Pill 125

L'uomo che da lontano sospira la sua donna, o anche soltanto la terra della sua infanzia, è alle soglie del sonnambulismo.
Ci son forse già stati parecchi indizi, ma lui non ci ha badato. Così, ad esempio, quando, avviandosi alla stazione, si avvede che le case son fatte di mattoni sovrapposti, le porte di assi segate, le finestre di vetri rettangolari; o quando pensa ai redattori e ai demagoghi che fingono di sapere dove siano la destra e la sinistra, mentre lo sanno soltanto le donne, e neppur tutte. Ma non si può pensar sempre a queste cose, e alla stazione egli beve placidamente un bicchiere di birra.
Ma quando vede arrivare sbuffando il treno per Mullheim, quel grosso, lungo verme che si avventa con tanta sicurezza verso la meta, qualcosa lo assale all'improvviso, l'assale improvviso il dubbio se ci sia da fidarsi della locomotiva, che forse potrebbe sbagliar strada; l'assale il timore di venir sottratto ai suoi obblighi, lui che notoriamente deve adempiere importantissimi obblighi terreni, e di venir magari sviato in America.
Nei suoi dubbi si rivolgerebbe volentieri a qualche impiegato in uniforme, come fanno i viaggiatori inesperti, ma la banchina è così estesa, così smisuratamente lunga e nuda, che si stenta a percorrerla e ci si deve reputar fortunati se, pur senza fiato, si riesce ancora a raggiungere il treno, dovunque esso vada. Poi naturalmente ci si sforza di decifrar sulle vetture i cartelli che indicano la destinazione, ma si capisce subito che è un'impresa inutile, perché sui cartelli non ci son che parole. E il viaggiatore sosta un po' incerto davanti alla vettura.
Incertezza e fiato corto bastano indubbiamente a far imprecare un uomo d'indole irascibile, soprattutto quando, incalzato dal segnale di partenza, deve arrampicarsi rapido come il vento sugl'incomodi scalini del vagone e batte lo stinco contro il predellino. Egli impreca, impreca contro gli scalini e contro lo stupido modo di costruirli, impreca contro il destino. Ma questa sua villania nasconde un'intuizione abbastanza giusta e piuttosto eccitante, e se avesse le idee chiare egli potrebbe benissimo esprimerla: semplice opera dell'uomo è, ahimè, tutto questo! Gli scalini, adattati alla flessione e all'estensione del ginocchio umano, la banchina smisuratamente lunga, i cartelli con le loro parole e i fischi delle locomotive e i rilucenti binari d'acciaio: una profusione di opere umane, figlie tutte della sterilità.
Il viaggiatore sa confusamente che queste considerazioni lo elevano sul viver comune e vorrebbe imprimersele nella memoria per tutta la vita. Perché, sebbene si possan dire comuni a tutti gli uomini, i viaggiatori, soprattutto quelli d'indole irascibile, vi son più inclini dei sedentari, che non pensano a nulla, anche se salgono e scendono le scale di casa cento volte al giorno. Il sedentario non si accorge di esser circondato da opere umane, e che anche i suoi pensieri sono soltanto opera umana. Manda in giro i pensieri, come si mandano in giro per il mondo sicuri e abili uomini d'affari, e crede in tal modo di costringere il mondo nella sua stanza e nella sua impresa.
Ma chi invece dei suoi pensieri manda in viaggio se stesso ha perso tale avventata certezza; volge la sua collera contro tutto quello che è opera dell'uomo: contro gli ingegneri che costruiscono gli scalini così e non altrimenti, contro i demagoghi che farneticano di giustizia, ordine e libertà, come se potessero assestare il mondo a piacer loro, contro i sapientoni volge la sua collera l'uomo in cui albeggia il sapere dell'ignoranza.
Una dolorosa libertà si annuncia, e tutto potrebbe anche esser diverso. Inavvertitamente le parole imposte alle cose scivolano nell'incerto; sembrano orfane, le parole. Incerto, il viaggiatore percorre il lungo corridoio del vagone, un po' stupito che ci sian finestre di vetro come nelle case, e con la mano ne tocca la fresca superficie. Così l'uomo che intraprende un viaggio cade facilmente in uno stato di disimpegno e d'irresponsabilità. Ora che il treno strepita di corsa e par che si avventi alla meta, che tenda all'irresponsabile libertà e nulla può arrestare quell'impeto tranne il segnale d'allarme, ora che il viaggiatore sente sotto i suoi piedi qualcosa che lo trascina via di furia, ora che pur nella dolorosa libertà della chiarezza diurna non ha perduto la sua coscienza, ora egli tenta di andare in direzione opposta. Ma non se ne viene a capo, perché qui tutto è futuro.
Ruote di ferro lo separano dalla buona terra ferma, e il viaggiatore pensa a navi dai lunghi corridoi, dove si allineano le cabine, le navi galleggianti sulla montagna d'acqua, alte sopra il fondo del mare, che è terra, dolce speranza non mai adempiuta! A che serve rimpiattarsi nel corpo della nave, quando soltanto l'assassino può portar la libertà! Ah, mai la nave approderà al castello, dimora dell'amata! Il viaggiatore nel corridoio ferma i suoi passi e, mentre ha l'aria di osservare il paesaggio e i castelli lontani, schiaccia il naso contro il vetro come faceva da bambino.
Assassinio e libertà, così intimamente affini come generazione e morte! E chi è buttato nella libertà è orfano, come l'assassino che avviato al patibolo invoca a gran voce la madre. Nel treno che strepita in corsa tutto è futuro, perché ogni istante già appartiene a un altro luogo, e i viaggiatori sono contenti, quasi sapessero di venir sottratti all'espiazione. Quelli che sono rimasti sulla banchina hanno ancora tentato, chiamando e sventolando i fazzoletti, di toccar la coscienza ai fuggiaschi, di ricondurli al dovere; ma i viaggiatori non rinunciano più all'irresponsabilità; chiudono i finestrini col pretesto che temono un torcicollo per qualche colpo d'aria, e tirano fuori le provviste, che non son più costretti a dividere con nessuno.
Parecchi hanno infilato il biglietto nel cappello, perché la loro innocenza risulti già da lontano; ma i più lo cercano in fretta angosciati non appena risuona l'appello della coscienza e appare l'impiegato in uniforme. Chi medita un assassinio è subito colto in fallo ed è inutile che, come un bambino, ingolli cibi e leccornie d'ogni sorta; è pur sempre l'ultimo pasto del condannato.
Siedono su panche che i costruttori, con sfrontatezza forse inconsiderata, hanno adattato alla linea due volte spezzata del corpo seduto; siedono otto per otto, stipati nella loro gabbia di assi; dondolano la testa e ascoltano il cigolio del legno e lo strider leggero delle bielle sulle ruote che girano e scuotono. Chi è seduto nella direzione della corsa disprezza gli altri che guardano nel passato: questi temono le correnti d'aria e, quando si spalanca la porta, temono l'ingresso di qualcuno che torca loro la faccia sulla nuca. Perché quegli a cui capita un tal caso non sa più nulla del giusto rapporto tra colpa ed espiazione; dubita che due e due facciano quattro, dubita s'egli sia figlio di sua madre o non piuttosto un essere mostruoso. Perciò anche le punte dei piedi sono accuratamente rivolte in avanti, a indicar gli affari che sono da perseguire. Perché sull'esercizio degli affari si fonda la loro comunità. Una fiacca comunità, piena d'incertezza e malvolere.
Soltanto la madre può rassicurare il figlio perché non tema di essere un mostro. Ma i viaggiatori e gli orfani, tutti quelli che tagliano i ponti dietro di sé, non sanno più che ne sia di loro. Buttati nella libertà, debbono fondare un nuovo ordine e una nuova giustizia: non vogliono più lasciarsi infinocchiare da ingegneri e demagoghi, odiano l'opera dell'uomo nelle istituzioni dello Stato e della tecnica, ma non osano ribellarsi al malinteso millenario, né scatenare la terribile rivoluzione della conoscenza, quando due e due non si potran più addizionare. Perché non c'è nessuno che li assicuri dell'innocenza perduta e ritrovata, nessuno nel cui grembo posare il capo, fuggendo nell'oblio la libertà del giorno.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1903: Esch o l'anarchia, pagg. 314-317. Einaudi editore)

The lesson - Scuola di vita (di Kristina Grozeva, Petar Valchanov, 2015)

Nota: presenti anticipazioni sullo sviluppo della trama del film.

Uscirà in Italia presumibilmente nel marzo del 2016 ma sono già riuscito a vederlo poiché finalista del premio Lux assieme a Mustang (poi vincitore) e Mediterranea. Premetto che The lesson mi è piaciuto tantissimo e forse anche di più rispetto al film della Erguven, ma si tratta di due opere inconfrontabili per stile e narrazione.
I due registi bulgari di The lesson sono all'esordio e, come si leggerà ben presto ovunque, sembrano seguire le orme di due ben noti fratelli belgi che mi sforzerò di non nominare, visto che ormai qualsiasi film girato con camera in spalla che verte su tematiche sociali viene sempre accostato a uno dei loro. Non si può negare che questa influenza sia evidente anche in questo caso, ma il taglio vira spesso sul grottesco e la ricerca del calore umano, tanto caro a quei due innominabili, non è dopotutto il centro di interesse degli altri due, i bulgari, che affrontano la disperazione attraverso un teatro dell'assurdo che sconfina spesso in un cinismo dissacrante e pungente.
La storia (che prende spesso da un fatto realmente accaduto) segue il denaro, rappresentato nelle sue forme più svariate: dal bonifico al prestito, dall'asta al bancomat fino alle sue forme più rudimentali – banconote e monete, presenti e assenti, marchiate o racimolate in una fontana. Un flusso continuo in relazione al quale sia la protagonista che tutte le altre figure adulte che le si aggirano attorno devono fare i conti come preoccupazione prioritaria. A questo che sembra essere il primo piano del film, vi si accosta un altro parallelo e subordinato come quello dei ragazzi (sarebbe il caso di dire adolescenti se non fosse per la presenza della figlia della protagonista che capisce bene che c'è qualcosa che non quadra e piange mentre la madre le racconta una favola). Tra di essi c'è la scuola intesa come istituzione che mostra i principi morali su cui la società dovrebbe fondarsi. Il film non si limita a mettere in discussione la moralità della protagonista, che dopotutto mantiene una sua dignità e coerenza e suscita continuamente empatia e partecipazione; dipinge piuttosto una collettività corrotta nelle sue fondamenta di sostegno reciproco e interesse per l'altro. Il vero dramma di Nadia è l'assenza (oltre ad una buona dose di sfiga, dobbiamo evidenziarlo) di comprensione e talvolta un semplice buon senso, oltre alla crudeltà, che determinano lo scivolamento in una spirale di situazioni paradossalmente e progressivamente sempre più complicate e irrisolvibili. Nella cornice desolante e aliena in cui si muove, il suo gesto estremo per recuperare il denaro per quanto esecrabile appare dettato dall'esasperazione e dalla mancanza di una soluzione "pulita" che il contesto le offre (vedi anche l'accusa alla collusione tra polizia e strozzini, nelle loro varie forme spesso difficilmente distinguibili). La qualità di ciò a cui assistiamo sta nel fondere vari piani di lettura senza definire nettamente le qualità morali di ciascuno dei personaggi (eccetto l'odioso strozzino, uno che ti riceve in ciabatte e che si concede una pausa per andare a pisciare con la porta aperta – senza dimenticare il dialogo vis a vis impossibile per via di un monitor che impalla la visuale).
Narrativamente avvincente, con una serie di sequenze concatenate capaci di mantenere alta la tensione.

Ho perso la testa per la protagonista Margita Gosheva; non è una questione di attrazione quanto di personalità che riesce a infondere al proprio personaggio, e il personaggio a sua volta allo spettatore. Credo che non mi capitasse di trovare un carattere femminile così intenso al cinema da tanto tempo. Alcune sequenze, come quando scarabocchia la foto della "sostituta della madre", o quando si alza per togliere quella fastidiosa ragnatela mentre non riesce a dormire, o ancora quando "prova" a vestirsi da puttana con goffi risultati, sono intuizioni geniali della sceneggiatura che mi hanno fatto innamorare di questo film completamente, non solo nel senso (amplificato da un finale esemplare) quanto fin dentro i dettagli.

Disaffected - Vast (ristampa, 2015)

Un disco d'esordio splendido, traboccante di energia e creatività: uscito il 17 ottobre del 1995, Vast dei portoghesi Disaffected ha compiuto vent'anni e la Chaosphere Recordings l'ha ristampato in 500 copie includendo come bonus tracks la cover degli Slayer di Seasons in the abyss e il demo del 1994 Halloween Rehearsal. La confezione in digipack è elegante e impreziosita da varie foto di repertorio.
Ho riascoltato il disco (in realtà non smetto mai di farlo) e lo trovo sempre una meraviglia.
Un gioiello degli anni '90 che suona ancora fresco e coraggioso e che considero sempre tra i miei album preferiti.

Per una recensione approfondita rimando qui.

Pill 124

Improvvisa gli giunse la notizia della morte di Helmuth, ucciso in duello a Posen da un proprietario polacco. Alcune settimane prima forse Joachim non si sarebbe scosso. Nei vent'anni passati lontano da casa, la figura del fratello era impallidita sempre più; e, quando pensava a lui, egli vedeva soltanto il biondino in abiti fanciulleschi – prima che lo cacciassero in collegio si erano sempre vestiti nello stesso modo – e anche ora gli venne fatto di pensare a una bara di bimbo. Ma a un tratto gli si rizzò accanto l'immagine di Helmuth, virile e con la barba bionda, la stessa immagine che gli era apparsa quella sera nella Jagerstrasse, quand'egli aveva temuto di non riconoscere più per se stesso il volto di una ragazza. Ah! Gli occhi così chiari del cacciatore l'avevano allora salvato dai fantasmi tra cui un altro avrebbe voluto trascinarlo e irretirlo; e quegli occhi, che allora gli aveva prestati, Helmuth li aveva chiusi per sempre, forse per fargliene per sempre dono! Ma lo aveva egli preteso da Helmuth? Si sentiva senza colpa alcuna, eppure gli pareva che quella morte fosse avvenuta per lui, che fosse stata anzi provocata da lui. Strano che Helmuth portasse la barba come lo zio Bernhard, quella barba corta e piena che lasciava libera la bocca! E ora parve a Joachim di aver sempre attribuito a Helmuth, non allo zio, che pure era il vero colpevole, la responsabilità del collegio e della carriera militare. Sì, Helmuth aveva potuto restare a casa, e per di più aveva fatto l'ipocrita – ecco, forse, il motivo; ma tutto questo si confondeva in modo così strano, tanto più strano in quanto egli sapeva da un pezzo che la vita del fratello non era stata invidiabile. Di nuovo si vide dinanzi una bara di bimbo, e crebbe il suo rancore contro il padre. Così dunque il vecchio era riuscito a cacciar di casa anche quest'altro figlio! Gli diede un esacerbato senso di liberazione poter incolpare il padre di quella morte.
Andò al funerale. A Stopin trovò una lettera di Helmuth: "Non so se uscirò vivo da questa faccenda piuttosto superflua. Naturalmente lo spero, sebbene in fondo per me sia tutt'uno. Benvenuta l'esistenza di qualcosa come un codice d'onore che, in questa vita così insulsa, mostri la traccia di un'idea più elevata a cui sottomettersi. Spero che tu abbia trovato più cose degne nella tua vita che non io nella mia; qualche volta ti ho invidiato la carriera militare; serve almeno a qualcosa che è più grande di noi. Non so che cosa tu ne pensi, ma io ti scrivo per metterti in guardia: non lasciare (se io cadessi) la tua carriera per occuparti della tenuta. Prima o poi dovrai certo farlo, ma finché vive nostro padre è molto meglio che tu resti lontano da casa, a meno che la mamma abbia bisogno di te. E a te auguro ogni bene". Seguiva una serie di disposizioni di cui Joachim doveva esser l'esecutore; e alla fine, piuttosto inatteso, l'augurio che il fratello fosse meno solo di lui.
I genitori erano stranamente rassegnati, anche la mamma. Il padre lo salutò con una stretta di mano e disse: - E' caduto per l'onore, per l'onore del suo nome -. Poi, in silenzio, si mise a camminare su e giù per la stanza con pesante passo rettilineo. Poco dopo ripeté: - E' caduto per l'onore! - e uscì.
Il catafalco di Helmuth era nel gran salone. Nel vestibolo Joachim sentì il profumo greve dei fiori e delle corone, troppo greve per la bara di un bimbo: era un pensiero ostinato e assurdo, eppure Joachim s'arrestò esitante fra i pesanti drappeggi della porta, non osò guardar dentro, fissò il suolo. Il pavimento di legno, quello lo conosceva; conosceva anche gli intarsi triangolari contigui alla soglia, conosceva l'ornato che li continuava; e seguendolo con lo sguardo così come, da bambino, si sforzava di seguirne col passo i disegni ingegnosi, giunge al margine del tappeto nero disteso sotto il catafalco. Ci sono sopra alcuni petali, caduti dalle corone. Avrebbe voglia di riprender la via dell'ornato, fa alcuni passi e vede la bara. Per fortuna, non era una bara di bimbo; ma l'atterriva ancora dover fissare i suoi occhi veggenti in quelli morti dell'uomo, occhi certo così spenti che il volto del fanciullo vi è sommerso, forse traendo a sé il fratello, cui pure gli occhi si eran donati; e l'idea che là giaceva lui stesso acquistò una tal forza ch'egli ebbe il senso di una liberazione, di una sorte propizia, quando, avvicinandosi, s'accorse che la bara era chiusa. Qualcuno disse che il viso del morto era sfigurato dal proiettile. Egli l'udì appena; si fermò accanto alla bara, con la mano appoggiata sul coperchio. E nell'imbarazzo che coglie l'uomo di fronte a un cadavere e al silenzio della morte, quando tutta la realtà si dilata e si sfascia, ogni antica consuetudine si spezza e s'irrigidisce nei frantumi, l'aria si fa così sottile che non sostiene più, gli parve di non poter più abbandonare il posto vicino al catafalco; e solo con grande sforzo riuscì a ricordarsi che quella era la sala grande, e che la bara era là dove di solito c'era il pianoforte, e là dietro, presso il margine del tappeto, doveva esserci un tratto di pavimento su cui nessuno mai aveva posato il piede; vi si allontanò lentamente, toccò il muro parato a lutto, sentì sotto il panno scuro le cornici dei ritratti e della Croce di Ferro, e quel frammento di realtà riconquistata trasformò in modo strano e quasi avvincente la morte in una questione di tappezzeria, rese quasi serena la visione di Helmuth che, con la sua bara tutta adorna di fiori, era stato messo in quella stanza come un mobile nuovo; e tornò a costringer l'incomprensibile così saldamente nel comprensibile e nel dominio della certezza, che l'esperienza di quei minuti – o solamente secondi? - si risolse in un piacevole sentimento di tranquilla fiducia. Comparve il padre in compagnia di alcuni signori, e Joachim l'udì ripetere più volte: - E' morto per l'onore -. Ma quando i signori se ne furono andati ed egli credette di ritrovarsi solo, udì di nuovo improvvisamente: - E' morto per l'onore, - e vide il padre piccolo e derelitto vicino al catafalco. Si sentì in dovere di avvicinarglisi. - Vieni, babbo, - disse, e l'accompagnò fuori. Sulla porta il padre lo guardò bene in faccia e ripeté: - E' morto per l'onore, - quasi volesse imparar la frase a memoria e desiderasse che lo facesse anche Joachim.
Ora veniva molta gente. Nel cortile erano schierati i pompieri del villaggio. C'erano anche le società dei veterani che formavano una ben allineata compagnia di cilindri e stiffelius neri, sui quali non di rado si vedeva il nastrino della Croce di Ferro. Ed ecco i vicini in cocchio; e mentre le vetture venivano indirizzate in un appropriato spiazzo ombroso, Joachim dovette accogliere gli ospiti e far gli onori di casa davanti alla bara del fratello. Il barone di Baddensen era venuto solo, perché le signore erano ancora a Berlino; salutandolo, Joachim fu assalito dal pensiero, subito irosamente respinto, che egli potesse considerare come genero desiderabile l'ormai unico erede di Stolpin, e si vergognò per Elisabeth. Dal frontone pendeva immobile una bandiera nera che giungeva quasi al terrazzo.
La madre scese le scale al braccio del marito. La sua fermezza destava meraviglia, anzi ammirazione; ma forse dipendeva solo da quella pigrizia sentimentale che le era propria. Si formò il corteo funebre; e quando le carrozze svoltarono nella strada del villaggio e si trovaron di fonte la casa di Dio, tutti si rallegrarono di cuore, perché potevano entrare nella fresca chiesa bianca, via dal torrido sole pomeridiano, che rovente e polveroso era penetrato nel pesante tessuto degli abiti da lutto e delle uniformi. Il pastore tenne un discorso in cui si parlava molto di onore, ricco di abili circonlocuzioni ridondanti a onore dell'Altissimo; l'organo sonava che ogni cosa diletta si deve lasciare... certo, evitare, e Joachim aspettava sempre la rima che avrebbe dovuto seguire. Poi andarono a piedi al cimitero, dove, sulla porta, sfolgorava un "Riposa in pace" in lettere di metallo dorato; gli equipaggi seguivano adagio in una lunga nuvola di polvere. Il cielo pieno di sole, di un azzurro purpureo, s'inarcava sulla terra secca e screpolata, che attendeva le fosse consegnato il cadavere di Helmuth; per quanto non fosse propriamente terra, ma il sepolcro di famiglia che, piccola cava aperta, sbadigliava di noia incontro al nuovo venuto. Quando Joachim ebbe vuotato per tre volte la piccola pala, guardò in basso, vide le estremità delle bare dei nonni e degli zii e pensò che avevan tenuto libero un posto per il padre e certo per questo non avevan sepolto lì anche lo zio Bernhard. Ma poi, mentre la terra cadeva sul feretro di Helmuth e si polverizzava sulle lastre del sepolcro, con quel balocco di pala in mano gli tornarono a mente i giorni della sua infanzia; sulla morbida sabbia del fiume rivide il fratello bambino, vide se stesso disteso sul catafalco e gli parve che l'arsura di quel giorno estivo avesse defraudato Helmuth non solo della vecchiaia, ma anche della morte. E si augurò di morire in una molle giornata piovosa, quando anche il cielo si abbassa ad accogliere l'anima, perché si dissolva in lui, come nelle braccia di Ruzena. Erano pensieri lascivi, sconvenienti in quel luogo; la responsabilità però non era soltanto sua, ma anche di tutti gli altri cui egli cedeva il posto davanti all'apertura del sepolcro, e anche il padre ne era responsabile: perché la fede di tutti loro era ipocrita, friabile e polverosa, e dipendeva dal sole e dalla pioggia. Non si dovevano forse invocare gli eserciti dei neri, perché tutto sia spazzato via e il Salvatore ascenda a nuova gloria e riporti gli uomini nel suo regno? Sopra la tomba, il Cristo pendeva dalla sua croce marmorea, cinto solo dal panno che gli copriva la vergogna, con la corona di spine da cui stillavano bronzee gocce di sangue; e anche Joachim sentì qualche goccia sulla guancia: forse erano lacrime di cui non si era accorto, forse venivano solo dall'opprimente calura; non lo sapeva e stringeva le mani che gli si porgevano.


(Hermann Broch, I sonnambuli – 1888: Pasenow o il romanticismo, pagg. 35-39. Einaudi editore)

Pill 123

La mia coscienza è sempre per un attimo totalmente categorica, ipotetica, disgiuntiva. E' senz'altro possibile che ci siano davvero dei pescecani che volano in aria, sopra i boschi, perché, in effetti, niente è fantastico... In tutte le lettere, benché non se ne faccia cenno," disse il principe "io leggo l'amarezza di chi scrive nei confronti del proprio destino. Molto in profondità, molto al di sotto della superficie della sua disperazione, io vedo colui che si sforza di far giungere la sua voce in superficie, tentando di illudere le sue disillusioni, eccetera... Gli elementi di comicità o di allegria presenti nelle persone si manifestano con particolare evidenza nel loro tormento, così come un elemento tormentoso è presente nei loro momenti di comicità, di allegria, eccetera... A poco a poco le stelle, e i corpi celesti in generale" (che noi non vedevamo) disse il principe "finiscono per trasformarsi in quei simboli che per noi sono sempre stati. In questo modo ci illudiamo che esista un creatore. L'intelletto, caro dottore, è a-logico. La salvezza è là dove noi non andiamo, perché non saremmo capaci di tornare indietro. Quanto più grandi sono le difficoltà, tanto più volentieri io vivo, questa frase l'ho passata e ripassata più volte, per notti intere, attraverso il mio cervello, affilandola come una lama. Poiché determiniamo un oggetto mediante la rappresentazione, crediamo di trovarci nell'ambito dell'esperienza. Ma le apparenze, che noi concepiamo come i presupposti del nostro sapere, nella realtà sono impossibili. Abbiamo coscienza delle nostre capacità rappresentative, e questo ci deve bastare. Poesia, proprio perché, ragionevolmente, siamo tenuti a distanza dalla realtà. Se riusciamo a diventare consapevoli della problematica della nostra esistenza, crediamo di essere delle menti filosofiche. Siamo costantemente infastiditi da tutto ciò che tocchiamo, per cui tutto ci infastidisce sempre. Quella parte della nostra vita che non coincide con la natura è per noi un fastidio unico. Quando il tempo è cattivo (quando la visibilità è scarsa!) ci viene vivamente sconsigliato di inerpicarci sulle cime di una certa altezza, per non parlare delle cime più alte. Noi ci sentiamo stanchi, inoltre," disse il principe "quando la speculazione filosofica ci ha stancato. Ovviamente ognuno di noi si difende ogni volta dicendo: Io non c'entro con quelli! E ne ha pieno diritto. Anch'io, infatti, continuo sempre a dire che non c'entro, che non appartengo a niente e a nessuno. Tuttavia, per un puro caso, ci troviamo insieme. Ci stanchiamo rapidamente se non ricorriamo alla menzogna. E' nella terra che si trovano le fondamenta, negli strati più bassi, questo noi lo sentiamo senza dover riflettere, e la paura ci assale. Pretendiamo sempre troppo dagli altri?" chiese il principe. "No," rispose a se stesso, "penso di no. Io mi faccio incontro a qualcuno e penso: che cosa stai pensando? Posso, mi chiedo, fare un tratto di strada insieme con te nel tuo cervello? La risposta è: no! Non possiamo camminare insieme per una stessa strada in un unico cervello. Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo. Le nostre malattie distruggono sistematicamente la nostra vita, come un'ortografia che, diventando sempre più difettosa, distrugga se stessa". Il principe disse: "Ognuno discute ininterrottamente con se stesso e dice: Il me non esiste. Ogni concetto implica in sé un numero infinito di altri concetti. Fin dai primi anni della mia infanzia ho sempre sentito il bisogno di addentrarmi nelle mie fantasie, sono andato molto lontano in esse, più lontano, sempre, di coloro che ho portato con me dentro alle mie fantasie, le mie sorelle, per esempio, o le mie figlie o mio figlio. Come non osano addentrarsi davvero all'infinito nelle fantasie, nella sfera fantastica. Noi parliamo molto di malattia e di morte," disse il principe "e anche dell'attenzione che gli uomini dedicano alla malattia e alla morte, perché per noi la malattia, la morte e il concentrarsi sulla malattia e sulla morte sono fatti inspiegabili. Perché dovremmo sacrificarci adattandoci a uno spettacolo esteriore, a un'azione esterna che si svolge alla superficie della vita? Perché denigrarci così stupidamente se siamo fatti per lo spettacolo interiore, eccetera? La nostra componente mistica ci porta direttamente alle allegorie dell'intelletto: una cosa disperante.


(Thomas Bernhard, Perturbamento, pagg. 193-195. Adelphi editore)

45 anni (di Andrew Haigh, 2015)

Nota: presenti anticipazioni sullo sviluppo della trama del film.


La scoperta del corpo è un fatto che non ha conseguenze manifeste nella vita sociale. Il film segue un percorso doppio che si profila sulla base di tale evento. Da un lato ti lascia intendere che sabato avverrà una celebrazione festosa e descrive la ripetitività di ogni giorno, dall'altro scava ricordi rimossi, troppo dolorosi, minimizzati ma non sempre raccontati nella loro interezza. Lascia supporre che in fondo sia tutto rimarginabile, e quando ti convince affonda ulteriormente il colpo secondo un meccanismo da thriller psicologico. Lo spettatore come un analista conosce dunque una verità progressiva fino al colpo di scena che avviene in un silenzio assordante rotto solo dal ripetersi dei cambi di diapositiva di un proiettore. A questo punto le solite frasi banali che utilizziamo tutti almeno una volta nella vita come "ricominciamo", ulteriore divario tra parola e vissuto inespresso, come se la parola da sola fosse sufficiente a darci la scossa per riconoscere di nuovo la persona che abbiamo accanto e a ricordarci chi siamo. Non vogliamo sentire un'eco più vasta e imponente che si staglia dall'interno e che talvolta esonda rispetto alla nostra capacità di comprensione perché biologicamente, biochimicamente diversa, incomprensibile e incompatibile.
Tutto è apparentemente intatto, nuovamente, si ripete ancora una volta la canzone che unì 45 anni prima. E' l'ennesimo tranello di un "piccolo" film abile e geniale che rivela che c'è un senso più forte e primitivo dell'amore per un'altra persona, ed è la maternità; ed una mancata maternità rapportata ad un doppio fatalmente tragico è una risonanza troppo, troppo forte da poter sopprimere.
La Rampling è straordinaria nel descrivere sul proprio volto tanto un sorriso di circostanza quanto un agghiacciante, inconsolabile e solitario dolore che affranca perentoriamente lo spettatore – testimone del percorso interiore della protagonista – dal resto degli esseri umani che affollano quella sala dove di tutto ciò che avviene solo una persona comprende l'essenza tragica, intima e autentica.

Pill 122

Finzione e realtà, parola e silenzio.
Un mutismo che può significare tutto contrapposto ad un martellamento inesausto.
Una risposta attesa in maniera sfiancante, tra il divertimento e l'angoscia, sublimata in un finale bellissimo: siamo lontani, assistiamo immobili, col fiato sospeso.
Loro continuano ad allontanarsi fino a diventare due puntini bianchi sullo schermo, quasi impercettibili, finché uno di essi corre, corre, corre!

At the gates - Slaughter of the soul (1995)

Non ho mai amato gli At the gates. Certo, mi sono piaciuti e li ho ascoltati, ma non con quella passionalità che notavo in altri. Può darsi che la mia percezione sia stata ostacolata dall'aver "scoperto" prima In Flames e Dark Tranquillity, pur essendo gli At the gates precedenti ai loro rispettivi esordi.
Ascolto ancora volentieri With fear I kiss the burning darkness.
Slaughter of the soul, uscito quasi esattamente vent'anni fa (14 novembre 1995), è stato sempre troppo "semplice" e "passeggero" per i miei gusti. Avevo bisogno di meditare a lungo su un brano e non di killer-riffs. Per non parlare di una certa avversione che ho provato fin dall'inizio nei confronti di quei suoni così pompati e trendy.

Sospettiamo, supponiamo, decretiamo la sorte di un album, ma spesso ci affidiamo alla ragione che poco ha a che fare con l'essenza di ciò che resta impresso nei nostri recessi più profondi.
Circa dieci anni fa, proprio quando gli ascolti di questo disco si erano affievoliti fino allo spegnimento, accadde un fatto curioso. Mi trovavo nella mia città natale, immerso da oltre tre quarti d'ora in un discorso altrui che verteva sul nulla: il business che sarebbe derivato dall'acquisto di un borgo medievale con annessa cappella privata in Toscana, con lo scopo di riaffittarlo successivamente ai turisti. Ero in silenzio, costernato, quando l'argomento si esaurì improvvisamente per mancanza di ulteriori dettagli che arricchissero la povertà della fantasia, quando si fece cenno alla mancia nei locali da intendere non come spreco di soldi, bensì come investimento per elevarsi ad un target superiore.
Mi sono sempre alienato quando la situazione mi era estranea ma solitamente finivo per sentirmi colpevolmente a disagio, al punto da interrogarmi sul perché mi trovassi proprio .
In quel caso ho pensato a Under a serpent sun. Ho cercato di ricordare come suonava il primo riff dopo l'intro di piatti per poi passare a quello successivo che precedeva di nuovo riff d'apertura e quello ancora seguente, ovvero la strofa finalmente cantata. E ho riascoltato più e più volte questo passaggio.
Under a serpent sun o Blinded by fear (che da allora ho ascoltato spesso) mi fanno pensare alle trecce di Tompa Lindberg, ai gemelli Bjorler e Adrian Erlandsson magri, e questa visione è corrispondente ai miei anni '90.
Tutto ciò che in quel momento desideravo era riacciuffare la mia innocenza.

Come tanti, ho scoperto molto presto che per ascoltare musica non serve necessariamente l'udito. Beethoven con la sua nona sinfonia mi ha ricordato tutto questo recentemente. Spesso ho una musica in mente e la dispiego a mio piacimento per evadere dalle situazioni più imbarazzanti. E' un potere così forte e rassicurante.

Blinded by fear

We are blind to the
World within us,
Waiting to be born


I cast aside my chains
Fall from reality
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth

[Chorus:]
The face of all your fears
All your fears unleashed
The face of all your fears

Born of the demon sky
Twisting reality
Sweet nauseating pain
Is death the only release?
Nauseating pain
Is death the only release?

[Chorus]

The face of all your fears

I cast aside my chains
Fall from reality
Suicidal disease
The face of all your fears
Now covered with sores
Humanity exiled
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth
Purgatory unleashed
Now burn the face of the earth

[Chorus]


Pill 121

...e lessi I demoni di Dostoevskij: un libro di una tale insaziabilità e radicalismo, e anche di una tale grossezza non lo avevo mai letto in tutta la mia vita, mi inebriai e per qualche tempo mi perdetti totalmente nei Demoni. Quando ritornai in me, per un po' non volli leggere nient'altro perché sapevo con certezza che avrei avuto un'immensa delusione, che sarei caduto in un abisso terrorizzante. Per settimane intere rifiutai qualsiasi altra lettura. La mostruosità dei Demoni mi aveva fortificato, mia aveva mostrato una via, mi aveva detto che ero sulla buona strada per venirne fuori. Ero stato così colpito da un'opera letteraria impetuosa e grande che io stesso ne ero uscito come un eroe.

|...|

Nei Demoni avevo trovato una consonanza.


(Thomas Bernhard - Il freddo, pagg. 113-114, Adelphi editore)


Pill 120

La nostra esistenza, non c'è dubbio in proposito, è stata determinata da questo paesaggio e dall'atmosfera tirolese, che causano la flogosi, la disgregazione dei sistemi nervosi, dei sistemi cerebrali più delicati... Continuando ininterrottamente a sentirci, spaventati di noi stessi, eravamo i prodotti della letale inalazione dell'ossigeno tirolese... uccisi lentamente dal confluire di corpi avversi alla Creazione... Siamo stati insistentemente, costantemente tratti in inganno, senza conoscere gli organi dei corpi della fredda natura... Ci guidavano soltanto influenze climatiche, mutamenti climatici, aumenti di temperatura, diminuzioni di temperatura... Vittime di costanti incisioni, eccitazioni, irritabilità, di una malsana termologia millenaria, della più instabile colonnina di mercurio d'Europa.
Figli della roccia e delle gole, della pornografia della natura, siamo sempre vissuti soltanto nella chimica delle Alpi tirolesi, piena di presagi, ossessionata dalle profezie, ciascuno di noi come un rabdomante del malaugurio, come un igrometro, come una cartina al tornasole della salvezza, fra Hafelekar e Patscherkofel...
...sin da bambini vivevamo già nel terrore costante delle apoplessie, nell'orribile angoscia dei terremoti, nella paura che crollassero le case, nella paura della rabbia, nel timore costante di venire assassinati o schiacciati da un'automobile... Solo perché protetti dall'oblio della natura, grandissimo nella nostra infanzia, osavamo avventurarci sotto gli alberi, sotto i balconi e le sporgenze dei tetti... Non andavamo mai con gli altri, come loro, in montagna, sulle pareti di roccia, su vette e ghiacciai... per paura di precipitare, di congelare.
Ogni partenza da noi stessi, dalla casa dei nostri genitori, ci era possibile solo soffrendo... per paura delle ferite... La verità è che noi, per tutta la vita, abbiamo sempre soltanto avuto paura, i nostri genitori avevano sviluppato in noi una paura smisurata... questa paura, col passar del tempo, con la malattia mortale della mamma, con la malattia mortale di Walter, aveva scavato sempre più a fondo dentro di noi e poi s'era estesa a regioni sempre nuove – soprattutto nel caso di Walter, ma anche in me, nella mia esistenza derivata dalla sua – delle nostre nature corporee, alle nostre nature psichiche, alle nostre nature spirituali così diverse... ben presto, col tempo, avevamo paura di aprire i nostri libri, i nostri scritti e le lettere, di addentrarci nelle cupe e soffocanti chiese delle filosofie, paura delle spaventose dinalogie delle cattedrali... paura dei trabocchetti nei corridoi della filosofia, nei mulini e nelle segherie della scienza... Sin da bambini, aprire porte e finestre ci causava vertigini, mal di capo e svenimenti... più tardi questo ci capitava nel voltare pagina di un libro... in Walter, con quanto maggiore tormento... Sin dai nostri primi pensieri, abbiamo sempre vissuto in una endogamia spirituale da villaggio d'alta montagna inculcataci dai nostri genitori; sugli altari, che loro innalzavano dappertutto, abbiamo sacrificato le nostre qualità migliori... ma anche i nostri genitori erano i prodotti della terribile ossidazione tirolese, spaurite viscere della valle superiore dell'Inn, una valle che nel corso di milioni di anni pareva come sorta per loro (per noi), gli incoscienti, i patiti della morte... Anche a loro è toccato passar la vita a sfogliare quel nostro codice penale che è il Tirolo... questo aveva loro tolto la possibilità di studiare a fondo – con la virtù di chi, come lo scienziato, non è nato per una malattia mortale – quella superficie di terra tirolese che continuamente li raggelava o li bruciava, che era la loro terra natia... la bellezza del Tirolo era stata impossibile anche per loro... noi ci abbiamo vissuto solo per soffocarvi, per liberarci in essa della nostra vita... se avessimo dei discendenti, anche loro, perché nati da noi, vi soffocherebbero... Siamo stati, già molto presto, respinti da tutto, in cerca di riparo, tutta la vita sempre solo rinchiusi nel nostro ilozoismo; e questo – com'è naturale – ha logicamente oscurato e ottenebrato, nella maniera più disastrosa durante i nostri anni di studio, i nostri rapporti col mondo esterno; per me li ha ottenebrati sino a oggi... Noi, Walter e io, eravamo sempre stati ingannati; da una composizione desolata dell'aria, da un mortifero galvanismo patriarcale, ostile agli uomini per via delle perfide altezze e degli abissi della sua natura architettonica... Quanti talenti avremmo potuto sviluppare in noi sino a un'incredibile eccellenza, se non fossimo nati e cresciuti in Tirolo.


(Thomas Bernhard - Amras, pagg. 75-77, Einaudi editore)

Pill 119

Solo sulla data ho dovuto riflettere a lungo, perché è quasi impossibile per me dire 'oggi', sebbene ogni giorno si dica, anzi, si debba dire 'oggi', ma se qualcuno mi comunica quel che si propone di fare oggi – per non dire domani – non assumo, come di solito dicono, uno sguardo assente, ma uno molto attento, per l'imbarazzo, tanto è privo di speranza il mio rapporto con l' 'oggi', perché questo Oggi lo posso passare solo con una tremenda angoscia e una fretta pazzesca, e scrivere, o solo dire, in questa tremenda angoscia, ciò che succede, perché si dovrebbe distruggere subito quello che vene scritto sull'Oggi, come si strappano, si spiegazzano, non si finiscono, non si spediscono le lettere vere, perché sono di oggi e perché non arriveranno più in nessun Oggi.
Chi una volta ha scritto una lettera orrendamente supplichevole, per poi strapparla e gettarla via, sa più di ogni altro ciò che va inteso qui per 'oggi'. E chi non conosce questi biglietti quasi illeggibili: "Venga, se mai, se può, se vuole, se Glielo posso chiedere! Alle cinque al Café Landtmann!". O questi telegrammi: "Prego telefona subito stop oggi stesso". Oppure: "Oggi non è possibile".
Perché Oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, 'oggi' è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno della sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno, un giorno quindi in cui deve succedere qualcosa oppure, meglio ancora, non succede gran che.
Se io invece dico 'oggi', il mio respiro comincia a diventare irregolare, subentra l'aritmia che ora è anche verificabile su un elettrocardiogramma, solo non risulta dal tracciato che la causa è il mio Oggi, una cosa sempre nuova, incalzante, ma la prova del disturbo posso produrla, redatta nel volubile codice dei medici, di qualcosa che precede l'attacco di angoscia, mi predispone, mi stigmatizza, oggi in modo ancora funzionale, così dicono, credono loro, gli esperti. Solo io temo sia l' 'oggi', che è per me troppo eccitante, troppo enorme, troppo commovente, e in questa eccitazione patologica sarà per me 'oggi' fino all'ultimo momento.

Se io dunque sono arrivata non certo per caso, ma per una costrizione terribile, a questa unità di tempo, debbo l'unità di luogo a un caso benevolo, perché non l'ho trovata io. In questa unità molto più improbabile sono giunta a me stessa, e mi riconosco in essa, ah, e quanto, perché il luogo è nell'insieme Vienna, in questo non c'è ancora niente di strano, ma più esattamente il luogo è solo una via, o meglio un breve tratto della Ungargasse, e questo dipende dal fatto che abitiamo là tutti e tre, Ivan, Malina e io. Quando si guarda il mondo dal III distretto, si ha una visuale così limitata, si è naturalmente portati a dare rilievo alla Ungargasse, a cavarne fuori qualcosa, a lodarla e a darle una certa importanza. Si potrebbe dire che è una via particolare, perché comincia in un posto quasi silenzioso, quasi amabile dello Heumarkt e da qui, dove abito, si può vedere il parco municipale, ma anche i minacciosi Mercati Generali e la Dogana Centrale. Qui ci troviamo ancora tra case dignitose, sbarrate, e solo poco oltre la casa di Ivan, col numero 9 e i due leoni di bronzo al portone,
la strada diventa più inquieta, disordinata e irregolare, sebbene si avvicini al quartiere dei diplomatici, ma lo lascia a destra e mostra poca affinità con quel 'quartiere dei nobili' – come è chiamato comunemente. Si rende utile con piccoli caffè e molte vecchie trattorie, noi andiamo all'Alter Heller, in mezzo si trova un garage efficiente, Automag, la Farmacia Nuova anch'essa molto efficiente, una tabaccheria all'altezza della Neulinggasse, e non dimentichiamoci della buona panetteria all'angolo con la Beatrixgasse, e, grazie a Dio, della Munzgasse, in cui possiamo parcheggiare, anche quando non c'è più posto da nessun'altra parte. A tratti, per esempio all'altezza del Consolato Italiano, con l'Istituto Italiano di Cultura, non si può negarle un certo tono, e tuttavia non ne ha troppo, perché al massimo all'avvicinarsi del tram O, o altrimenti alla vista dell'infausto garage dei furgoni postali, su cui due targhe non si sprecano e dicono brevemente "Imperatore Francesco Giuseppe I, 1850" e "Segreteria e officina", si dimenticano i suoi sforzi per elevarsi, e ci ricorda la sua lontana giovinezza, la vecchia Hungargasse, dove i commercianti provenienti dall'Ungheria, mercanti di cavalli, di buoi e di fieno avevano i loro aloggi, le loro locande, e così prosegue, come dicono nelle guide, "con un grande arco in direzione del centro".
|...|
A Vienna ci sono, ed è facile indovinarlo, strade molto più belle, ma si trovano in altri distretti, e con esse accade come con le donne troppo belle, che si guardano subito con l'omaggio dovuto, senza mai pensare di entrare in relazione con loro. Ancora nessuno ha mai sostenuto che la Ungargasse sia bella, o che l'incrocio Invalidenstrasse-Ungargasse lo abbia affascinato o lo abbia fatto ammutolire. Così non voglio cominciare per prima a fare affermazioni inconsistenti sulla mia, sulla nostra strada, farei meglio a cercare in me stessa la ragione dell'attaccamento che ho per la Ungargasse, perché solo in me descrive il suo arco, fino al numero 9 e al numero 6, e mi dovrei chiedere perché sono sempre nel suo campo magnetico, anche quando attraverso la Freytung, faccio spese sul Graben, vado a zonzo verso la Biblioteca Nazionale, mi fermo nella Lobkowitzplatz e penso, è qui, proprio qui che si dovrebbe abitare! Oppure sulla piazza Am Hof! Anche quando mi gingillo per il centro e fingo di non voler tornare a casa, mi siedo per un'ora in un caffè e sfoglio giornali, però dentro di me vorrei già essere per strada e a casa e quando volto nel mio quartiere dalla parte della Beatrixgasse, dove abitavo prima, o arrivando dallo Heumarkt, la pressione mi aumenta e nello stesso tempo cede la tensione, lo spasimo che mi coglie in spazi sconosciuti, e alla fine, sebbene cammini più in fretta, sono ormai tranquilla e fremo di felicità. Niente è più sicuro per me di questo tratto della strada, di giorno salgo di corsa le scale, la notte mi precipito sul portone di casa, con la chiave già in mano, e torna il momento benedetto in cui la chiave gira, il portone si apre, la porta si apre, e questo senso del ritorno a casa mi inonda nella schiuma del traffico e della gente già in un giro di cento, duecento metri, in cui tutto mi annuncia la mia casa, che naturalmente non è la mia casa, ma appartiene a una S.p.A. o a qualche banda di speculatori che ha ricostruito, o meglio rappezzato, questa casa, ma di questo ne so poco o niente perché negli anni della ricostruzione abitavo a dieci minuti di distanza e passavo davanti, quasi sempre angustiata e con cattiva coscienza, al numero 26, 
che per molto tempo fu anche il mio numero fortunato, come un cane che ha cambiato padrone rivede il vecchio e non sa più a chi deve maggior attaccamento.











Ma oggi passo davanti al 26 della Beatrixgasse come non ci fosse mai stato niente, quasi niente, oppure, ma sì, una volta lì c'era un profumo di tempi antichi, e ora non ce n'è più traccia.











Prima che io mi trovi fuori dalla stanza, prima che mi convinca che comunque nella casa di fronte Beethoven sordo ha composto la Nona, e anche altre cose, ma io non sono sorda, potrei raccontare a Ivan tutto quello che c'è oltre alla Nona.


















E' meglio che vada a casa, alle tre del mattino sono appoggiata al portone della Ungargasse 9, con le teste dei leoni ai due lati, e poi mi fermo ancora un po' davanti al portone della Ungargasse 6, risalendo con lo sguardo, nella mia passione, la strada in direzione del numero 9, ho dinanzi agli occhi il cammino della mia passione, che ho di nuovo percorso spontaneamente, dalla sua casa alla mia. Le nostre finestre sono buie.

Vienna tace.



(Ingeborg Bachmann, Malina, pagg. 12-15, 16-17, 69,153)



Pill 118

Sarei dovuto nascere a fine ottobre.
Sarei potuto nascere l'11 novembre.
"Dovevo" nascere l'11 novembre.

Sono nato il 12 novembre.

Quel venerdì 11 novembre del 19.. la mia nascita era in ritardo di tredici giorni rispetto a quanto previsto.
Mia madre ricevette la visita di suo padre, mio nonno, che entrò nella stanza del reparto maternità in giacca e cravatta, si tolse il cappello come gesto conforme al dovere socialmente accettato, e le si sedette accanto esibendo il suo solito sorriso di circostanza.
Si sentiva padrone della scena, come sempre. Invadente, con la sua fisionomia ingombrante, violenta, minacciosa e pericolosa.
Gli altri, penso, avranno visto quella scena con dolcezza: un pater familias che si rispetti che fa visita a sua figlia che sta per partorire. Avranno creduto di percepire un clima disteso e di complicità. Al contrario, dietro quel reciproco sorriso si incrociarono onnipotenza da un lato, spavento dall'altro.

Mia madre – mi ha raccontato – allora sospirò, chiuse gli occhi rifugiandosi nell'immaginazione, e in quel momento confidò strenuamente dentro di sé che io sarei stato più forte, e diverso, tanto da poter distinguere un giorno qual è il significato delle labbra inarcate in un certo modo e uno sguardo assassino senza averne paura.

Egli sempre sorridendo la esortò, diciamo così, a far sì che partorisse quel giorno per fargli il regalo per il suo sessantacinquesimo compleanno.
Mia madre sorrise ancora una volta di rimando, affabile, con cortesia, nella posizione di chi obbedisce ancora una volta alla legge del padre, stringendo i denti ma ostentando calma e sicurezza, mentre qualcosa le si muoveva dentro (e non ero soltanto io).
Di nuovo con gli occhi rivolti all'interno del suo corpo si concentrò, si concentrò, si concentrò, e pensò a me, a lei, e alla concentrazione unì uno sforzo interiore all'unisono con uno sforzo fisico.
Con tutta sé stessa, anima e corpo, iniziò a concepire un desiderio furibondo e tenace di prolungare l'attesa e finalmente farmi nascere l'indomani, un giorno diverso, segno dell'avvenuta ribellione al dictat paterno camuffato per ennesima sottile battuta spiritosa.

E mia madre sopraffece il potere coercitivo col potere della maternità: concentrazione e corpo, insieme, invalicabili, inespugnabili.
Nacqui con due settimane di ritardo alle 15 del giorno successivo, in un giorno diverso, altro, e mia madre non mi riconobbe per la sofferenza provata. Ero piccolo e nero e quando mi portarono tra le sue braccia esclamò inorridita: "Ma questo non può essere mio figlio! è troppo brutto per essere mio figlio!", e solo dinanzi all'insistenza dell'infermiera comprese ciò che era riuscita a compiere prima di scoppiare in lacrime. C'erano sì il ritardo, la sofferenza, eppure una creatura che era anche mio padre e non suo padre, e soprattutto, nata il giorno successivo.

La ribellione era compiuta, realizzata, e da allora è stata tracciata la mia strada, indelebilmente, come se io non possa riuscire a fare a meno di vivere per questo motivo, ossia ribellarmi alla legge di mio nonno, il fascista privato che provò a marchiare nel suo nome persino la mia nascita, come se non gli fosse bastato farlo con quella dei propri figli.

In adolescenza mi sentivo sbagliato esattamente come mia madre, poi attraverso i racconti e la mia storia che si componeva gradualmente ho cominciato a capire che io sono altro, contrario rispetto a ciò che mio nonno ha provato a esercitare su mia madre e sulla mia persona, con violenza e repressione scambiate per "severità coerenti con quelle del tempo".

Chi mi vuol bene ricordi o sappia: quando vi diranno "eh ma all'epoca si educava così" o la violenza fisica e psichica viene vergognosamente e colpevolmente scambiata per prassi "per il bene dei figli", inorridite e con tutto il fiato che avete dentro urlate la parola pertinente ai comportamenti: "fascista!".

Fatelo privatamente o pubblicamente, ma non esitate mai. 

Pill 117

Dopo 9 anni ho rivisto Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini in Cineteca.
Penso che uno dei compiti più alti del Cinema sia di svelare, e l'artificio è intransigente di pari passo all'oggetto dello svelamento.
Vorrei proteggermi così come ho fatto per tutti questi anni, e ci riuscirò; ma le opere indispensabili talvolta hanno un potere distruttivo, e bisogna non solo accettarlo ma condividerlo e sforzarsi di usufruire di quest'arma a doppio taglio nel modo più sano, per avvicinarsi ulteriormente a ciò che è lontano da quanto finalmente esplicitato.

Pill 116

Immaginate un venerabile scrittore adulto e maturo chino sul foglio, intento a creare... quand'ecco che gli si posa sul gobbo un adolescente, o uno pseudo-intellettuale pseudo-evoluto, o una fanciulla, o una persona di comune e inconsistente spessore spirituale, o un qualsiasi altro individuo più giovane, inferiore e meno progredito. Ed ecco che questo adolescente o questa fanciulla o questo pseudointellettuale o qualsivoglia altro torbido prodotto della subcultura si avventa sulla sua anima e la tira, la strizza, se la impasta tra le zampe e serrandola, succhiandola, aspirandola, la ringiovanisce con la sua gioventù, la insaporisce con la sua immaturità, se l'aggiusta a suo modo, se la stringe ah! tra le sue braccia! portandola al suo livello. Ma lo scrittore, invece di affrontare l'intruso finge di non vederlo pensando, nella sua follia, di evitare la violenza facendo finta di non essere violentato. Non è forse quel che capita a tutti, dai sommi geni agli autorucoli da quattro soldi? Non è forse vero che ogni essere maturo, superiore, più anziano dipende per mille versi da esseri a un grado di sviluppo inferiore? E questa dipendenza non ci trafigge forse da parte a parte, fino al midollo, tanto da consentirci di dire: il più anziano viene creato dal più giovane? Scrivendo, non ci adattiamo forse al lettore? Parlando, non siamo forse condizionati dalla persona che ci ascolta? Non siamo forse perdutamente innamorati della gioventù? Non dobbiamo forse cercare ogni momento il favore di esseri inferiori, adattarci a loro, sottometterci ora al loro potere, ora al loro fascino? E questa dolorosa violenza commessa sulla nostra persona da gente rozza e ignorante non è forse la più feconda delle violenze? Ma voi, malgrado tutta la vostra retorica, finora non avete saputo far altro che nascondere la testa nella sabbia, e la vostra tronfia mentalità accademico-professorale non si è mai resa conto di nulla. Vi violentano a tutto spiano, e voi fate come se niente fosse. Eh già! Voi maturi bazzicate solo i maturi, e la vostra maturità è così matura che fa comunella solo con la maturità! Ma se, invece di preoccuparvi tanto dell’arte o di educare il prossimo, vi preoccupaste un po' di più delle vostre miserabili persone, mai e poi mai passereste sotto silenzio quest’atroce violenza; e il poeta, invece di scrivere poesie per un altro poeta, si sentirebbe penetrato, rigenerato dal basso da forze di cui finora non s'era mai accorto. Capirebbe che l'unico modo per liberarsene è quello di ammetterle e farebbe di tutto perché il suo stile, il suo atteggiamento e la sua forma, sia artistica che quotiana, rispecchiassero quel legame con gli strati inferiori. Non si sentirebbe più solo Padre, ma insieme Padre e Figlio; e non scriverebbe solo da saggio, sottile e maturo, ma da Saggio fatto sempre scemo, da Sottile brutalizzato senza tregua e da Adulto perennemente ringiovanito. E se, alzatosi dalla scrivania, incontrasse per caso un giovanotto o uno pseudo-intellettuale, non gli batterebbe la mano sulla spalla con fare protettivo, didattico e pedagogico, ma pervaso da un sacro timore si metterebbe a gemere, a gridare e magari si butterebbe anche in ginocchio. Invece di fuggire l'immaturità e asserragliarsi nella sfera del sublime, si renderebbe conto che lo stile davvero universale è quello che accoglie amorosamente in sé anche il sottosviluppo. E tutto ciò, alla fine, vi porterebbe a una forma così creativa e stillante di poesia da trasformarvi tutti in sommi geni.
Vedete dunque quali speranze, quali prospettive vi schiude questa mia personale e personalistica teoria! Ma per renderla veramente creativa e definitiva, dovreste fare un altro passo avanti, un passo talmente drastico, così sconfinato nelle possibilità e sconvolgente nelle conseguenze, che le mie labbra vi alludono solo sottovoce e da lontano. Venuto è il tempo, scoccata l'ora sull'orologio della storia: cercate di superare la forma, liberatevi dalla forma! Smettetela di identificarvi con quel che vi limita. Artisti, resistete alla tentazione di esprimervi. Diffidate delle parole. State in guardia dalla vostra fede e non credete ai sentimenti. Liberatevi della vostra apparenza esteriore, temete l’esteriorizzazione come l'uccello che trema di paura davanti al serpente. Poiché – ma francamente non so se posso dirvelo fin d'ora – il postulato secondo cui l'uomo dev'essere definito, ossia irremovibile alle idee, categorico nelle dichiarazioni, tetragono nelle sue ideologie, deciso nei gusti, responsabile di ogni suo atto e parola, cristallizzato una volta per tutte nel suo modo di essere... è falso. Osservatelo più da vicino, guardate quant'è chimerico. Il nostro vero elemento è l'eterna immaturità. Quel che pensiamo e sentiamo oggi sarà inevitabilmente una cretinata per i nostri pronipoti. Molto meglio, dunque, ammettere fin d'ora quella parte di idiozia che il tempo porterà fatalmente con sé... E questa forza che vi costringe a definirvi prima del tempo non è, come erroneamente credete, una forza al cento per cento umana. Presto ci renderemo conto che morire per idee, stili, tesi, slogan e credenze non è importante, e neanche chiudercisi e barricarcisi dentro. No, la cosa veramente importante è un'altra, e cioè fare un passo indietro e prendere le distanze da tutto quanto ci accade.
Dietrofront. Sento (ma quasi non oso ancora dirlo) che l'ora del grande dietrofront non è lontana. Il figlio della terra capirà di non esprimersi secondo la sua vera natura, bensì sempre e soltanto con una forma artificiosa e dolorosamente imposta dall'esterno, un po' dalla gente e un po' dalle circostanze. Comincerà allora ad avere paura e a vergognarsi di quella stessa forma di cui fino a poco fa era tanto fiero. Presto cominceremo a temere le nostre persone e personalità, scoprendo che non sono interamente nostre. E invece di sbraitare: “Io credo questo, io sento quest'altro, io sono fatto così, io la penso cosà”, diremo umilmente: “A me viene da credere, a me viene da sentire, a me viene da dire, da fare, da pensare così”. Il vate ripudierà il suo canto. Il comandante tremerà davanti ai propri ordini. Il prete temerà l'altare e la madre inculcherà nel figlio, oltre ai principi, anche il modo di eluderli, perché non ne resti soffocato. Lungo e faticoso sarà il cammino. Ormai gli individui, al pari dei popoli, sono perfettamente capaci di organizzare la loro vita psichica e sanno come creare stili, fedi, principi, ideali, sentimenti in funzione dei loro interessi immediati; però non sono ancora capaci di vivere senza uno stile: non abbiamo ancora imparato a preservare la nostra freschezza interiore dal demonio dell'ordine. Ci vorranno grandi invenzioni, botte da orbi inferte a mani nude contro la corazza della Forma, astuzia fuor del comune, estrema onestà mentale, infinita acutezza d'ingegno, perché l'uomo abbandoni la sua rigidezza e impari a conciliare in sé forma e mancanza di forma, legge e anarchia, maturità e immaturità: la santa, eterna immaturità.


(Witold Gombrowicz - Ferdydurke, pagg. 79-81, Feltrinelli editore)

Pill 114

E' stata proprio una giornata triste, dissi alla Auersberger quando tutti se ne furono andati, ricordando così Joana ancora una volta. Probabilmente il suicidio è stato per lei la cosa migliore, dissi, probabilmente era il suo momento, è stato meglio così, dissi alla Auersberger, pur essendo perfettamente cosciente dell'imbarazzo che queste mie parole avrebbero creato, nonché della mostruosità di frasi come questa, frasi che spesso si dicono quando uno si suicida. Vogliamo dire qualcosa di adeguato, pensavo in quel momento, invece diciamo qualcosa di assolutamente inadeguato, anzi qualcosa di indecente, di mostruoso, di imbecille. Che cosa mai le avrebbe potuto offrire ancora la vita, dissi poi, e aggiunsi con ciò un'ulteriore indecenza, un'ulteriore mostruosità. Ogni essere umano deve poter fare quello che vuole, dissi ancora, aggiungendo indecenza a indecenza, mostruosità a mostruosità. A quel punto era meglio non dire più niente. Corsi giù per le scale facendo due, tre, perfino quattro gradini alla volta, come se avessi vent'anni di meno. Quando arrivai al pianerottolo giù da basso, mi dissi che era stato insensato salutare la Auersberger con un bacio in fronte come trent'anni addietro, ecco che le ho baciato la fronte, pensavo, proprio nello stesso modo assolutamente insensato di trent'anni fa, proprio come negli Anni Cinquanta; questa circostanza continuò a farmi infuriare lungo tutta la strada che dalla Gentzgasse portava al centro della città. Per vent'anni non ho più visto la Auersberger e in fondo la detesto, come sono costretto ad ammettere davanti a me stesso, e ora per salutarla vado a darle un bacio in fronte. L'hai baciata in fronte, e per fortuna solamente in fronte, continuavo a ripetermi mentre andavo per la mia strada attraversando la città ancora immersa nel buio, e questo fatto continuava a mandarmi in bestia. Pensavo anche che se fossi andato via con gli altri mi sarei risparmiato quella scena penosa. Ma ero stato io a non voler andare via con gli altri, soprattutto avevo voluto evitare di incontrare ancora una volta Jeannie, per di più in strada e in un momento simile, poiché di sicuro lei e io in strada saremmo arrivati a uno scontro tremendo, avrei dovuto dire troppo, rinfacciare troppo, offendere troppo, pensavo, e lo stesso valeva per lei nei miei confronti, e così, malgrado tutto, ho fatto bene a rimanere indietro, trovarmi da solo con la Auersberger era stato comunque un incontro a tu per tu più sopportabile che se mi fossi trovato da solo con Jeannie, un incontro per strada con Jeannie sarebbe stato di sicuro una catastrofe, pensavo, sostare con la Auersberger sul pianerottolo era comunque più sopportabile; adesso però mi rimproveravo di aver dato alla Auersberger un bacio in fronte dopo vent'anni, forse addirittura dopo ventidue o ventitré anni durante i quali non ho provato per lei altro che odio, lo stesso odio con cui ho odiato per tutti questi anni il marito di lei, e mi rimproveravo inoltre di averle mentito dicendo che la sua cosiddetta cena artistica era stata per me un piacere mentre era stata niente di meno che una cosa ripugnante. Per metterci in salvo da una situazione disperata, penso, diventiamo falsi e bugiardi proprio come quelli che accusiamo continuamente di essere falsi e bugiardi e che per questo motivo trasciniamo nel fango e copriamo di disprezzo, la verità è questa; in niente di niente noi siamo meglio delle persone che continuiamo a ritenere insopportabili, disgustose, ripugnanti insomma, persone con cui sosteniamo di voler avere a che fare il meno possibile, mentre a dir la verità abbiamo continuamente a che fare con loro e siamo identici a loro. Rimproveriamo a questa gente tutti gli atteggiamenti insopportabili e disgustosi che si possono immaginare, mentre noi non siamo affatto meno insopportabili e disgustosi di loro, penso. Ho detto alla Auersberger che ero felice di aver di nuovo rapporti con loro, con la coppia Auersberger, e di essere tornato, a distanza di vent'anni, nella loro casa della Gentzgasse e, mentre parlavo, come sono vile, avevo pensato, come sono bugiardo, sono proprio un individuo abietto che non arretra davanti a niente, niente, dico, non mi tiro indietro neanche di fronte alla più vile delle menzogne. Che l'attore del Burg mi era piaciuto, che Anna Schreker mi era piaciuta, che mi erano piaciuti perfino i due scrittori e i due aspiranti ingegneri, questo sono arrivato a dire alla Auersberger stando in piedi con lei sul pianerottolo, mentre gli altri ospiti scendevano le scale e io, che pure li trovavo ripugnanti, mentre loro scendevano le scale ho detto alla Auersberger che mi erano piaciuti molto. Che sono capace di essere perfido e falso fino a questo punto, pensavo, mentre ancora stavo parlando con la Auersberger, che sono capace di mentirle in faccia senza alcun pudore, che sono in grado di dirle in faccia esattamente il contrario di quello che penso solo perché in questo modo riesco a sopportare meglio la situazione del momento, e che sono addirittura arrivato a dirle in faccia che mi dispiaceva di non aver potuto sentire quella sera la sua voce, una delle canzoni di Purcell che lei aveva sempre cantato in un modo così perfetto e meravigliosamente personale, e che, soprattutto, mi dispiaceva di aver interrotto per vent'anni il rapporto con lei e con suo marito, l'Auersberger, affermazione che ancora una volta non era stata altro che una menzogna, e in effetti una delle menzogne più perfide e meschine che in vita mia io abbia detto. E che mi dispiaceva in modo particolare che Joana non avesse potuto essere lì con noi quella sera, avevo aggiunto, e che probabilmente la stessa Joana sarebbe stata contenta che io e gli Auersberger, ora che ero tornato da Londra per un lungo periodo, se non per sempre, riprendessimo a frequentarci, e che eventualmente coltivassimo in futuro il nostro rapporto, riuscii a mentire proprio in faccia alla Auersberger, mentre gli altri ospiti stavano lasciando la casa, come potei sentire da su, mentre ero sul pianerottolo con la Auersberger. Ci è voluta la morte di Joana, Joana si è dovuta ammazzare perché noi ci ritrovassimo, ho poi detto ancora alla Auersberger e l'ho abbracciata in fretta e, come ho già detto, le ho dato un bacio in fronte e sono sceso giù per le scale fino in strada, e da quel momento in poi lungo tutte le strade che percorrevo mi sentivo oppresso dall'aver detto solo menzogne alla Auersberger, e di aver fatto questo, di averle detto solo menzogne nella piena consapevolezza di quello che stavo facendo. La verità è infatti che io odiavo la Auersberger dopo questa cena artistica, la odiavo adesso come in passato, odiavo lei come lui, l'Auersberger, il Novalis delle note che già negli Anni Cinquanta non si era spinto oltre l'imitazione di Webern, li odiavo di un odio ancora più forte, forse, di quell'odio Auersberger, penso, con cui odio i coniugi Auersberger ormai da vent'anni, come penso, perché loro a quel tempo, vent'anni fa, mi hanno perseguitato e braccato in maniera infame, e hanno approfittato di ogni occasione per denigrarmi davanti a tutti, mi hanno fatto veramente del male dopo che io li ho abbandonati per mettermi in salvo e non essere divorato da loro, dopo che io gli ho voltato le spalle e non viceversa, come loro hanno sempre ritenuto e continuano a ritenere ancora oggi, così come hanno ritenuto in questi vent'anni, e come ancora ritengono, che sono stato io a sfruttare loro, che loro mi hanno mantenuto per anni, che loro mi hanno tenuto in vita per anni, mentre invece, a dire il vero, le cose sono andate in modo diverso, cioè sono stato io che ho mantenuto in vita loro, io che li ho salvati, io che gli ho dato una mano, non col denaro, certo, ma pur sempre mobilitando tutte le mie capacità, così è stato e non il contrario, e intanto correvo lungo le strade di Vienna come fuggendo da un incubo, correvo, correvo sempre più velocemente verso il centro della città, e non sapevo, nella mia corsa, perché andassi verso il centro della città mentre sarei dovuto andare nella direzione opposta al centro della città se davvero volevo tornare a casa mia, ma a quel punto, probabilmente, non volevo tornare a casa, ah, se fossi rimasto a Londra un altro inverno, mi dicevo, e si erano fatte le quattro del mattino e io correvo verso il centro della città pur dovendo ritornare a casa, e intanto mi dicevo che sarei proprio dovuto rimanere a Londra, e correvo verso il centro della città e non verso casa e mi dicevo che Londra mi ha sempre portato fortuna mentre Vienna mi ha sempre portato solo sfortuna, e correvo, correvo, come se adesso, negli Anni Ottanta, fuggissi ancora una volta via dagli Anni Cinquanta verso gli Anni Ottanta, verso questi pericolosi, disperati e ottusi Anni Ottanta, e pensavo di nuovo che anziché andare a questa volgare cena artistica meglio avrei fatto a leggere qualcosa del mio Gogol', o del mio Pascal, o del mio Montaigne, e pensavo, mentre correvo, che stavo fuggendo dall'incubo Auersberger, e in effetti con energia sempre maggiore fuggivo dall'incubo Auersberger correndo verso il centro della città, e pensavo, durante la corsa, che questa città che stavo attraversando, per tremenda che mi sembrasse adesso come in passato, era la città migliore per me, che questa Vienna che odiavo e ho sempre odiato era adesso tutt'a un tratto la città migliore, e che le persone che ho sempre odiato e odio adesso e sempre odierò sono tuttavia le persone migliori, che io le odio ma sono commoventi, che Vienna la odio ma Vienna è commovente, che queste persone le maledico ma non posso fare a meno di amarle, e mentre correvo, correvo, giunto ormai nel centro della città, pensavo che questa città è comunque la mia città e che queste persone sono comunque le mie persone e sempre lo saranno, e correvo, correvo, e pensavo che così come sono riuscito a mettermi in salvo da molte atrocità, anche da questa atroce cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse sono riuscito a mettermi in salvo, e su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse io scriverò, pensavo, senza sapere che cosa, semplicemente ci scriverò sopra qualcosa, e correvo, correvo, e pensavo, scriverò subito su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse, non importa che cosa, solo subito, pensavo, immediatamente, continuavo a pensare, e intanto attraversavo di corsa il centro della città, subito e immediatamente e subito e subito, prima che sia troppo tardi.


(Thomas Bernhard, A colpi d'ascia, pagg. 217-222, Adelphi editore)

Pill 113

Finché ero rimasto a Salisburgo, ero sempre sul punto di soffocare, infatti, e in quel periodo avevo un solo pensiero, il pensiero del suicidio; ma per suicidarmi davvero ero troppo codardo ed ero anche troppo curioso di tutto, per tutta la mia vita sono stato di una curiosità spudorata, ciò che mi ha impedito molte volte di suicidarmi, migliaia di volte mi sarei suicidato se non fossi stato trattenuto sulla faccia della terra dalla mia spudorata curiosità. Non c'è stato niente che io abbia ammirato di più in vita mia dei suicidi. Sono migliori di me in tutto e per tutto, questo ho sempre pensato, io non valgo niente e sono attaccato alla vita, per quanto la vita sia abominevole e squallida, ripugnante e meschina, per quanto la vita sia gretta e infame. Invece di ammazzarmi accetto i compromessi più disgustosi, mi abbasso ai livelli più infimi e mi rifugio nella volubilità come in una pelliccia puzzolente ma calda, mi rifugio nella miserabile sopravvivenza! Mi disprezzavo perché continuavo a vivere. Seduto sul ceppo vedevo l'assurdità assoluta della mia esistenza. Mi vedevo andare al cimitero da mio nonno e tornare indietro, dei nostri comuni progetti di viaggio era rimasto un cumulo di terra, una stanza vuota in fondo all'appartamento, i vestiti di mio nonno ancora appesi alla porta e nell'armadio, quei vestiti non erano stati toccati, sulla sua scrivania erano rimasti dei biglietti pieni di appunti relativi alla sua attività di scrittore, ma anche appunti che riguardavano incombenze assolutamente banali come ad esempio: Non dimenticare di attaccare i bottoni alla camicia! Portare le scarpe dal calzolaio! Dipingere la porta dell'armadio! Ricordare a Herta (sua figlia, mia madre) la legna per la stufa! Che cosa significavano adesso quei biglietti? Dovevo sedermi io adesso alla sua scrivania? Non ne avevo alcun diritto, ancora non ne avevo diritto, avevo pensato. Così come non avevo diritto o non avevo ancora diritto di estrsarre i libri dallo scaffale, Goethe, tomo quarto, ad esempio, Shakespeare, Re Lear, Dauthendey, Poesie, Christian Wagner, Poesie, Holderlin, Poesie, Schopenhauer, Parerga e Paralipomena. Non osavo toccare niente in quella stanza. Come se non si potesse escludere l'eventualità che il proprietario e titolare di quella stanza e del suo contenuto, che gli apparteneva in tutto e per tutto, entrasse da un momento all'altro per domandarmi ciò che stavo facendo. Qui lo scrittore misconosciuto e senza successo si era seduto ogni giorno alle tre del mattino per lavorare. Insensatamente, come adesso non poteva sfuggirmi e come neppure a lui era sfuggito allora, pur non avendo detto niente, non a parole comunque, egli era stato costantemente di questa opinione, sotto il peso di questa insensatezza egli aveva forzato la propria disciplina fino al limite estremo, si era creato un sistema che sempre più è diventato il suo personale sistema nel quale io stesso riconosco il mio. Per combattere l'insensatezza, alzarsi dal letto, lavorare e pensare immersi in nient'altro che nell'insensatezza. Avevo adesso il diritto di appropriarmi del suo sistema e di farlo mio? Di fatto però quel suo sistema era stato anche il mio fin dall'inizio. Svegliarsi, cominciare il lavoro e continuarlo fino allo sfinimento, finché gli occhi non possono e non vogliono più vedere, smettere, spegnere la luce, cadere in balìa degli incubi, consegnarsi ad essi come a una cerimonia senza pari. E il mattino dopo far di nuovo la stessa cosa, con la massima precisione, con la massima concentrazione, fingendo che tutto ciò abbia un significato. Seduto sul ceppo, lo Heukareck davanti a me, contemplavo l'infamia di un mondo dal quale mi ero staccato, catapultato fuori con tutte le riserve possibili e immaginabili per poterlo vedere dalla mia angolazione e attraverso il mio obiettivo. Quel mondo era esattamente come mio nonno me lo aveva descritto quando ancora non credevo né ero disposto ad accettare tutto ciò che lui mi descriveva, allora lo ascoltavo ma mi rifiutavo di seguirlo, se non altro nei primi anni, più tardi io stesso ebbi le prove della veridicità delle asserzioni di mio nonno: il mondo è perlopiù nauseabondo, se vi immergiamo lo sguardo, lo immergiamo in una cloaca. Non è forse così? Adesso avevo la possibilità di verificare le asserzioni di mio nonno, ero ossessionato dal bisogno di ottenere nella mia mente le prove che le sue asserzioni erano giuste e rincorrevo ovunque queste prove e davo loro la caccia in tutti gli angoli della città della mia infanzia e nei suoi immediati dintorni. Mio nonno non si era sbagliato riguardo al mondo: il mondo è una cloaca in cui però si sviluppano le forme più belle e più complesse se vi si immerge lo sguardo per un po' di tempo, se l'occhio si abbandona con insistenza a queste visioni microscopiche. La cloaca teneva in serbo, per uno sguardo penetrante, per uno sguardo rivoluzionario, le bellezze della natura. Ma rimaneva una cloaca. E chi vi immerge a lungo lo sguardo, chi ve lo immerge per decenni, si stanca e muore e/o si getta a capofitto nella cloaca. La natura era una natura crudele come lui l'aveva definita, gli esseri umani erano esseri umani disperati e meschini come lui li aveva descritti. Incessantemente io ero alla ricerca di prove che confutassero le sue opinioni, su questo fatto e in questo punto adesso lo smentirò, pensavo, e invece no, nella mia mente le sue tesi venivano di continuo ribadite e confermate. Bastava che lui accennasse a una cosa perché io la portassi alla luce e ne trovassi conferma. Seduto sul ceppo andavo ora alla ricerca delle prove nella mia memoria, per distendermi cercavo di replicare le mie ricerche, di richiamarle ancora una volta alla mente, in questo genere di tentativi avevo ormai acquisito una certa maestria, riuscivo a far riaffiorare il ricordo dove volevo e a verificarlo e riverificarlo. La mia storia era diventata nel frattempo storia universale, con migliaia e migliaia, se non milioni, di dati memorizzati nel mio cervello, dati che in qualsiasi istante io potevo far riaffiorare. Mio nonno mi aveva fatto conoscere la verità, non soltanto la sua verità, anche la mia verità, la verità in generale, e inoltre gli errori abissali insiti in queste verità. La verità è sempre un errore, benché sia verità al cento per cento, ogni errore non è altro che verità, in questo modo io me la cavavo, così riuscivo a portarmi avanti e a non interrompere i miei progetti. Questo meccanismo mi tiene in vita, fa sì che io sia compatibile con l'esistenza. Mio nonno aveva sempre detto la verità e aveva sempre sbagliato completamente, come me, come tutti. Siamo in errore quando crediamo di essere nel vero e viceversa. La via dell'assurdo è la sola praticabile.


(Thomas Bernhard, Il freddo, pagg. 55-58, Adelphi editore)

Obituary - Cause of death (1990)

Cause of death è il secondo album dei floridiani Obituary. Rispetto al debutto il gruppo sostituì bassista e chitarrista solista. Qui vengono illustrati i retroscena dei due cambi di formazione. Con James Murphy gli Obituary fecero un salto di qualità ulteriore (è sufficiente ascoltare la versione demo di Infected per rendersene conto), mai più avvenuto nel corso della loro carriera.
Nessuno ha mai cantato come John Tardy.
Cause of death è stata una delle mie prime esperienze autentiche, verificatasi più o meno nello stesso periodo in cui mia madre mi permise di attraversare la strada da solo. C'era un vigile a fermare le auto e a permettere che camminassi sulle strisce pedonali per poi proseguire lungo un breve tratto di viale alberato fino a raggiungere la scuola elementare.

Allora, dopo l'avvento dello stereo, in casa giravano due walkman a cassetta; uno era un sony nero e trovai delle musicassette tra cui un lato A con diversi brani di Cause of death. Non avrei mai immaginato che un giorno il mio blog avrebbe avuto proprio quel nome, seppur per ragioni diverse. Già allora sapevo che la mia attrazione era per ciò che quel disco conteneva. Gli Obituary hanno avuto per me la stessa funzione di quel vigile, mi fidavo di loro, sono stati una guida, un mezzo con il quale mettermi in contatto con le mie emozioni e apprendere che il dolore non apparteneva solo ad una dimensione intima ma poteva essere espresso, liberato e condiviso.

Quando inserisco il CD sento dentro qualcosa che non riesco a comunicare in forma scritta. Sono indimenticabili brani come Turned inside out, Body bag, Chopped in half, la title-track, Dying, Infected, la splendida cover di Circle of the Tyrants del gruppo che sicuramente li ha influenzati di più, i Celtic Frost. Gli Obituary mi hanno accompagnato lungo la strada, e la morte di Frank Watkins mi crea una sensazione paradossale, come se fosse davvero scomparsa una figura a me vicina. Mi piace ricordarlo così, mentre osserva l'obiettivo con la maglietta dei Godflesh. Ho negli occhi anche il poster del gruppo che mio fratello appese nel '94 dietro al proprio letto: Frank indossava una t-shirt con la scritta "part animal, part machine". Rest in peace.



Pill 112

La catastrofe di Wertheimer ha già avuto inizio nell'istante in cui Glenn Gould, rivolgendosi a Wertheimer, gli ha detto che era il soccombente, ad un tratto ciò che Wertheimer aveva sempre saputo fu pronunciato da Glenn a voce alta e devo dire senza alcun preconcetto in quel suo tono tipico canadese-americano, Glenn con quel suo soccombente ha colpito Wertheimer a morte, pensai, non perché Wertheimer abbia udito allora per la prima volta quel concetto, ma perché, pur senza conoscere la parola soccombente, Wertheimer aveva già da molto tempo familiarità con il concetto di soccombente, e però Glenn Gould ha pronunciato la parola soccombente in un momento cruciale, pensai. Noi diciamo una parola e annientiamo un essere umano senza che questo essere umano da noi annientato, nel momento in cui pronunciamo la parola che lo annienta, abbia cognizione di questo fatto micidiale, pensai. Un simile essere umano, messo a confronto con una tale parola micidiale, nel senso che micidiale è il concetto che ad essa corrisponde, ancora non intuisce nulla dell'effetto micidiale di questa parola e del concetto che ad essa corrisponde, pensai. Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccombente ancor prima, comunque, che avesse inizio il corso di Horowitz, pensai, io potrei perfino stabilire l'ora esatta in cui Glenn ha detto a Wertheimer la parola soccmbente. Noi diciamo una parola micidiale a un essere umano e, com'è ovvio, in quell'istante non siamo consapevoli di avergli detto una parola micidiale, pensai. Wertheimer si è tolto la vita a distanza di ventotto anni da quando Glenn, rivolgendosi a lui nel Mozarteum, gli ha detto che era un soccombente e a distanza di dodici anni da quand glielo ha detto in America. Gli uomini che si suicidano sono ridicoli, diceva spesso Wertheimer, quelli che si impiccano sono i più disgustosi di tutti, diceva anche, pensai, adesso naturalmente ci sorprende che egli parlasse così spesso di suicidio, ma devo dire che ogni volta, ora più ora meno, i suicidi li prendeva in giro, del suicidio e dei suicidi parlava sempre come se questi due concetti non avessero per lui il minimo interesse, come se sia l'uno sia l'altro non potessero riguardarlo in alcun modo. Io ero un uomo da suicidio, questo lo diceva spesso, ricordai sulla strada per Traich, la persona minacciata ero io, lui no di certo. E riteneva anche sua sorella capace di suicidarsi, forse perché meglio di chiunque altro lui era al corrente della sua effettiva situazione, forse perché conosceva perfettamente la sua totale mancanza di prospettive, la conosceva come nessun altro, dal momento che, come spesso diceva, era convinto di vedere in trasparenza la propria creatura. Eppure sua sorella, anziché togliersi la vita, è andata in Svizzera da Duttweiler, si è sposata con il signor Duttweiler, pensai. Wertheimer si è poi tolto la vita in un modo che lui stesso aveva sempre definito ripugnante e disgustoso proprio in Svizzera, e dunque sua sorella, anziché togliersi la vita è andata in Svizzera a maritarsi con quel riccone della chimica di un Duttweiler, mentre lui, Wertheimer, ci è andato per impiccarsi a un albero di Zizers, pensai. Ha voluto studiare con Horowitz, pensai, ed è stato annientato da Glenn Gould. Glenn è morto nel momento per lui ideale, Wertheimer invece non si è tolto la vita nel momento per lui ideale, pensai. Se davvero ritenterò da capo la mia descrizione di Glenn Gould, pensai, dovrò inserirvi anche la sua descrizione di Wertheimer, e c'è da domandarsi chi sarà al centro di questa descrizione, se Glenn Gould o Wertheimer, pensai. Partirò da Glenn Gould, dalle Variazioni Goldberg e dal Clavicembalo ben temperato, ma per quel che mi riguarda Wertheimer avrà in questa descrizione un ruolo decisivo, giacché per me Glenn Gould è sempre stato in qualche modo legato a Wertheimer, e viceversa Wertheimer a Glenn Gould, e forse tutto sommato è stato più importante Glenn Gould per Wertheimer che viceversa. Il vero punto di partenza dovrà essere il corso di Horowitz, la casa dello scultore a Leopoldskron, il fatto che ventotto anni fa, del tutto indipendentemente uno dall'altro, ci siamo avvicinati l'un l'altro in un modo decisivo per la nostra vita, pensai. Il Bosendorfer di Wertheimer contro lo Steinway di Glenn Gould, pensai, le Variazioni Goldberg di Glenn Gould contro l'Arte della fuga di Wertheimer, pensai. Glenn Gould non deve certo ad Horowitz il proprio genio, pensai, ma Wertheimer può senz'altro ritenere Horowitz responsabile della propria distruzione e del proprio annientamento, pensai, perché Wertheimer era andato a Salisburgo attratto dalla fama di Horowitz, senza la fama di Horowitz non sarebbe mai andato a Salisburgo, comunque non ci sarebbe andato quell'anno che per lui è stato fatale. Le Variazioni Goldberg, che pure sono state composte con l'unico scopo di rendere sopportabile l'insonnia di un uomo che ha sofferto d'insonnia per tutta la vita, pensai, hanno tolto la vita a Wertheimer. Composte originariamente per ristorare gli animi, dopo quasi duecentocinquant'anni hanno tolto la vita a un uomo senza speranza, hanno tolto la vita a Wertheimer, pensai sulla strada per Traich. Se ventotto anni fa Wertheimer non fosse passato davanti alla stanza numero trentatré al primo piano del Mozarteum, erano, come ricordo, esattamente le quattro del pomeriggio, ventotto anni dopo egli non si sarebbe impiccato a Zizers nei pressi di Coira, pensai. Fatale per Wertheimer è stato il fatto di essere passato davanti alla stanza trentatré del Mozarteum proprio nel momento in cui Glenn Gould suonava in quella stanza la cosiddetta Aria. Wertheimer mi raccontò la sua esperienza e disse che mentre sentiva suonare Glenn era rimasto in piedi davanti alla porta della stanza trentatré fino alla fine dell'Aria. Allora compresi con chiarezza che cos'è uno shock, pensai adesso. Del fatto che Glenn Gould era stato un cosiddetto bambino prodigio noi due, Wertheimer ed io, non sapevamo nulla, ma se anche ne fossimo stati in qualche modo al corrente, non l'avremmo certo tenuto in gran conto, pensai. Glenn Gould non fu un bambino prodigio, fu fin dall'inizio un genio del pianoforte, pensai, già da bambino andava ben oltre la padronanza tecnica dello strumento. Noi due, Wertheimer ed io, avevamo per così dire le nostre case da isolamento in campagna e da esse scappammo lontano. Glenn Gould si costruì la sua gabbia da isolamento, come chiamava il suo studio, in America nei pressi di New York. Dato che Glenn ha chiamato Wertheimer il soccombente, devo dire che lui, Glenn, era l'inospitale, pensai. E il 1953 devo invece definirlo come l'anno fatale per Wertheimer, perché nel 1953, a Leopoldskron nella nostra casa dello scultore, Glenn Gould ha suonato le Variazioni Goldberg solamente per Wertheimer e per me, e questo è accaduto vari anni prima che egli come si dice diventasse di colpo una celebrità mondiale suonando appunto le Variazioni Goldberg. Nel 1953 Glenn Gould ha annientato Wertheimer, pensai.


(Thomas Bernhard, Il soccombente, pagg. 144-147. Adelphi editore)