Ulver - Bergtatt: Et Eeventyr i 5 Capitler (1995)

Se ci facessimo condurre dal nostro giudizio immediato definiremmo quanto accade in Bergtatt come una perfetta armonia di contrasti.
Voce limpida e cori vicini al canto gregoriano, arpeggi, note di pianoforte, flauti e quant'altro di "fiabesco" da una parte; chitarre elettriche "sporche", drumming tirato e furioso, voce stridula e infervorata dall'altra.
Il nostro distacco iniziale è perentorio, probabilmente a protezione di un filtro uditivo avvezzo ad altre sonorità, serene o inquietanti che siano.

Ricordo la prima volta che mi sono imbattuto in Bergtatt: la voce mi ha letteralmente sconvolto. Celestiale o infernale? O entrambe le dimensioni? Com'era possibile che folk e black metal fossero così invischiati tra loro?
Bergtatt ha rivoltato come un calzino le mie convinzioni. Vent'anni dopo continua a mostrare, con una freschezza intaccabile, come si possa esprimere l'armonia senza contrasti. Anche se l'apparenza, lo sconosciuto, ce lo indicano.

Suppongo che loro lo abbiano vissuto come un fenomeno naturale. La loro musica trae energia dalla propria terra di origine. Una terra composta da rami spezzati ricoperti di neve, che gli Ulver hanno avuto l'ardore di registrare in una folle corsa nella notte e trasformarla in un libro animato (terzo capitolo, a mio avviso la vetta del disco).

Fin dagli arpeggi e dalle improbabili voci "pulite" del demo del '93 Vargnatt emergeva il mondo fantastico di Kristoffer Rygg (Garm) e Håvard Jørgensen (Haavard), ma mai come in questo strabiliante esordio discografico, primo di una trilogia destinata a lasciare un segno, gli Ulver sono riusciti a rendere così magicamente suoni e visioni. Età media dei cinque componenti: venti anni.

Lo stile pulito di Garm ha aperto uno squarcio nel "panorama" di quegli anni. Certo anche Fenriz (con gli Isengard) o Jan degli In the woods sul demo (Isle of men del '93) avevano interpretato voci pulite, con grande enfasi, e lo stesso Garm con gli Arcturus (Constellation del '94) o sul citato Vargnatt si era cimentato in un approccio sperimentale, ma niente a che vedere con il timbro meraviglioso esibito su Bergtatt.
Tutto il movimento sorto un decennio più tardi, guidato da Alcest, trova una delle massime ispirazioni nella sua voce e nell'inconfondibile stile ora elettrico ora acustico della chitarra di Haavard. Nota di merito anche per i comprimari Hugh Stephen James Mingay (Skoll), all'epoca reduce da un lavoro memorabile su Those who caress the pale dei Ved Buens Ende (uno dei demo più coraggiosi di quegli anni), e Erik Olivier Lancelot (AiwarikiaR).
Contribuiscono all'incanto un'ottima registrazione, volutamente sporca ma in grado di restituire il suono di tutti gli strumenti, e l'artwork di Tania Stene.

La musica segue di pari passo la storia narrata, alle cui traduzioni varie rimando altrove (si sprecano le recensioni sul web a riguardo), generando un trasporto di difficile descrizione, e qui mi fermo. 
Ascoltare Bergtatt nella sua interezza significa accorgersi, molto probabilmente, di aver assistito a un poema illustrato, cantato, recitato.

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