Pill 86

E' in particolare la stupenda scena finale, il piano sequenza di sette minuti che racchiude il senso del film, a riportare chiaramente ad un discorso sul cinema come rappresentazione/constatazione di una realtà vista dietro, poi oltre le sbarre della propria relatività, della propria impotenza soggettiva. La macchina da presa, che era usata da Locke nelle sue interviste "a braccio" secondo la tecnica del "cinema verità", qui è significativamente paralizzata ad un'attività di pura registrazione e, passando da una visione "in soggettiva" a quella "oggettiva", con una lentissima carrellata esce morbidamente verso l'esterno, abbandonando Locke alla sua morte voluta, sulla piazza dove continua a scorrere la vita.
La realtà è lì, fuori dalla finestra, nella ragazza sperduta e disorientata ai margini dell'inquadratura, nel bambino che tira un sasso ad un cane e nel vecchio che lo rimprovera, nella tromba che chiama allo spettacolo della corrida, nel girovagare di un'auto che invita alla danza, nel sopraggiungere dei killer venuti a compiere con naturale freddezza l'omicidio (uno di loro si volta a guardare una ragazza che passa), nel rombo di una motoretta che attutisce lo sparo, nell'arrivo della polizia.
Una realtà fenomenica, ambigua, indifferente e sospesa in una "oggettività", che non è più la falsa "obiettività" del giudizio, sempre soggettivo, ma osservazione immediata di fatti "lontani". Ed anche se il senso di tutto ciò può sfuggire, si deve guardare: "Sarebbe terribile essere ciechi". Ed è la macchina da presa a raffigurare questo mutamento del centro di osservazione, spostandosi al di fuori e riprendendo, senza interruzioni, in "tempo reale" (il senso della lunghezza della scena è nella comunicazione dell'idea della totalità che supera quella dell'individualità e non va ricercato, come è stato superficialmente affermato da qualcuno, nella tendenza al preziosismo di Antonioni), una situazione esterna all'uomo, restituito alla sua tragica dimensione di cosa tra le cose.
Tutto scorre normalmente, consueto e quotidiano, ed anche la morte di un uomo, come quella dell'insetto schiacciato da Locke sul muro, sembra annegare nel "mare dell'oggettività", fatto individuale che si disperde, simile ad un pugno di sabbia nel deserto, vuoto subito colmato.

(Vittorio Giacci, Antonioni, un autore "moderno", aprile 1975 – critica inserita in Professione: reporter a cura di Carlo di Carlo, pagg. 108-109, L'Unità, 1996)

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