricondurre a un'unica causa il fatto che uno cominci a bere o sia disperato. Possono esserci molte cose che hanno portato quest'uomo alla disperazione.

Bachmann: Ma la causa è sempre una persona.

R: O più persone?

Bachmann: Si, o più persone; forse tante, forse una sola.

R: Ed è questo che lei intende per "l'assassino che noi tutti abbiamo"?

Bachmann: Si

R: Ora, l'amore e l'angoscia – anche l'assassino – svolgono un ruolo molto importante in tutto il suo lavoro letterario. E' il tema che la prende di più?

Bachmann: Non è che si abbia un tema, ma è che in questo mondo, così come l'ho trovato io e come l'ha trovato lei, c'è questo: i fatti sono questi.

[...]

Qual è la spiegazione del fatto che la Bachmann abbia solo un tema di fondo: il dolore di vivere? La vita come "mostruosa offesa", di fronte alla quale c'è una sola salvezza: la morte. La società umana come "il più grande teatro del delitto". La scrittrice mi guarda:
"Si, perché? Ha qualche dubbio sul fatto che in questo mondo che si ritiene civile, tra uomini che apparentemente si comportano bene, regni in segreto un permanente stato di guerra? Che gli uomini si ammazzino a vicenda, lentamente? Ci sono momenti in cui questo è chiaro a ognuno, poi ci sono lunghi tratti in cui si torna a vivere in qualche modo pacificati, con le proprie piccole ferite, con cui si può vivere benissimo...".
L'ho pregata di ricordarsi della sua infanzia, e lei racconta di quello shock fin dove arriva il suo ricordo:
"C'è stato un momento preciso che ha distrutto la mia infanzia. L'entrata delle truppe di Hitler a Klagenfurt. Fu qualcosa di così orrendo, che il mio ricordo inizia con questo giorno, con un dolore troppo precoce, così intenso come forse dopo non l'ho più provato. Naturalmente non ho capito tutto nel senso in cui l'avrebbe capito un adulto. Ma questa immensa brutalità che si avvertiva, questo urlare, cantare e marciare – il sorgere della mia prima angoscia di morte. Un esercito intero arrivò così nella nostra quieta, pacifica Carinzia..."

[...]

Z: Una volta lei ha detto, "Io non scrivo musica a programma"; che cosa significa?

Bachmann: Significa che rinuncerei sempre a sposare un'opinione. Sarebbe la cosa più facile da fare; già molti altri l'hanno fatto prima di noi, l'hanno sempre fatto e oggi tornano a farlo.

Z: Nelle sue poesie si dice una volta "placenta degli orrori", e in uno di questi nuovi racconti si dice: "era d'una tristezza infondata". E' subentrata in lei, nel modo di trattare la sua realtà una specie di rassegnazione?

Bachmann: No, assolutamente, nessuna rassegnazione. Io stessa sono una persona che non si è mai rassegnata, mai, e che non può neanche immaginare una cosa del genere. Piuttosto è questo: io constato soltanto, e la constato in così tante persone, e spesso già da subito, una rassegnazione che mi spaventa.

(Ingeborg Bachmann, interviste varie raccolte nel volume In cerca di frasi vere, pagg. 147-149; 185-186; 195-196, Laterza editore)

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