Melbourne (di Nima Javidi, 2014)

Nelle pagine dedicate all'analisi della filmografia di Asghar Farhadi ho cercato spesso di focalizzarmi sul tema a mio avviso predominante, ovvero "la paura di dire o fare qualcosa che potrebbe essere interpretato come...". In fondo è la paura che nasce dalla mancanza di contatto con sé stessi. Quanti tra i personaggi successivi ad A'la (Beautiful city) creati dal regista persiano conoscono sé stessi?
Ho sempre pensato che al pari di Michelangelo Antonioni, riferimento costante e predominante, Farhadi si concentri essenzialmente sull'individuo prima ancora che sulla società. Questo dato a mio avviso crea il maggior scollamento rispetto alla maggior parte dei cineasti del suo paese.
Tuttavia cominciano a farsi strada i primi fautori di questa visione della realtà anche tra i registi iraniani, e Melbourne ne è una prova: è il primo lungometraggio di Nima Javidi, al quale si possono attribuire molti pregi eccetto l'originalità, visto che attinge a piene mani da Farhadi. Tutto, ma proprio tutto, ricorda quanto già ampiamente visto e analizzato nei film di questi, con minor talento e più forzature negli sviluppi concreti.
Sia la location (praticamente unica) che l'utilizzo narrativo del telefono richiamano ad esempio Fireworks Wednesday. Le inquadrature, lo spazio circoscritto in cui si staglia una poderosa sovrabbondanza di parole, attori come Mani Haghigi e soprattutto Peyman Moaadi non possono che confermare l'impressione iniziale. Ma scavando più a fondo emerge anche altro.
In apparenza Melbourne è la cronaca di un viaggio progettato nei minimi termini con una sicurezza che deriva dalla padronanza dei mezzi tecnici e logistici per assoggettare la realtà. Di quale realtà si tratta?
Tre elementi chiave per addentrarsi nei meandri del film: il ricorso alla menzogna, i mezzi di comunicazione tecnologici (telefono, internet e fotocamera digitale) e infine la morte di una bambina di pochi mesi di vita.
Il primo è una strategia di difesa per salvarsi temporaneamente. I due coniugi protagonisti hanno paura, cercano di dilatare il tempo stritolandosi in un meccanismo malsano che li conduce inevitabilmente a diventare ciò che temono di essere. Basterebbe agire, ma l'azione comporta sempre una responsabilità "agli occhi di...". Il punto sembra essere questo, la responsabilità viene intesa come un sinonimo sociale che ha il nome di "colpa". Questa ha sempre alla radice la paura del giudizio: spaventa giudicarsi ed essere giudicati.
Non è possibile rintracciare con esattezza la causa della SIDS (morte in culla). Amir e Sara sono stati imprudenti, ma non responsabili della morte della bambina. Il peso della colpevolezza possibile li schiaccia. La morte della bambina sgretola le loro certezze rivelandone la natura precaria e fragile, come un macigno scagliato contro un oggetto di cristallo.
I mezzi tecnologici, che pervadono la scena ricorrendo come veri e propri MacGuffin, generano delle vere e proprie svolte nella narrazione in almeno due momenti: la rivisitazione delle foto scattate alcune ore prima, nelle quali è percepibile che la bambina si è mossa e quindi è stata accolta viva in casa, e il frutto della ricerca su internet circa la morte in culla. Sono strumenti che offrono la possibilità di conoscenza e di avvicinamento alla verità, tuttavia il loro riscontro obiettivo non ha una consequenzialità logica e univoca. In un film così ossequioso a Farhadi nel costrutto e nel significato sviscerato, questo aspetto mi ha colpito molto. Ancora una volta Antonioni (le foto di Blow up, i documentari di The Passenger..) fa capolino. Amir e Sara finiscono per rinunciare alla denuncia e alla rivelazione, macchiandosi della stessa colpa che hanno avuto il coraggio di attribuire con un deprecabile, iniziale sospetto sulla babysitter. La loro azione finisce per essere terribilmente reale, nonostante abbiano usufruito dei mezzi per scagionarsi e liberarsi da qualsiasi tormento interiore. Ma l'obiettivo principale di Melbourne è proprio quello di mostrare come in assenza di un autentico tormento interiore che abbia a che fare con i valori più alti e umani, quali la dignità, la responsabilità e l'ideale di collettività, le azioni che scaturiscono sono deleterie per sé stessi e per gli altri, con un effetto a catena.
Solo una manciata di sequenze sono girate in esterni: la primissima, che ci mostra la moltitudine di edifici di Teheran (alta?) e quelle immediatamente successive nel cortile interno del palazzo in cui si svolge l'azione; il finale in auto (ancora nella moltitudine) in cui i due protagonisti seduti uno accanto all'altro non sono mai sembrati (stati?) così distanti e soli (cfr. Una separazione).

Quando vedo film di questo tipo ripenso a La doppia vita di Veronica. Io stesso faccio fatica a trovare una spiegazione che possa giustificare questa connessione, poi rileggo queste parole di Kieslowski e in qualche modo la mia suggestione trova fondamento e valore.

Nessun commento: