Fuoco di paglia (di Volker Schlöndorff, 1972)

Con Fuoco di paglia Volker Schlöndorff porta alla ribalta uno dei suoi primi ritratti femminili, condividendo con il collega e amico Alexander Kluge la riflessione sull'affermazione dell'identità nella complessa e contraddittoria società tedesca del tempo, non tanto sul piano stilistico quanto tematico; infatti sebbene siano rintracciabili punti in comune con La ragazza senza storia e Artisti sotto la tenda del circo: perplessi, la sua regia è più lineare e si muove con disinvoltura tra numerosissimi scenari di cui Elisabeth è sempre il centro d'interesse, e – particolare di maggior rilievo – la partecipazione di Schlöndorff alla sorte della protagonista è decisamente più "schierata" e animata. Perfino un termine di confronto più ravvicinato con Kluge come Occupazioni occasionali di una schiava (1974) ribadisce una distanza emotiva tra i due modi di esprimere un tema simile e all'epoca molto attuale. Alla spinta "militante" di Fuoco di paglia contribuisce evidentemente l'apporto della moglie del regista, Margarethe von Trotta, qui in veste di attrice e "mattatrice" dell'opera e il cui ruolo, anche se non ancora di co-regia, è quasi al pari di quello del marito soprattutto in fase di sceneggiatura. Sono percepibili i prodromi delle sue opere prime (specie Il secondo risveglio di Christa Klages e Sorelle) nello scavo psicologico dei personaggi, specie delle protagoniste, e nella considerazione che la solidarietà femminile è uno dei mezzi più potenti per abbattere la società patriarcale.
La crisi della famiglia è nel film un fatto ormai assodato (il divorzio costituisce la sequenza iniziale e resta sempre sullo sfondo); il centro d'interesse non va neppure ricercato nella difficoltà della protagonista a trovare un lavoro nel senso occupazionale, quanto piuttosto nell'impossibilità di impiegarsi in un lavoro che la rappresenti per ciò che è e che sa. Ciò naturalmente pregiudica anche la possibilità di avere in custodia il figlio.
Viene messo in luce come sia legalmente che convenzionalmente ad una donna della RFT nei primi anni '70 ogni presa di posizione precluda una conseguenza negativa. Se da una parte il ruolo "bastardo" del marito viene in qualche frangente enfatizzato (le allusioni alla presunta "cattiva condotta" e dunque al valore "morale" di Elisabeth che egli avanza), le peripezie nella quotidianità della protagonista hanno un aspetto realistico e spesso vengono rappresentate con toni grotteschi e stravaganti. Geniale, a tal proposito, la sequenza onirica in b/n del balletto, in cui la von Trotta si destreggia al massimo della sua bravura; la sua interpretazione è talmente poliedrica (nel film canta, balla, drammatizza e sdrammatizza con naturalezza e spontaneità, fino a sfoggiare il suo già fluente italiano) da risultare tra le più convincenti della sua carriera da attrice (superiore anche a quella del successivo Colpo di grazia).
Bellissimo l'excursus nella galleria d'arte, dove l'arte figurativa è eloquente e le parole del professore hanno un carattere ambiguo: questione di pazienza e l'evoluzione della specie umana farà la sua parte. Ma come non pensare ad altre forme di disparità sociale?
Il finale è amaro e paradossale perché solo attraverso il rinnegato e maledetto vincolo matrimoniale Elisabeth può ancora sperare di far valere i propri diritti.

Preso singolarmente, il film potrebbe far pensare ad una mera presa di posizione femminista. Ripercorrendo la carriera degli anni '70 del regista, Fuoco di paglia appare invece come uno dei tasselli più significativi all'interno di storie che trattano le più svariate forme di accanimento contro la democrazia.

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