Winter sleep (di Nuri Bilge Ceylan, 2014)

Nota: presenti numerose anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Aydin sa ma non crede, Nihal crede ma non sa.
Si potrebbe riassumere così la mancanza di convergenza tra due coniugi che condividono solo formalmente le stesse mura in pietra, come le persone più distanti al mondo, in un luogo che sembra fuori dal tempo e dallo spazio.
Laddove "credere" non ha alcuna accezione religiosa, l'abulia e l'arroganza del primo fanno da contrappunto ad un'intraprendenza irragionevole e ingenua della seconda.
Ceylan riparte da una delle ultime azioni del film precedente, un bambino che lancia un sasso verso un adulto. Ilyas rappresenta la possibilità del futuro, che deve tuttavia scontrarsi con un eterno ritorno al passato e al presente mediante il parametro di riferimento che gli viene dato dall'adulto: quel sistema di valori che non funziona ma che viene agito scriteriatamente come base solida della cultura e delle relazioni umane. Il bambino è costretto per tre giorni a camminare a lungo per prostrarsi davanti all'uomo "offeso" e baciargli la mano in segno di pentimento e umiliazione. Un gesto scavato nella tradizione che ricorda come sia facile rinunciare a chiedersi cosa sia veramente il perdono, uno dei tanti concetti sulla bocca di tutti i personaggi del film a non essere mai affrontati con convinzione.
Aydin potrebbe intercedere, se volesse, ma la sua vita è un'accozzaglia di azioni mancate. A mala pena scende dall'auto, assistendo impassibile ad una rissa sfiorata per una serie di eventi in cui è direttamente coinvolto. Avverte che potrebbe mostrarsi favorevole ad interessarsi di una storia di un'insegnante di un villaggio lontano, ricevuta tramite posta elettronica, ma prima di esporsi si riserva di convocare una sorta di riunione privata con la moglie e un altro "saggio" del villaggio (che si rivelerà come un buonista incapace di esprimere opinioni individuali e sensate). Quando ha finalmente la possibilità di svoltare con l'auto verso il villaggio in questione per constatare con i propri occhi la realtà descrittagli e poter prendere coscienziosamente una decisione, evita di farlo (cfr. il protagonista dell'ultimo film dei Coen, che potrebbe svoltare verso la città in cui vive la sua ex compagna che ha dato alla luce suo figlio, si rifiuta di farlo). Demanda tutte le decisioni riguardanti l'amministrazione delle case di sua proprietà al suo fedele (d'apparenza) e scaltro "servo" (uno che non si fa problemi ad affondare vigliaccamente un bambino in una pozzanghera o a fingere un guasto all'auto per non riaccompagnare suo zio a casa), o agli avvocati, dimenticando spesso di avere avuto conversazioni in proposito. Vive con la moglie un rapporto di assoluto distacco (mai un contatto fisico tra i due in tutto il film).
E' come se la sua vita non gli appartenesse. Ha rinunciato ad essere formalmente un attore, ma sembra che il suo ruolo si sia impossessato di lui. E non c'è momento in cui l'onestà degli intenti di facciata coincida con l'effettiva resa. Cosa gli avrà voluto dire Omar Sharif tanti anni prima? Qualcosa che suona ambiguo.
Il suo ego ha trovato la risposta alla sua apatia verso i viventi: la sua vera occupazione è scrivere. Scriverà un libro, ma che senso ha scrivere? Per chi? Si rende conto che i suoi articoli, redatti per un gazzettino locale, sono seguiti e questo è per lui sinonimo di "vita per gli altri". Quando la sorella (una pessima persona divorata da una solitudine autocompiaciuta e autodeplorata allo stesso tempo), nel marasma di idiozie che è capace di blaterare gli confessa una cruda analisi dei suoi articoli, egli reagisce contrattaccando: in parte viene da chiedersi "come non dargli torto?", ma è evidente che Aydin non metta mai in discussione la propria condotta. Ne è l'esempio lampante la sua violenta intrusione nel visionare i documenti della fondazione della moglie; azione sfacciatamente arrogante e virile, disgustosamente declamatoria delle sue presunte competenze (il ruolo del maschio nella coppia è uno dei temi cari a Ceylan da sempre). E così dopo aver "minacciato" di recarsi ad Istanbul non ha nemmeno il coraggio di partire, azione che avrebbe significato se non altro dare finalmente seguito ai suoi proponimenti. Si ritira a casa dell' "amico" che rappresenta l'unica persona che non ha mai un atteggiamento di reale critica nei suoi confronti, fungendo da "chiacchiera" piuttosto che da conversatore. Suo malgrado vi ritroverà lo stesso professore che su un semplice scambio di battute ha accusato con sua moglie in privato di essere un opportunista. Ancora una volta mostra la propria arroganza in un delirio alcolico collettivo (in cui emerge il grottesco che di tanto in tanto caratterizza i film del regista turco), riservandosi l'ultima parola, da vero "trionfatore". Peccato per lui che, impunemente, il Cinema più che il destino gli riservi una fine ingloriosa: si vomita addosso. Shakespeare, citato ovunque dal protagonista stesso (l'hotel si chiama "Othello" e nel suo studio è affisso un manifesto di "Antonio e Clepoatra"), nelle parole del Riccardo III "La coscienza non è che una parola usata dai codardi, inventata dapprima per tenere i forti in soggezione" mostra eloquentemente quanto nessuno possa arrogarsi il diritto di sfoggiare la cultura a proprio piacimento, a maggior ragione se poi non si è in grado di applicarla coerentemente nella vita di tutti i giorni. Stranamente, il professore nel ricordargli queste parole esprime lo stesso concetto che Nihal gli ha rivolto la sera prima: ovvero abbiamo le chiavi per poter interpretare la nostra realtà, basterebbe cedere alla critica degli eventi e a "strane" confluenze di parole che ci vengono rivolte. Aydin dichiara di avere una certa propensione per l'ascolto: ma di quale ascolto si tratta?
A proposito di un interrogativo chiave del film, "E se noi non ponessimo resistenza al male?" egli sbriga subito la questione con esempi stupidi e superficiali, manifestando la consueta mancanza di volontà di capire meglio; Nihal assume un atteggiamento critico dopo un'ulteriore discussione con Necla. Quest'ultima ha una concezione decisamente inopportuna del gesto del perdono (nemmeno catalogabile tra gli esempi di martirio, per quanto risulti al di fuori di ogni logica), ma Nihal nella vita pratica sembra osservare tacitamente un modello di pensiero non così distante dalla "non resistenza al male". Reagisce all'inettitudine del marito focalizzandosi su un'attività benefica con un approccio poco laico e rigidamente chiuso: è la "sua" attività, e così dinanzi alla prospettiva di poter aiutare un progetto simile (si tratta pur sempre di agevolare l'istruzione) in un villaggio lontano (la mail citata dell'insegnante) esprime un netto rifiuto, che si focalizza su considerazioni esclusive rivolte alla propria attività. Dinanzi all'invadenza del marito il suo comportamento è duro con le parole ma non con i fatti. La discussione è lunga e fisicamente genera sofferenza che traspare ovunque. Nihal anche dinanzi al sarcasmo del marito non la rifiuta, reagendo come una ragazzina, piangendo e gettando all'aria la documentazione (complesso di inferiorità?).
Raramente il titolo italiano del film rende così giustizia ad un aspetto fondamentale, attraverso la parola "Regno": la dimora dei coniugi ricorda quella di un racconto medievale, in cui re e regina vivono in stanze separate. E Nihal ha molto di una regina che vive nell'agiatezza di chi non muove un dito e che non sente la necessità di abbandonare questa condizione per poter guadagnarsi realmente la vita con le proprie risorse (anche lei "minaccia" di andare a Istanbul, ma non lo farà mai). E nel gesto di destinare il denaro versato dal marito (simbolo di interferenza in una "sua" attività) alla situazione dei due fratelli Hamdi e Ismail vedo ancora una volta molta ingenuità. Non è un gesto dettato dal "lavarsi la coscienza", come le imputa Ismail, che non è al corrente delle dinamiche coniugali; piuttosto una rivalsa nei confronti del marito oltre ad un tentativo di effettivo aiuto che alla base ha sincerità, ma quella un po' supponente, da "regina" appunto, incapace di calarsi nelle tenebre di una situazione "realmente" disperata come quella del padre di famiglia alcolizzato.
La reazione al gesto di gettare il denaro nel fuoco non è di rabbia, né di dolore, ma un pianto isterico (adolescenziale), in una sequenza in cui nessuno è adulto.
E così Nihal non ha opposto resistenza al male, esibendo la stessa passività di suo marito, incapace invece di porre una diga mediante lo strumento della cultura. E, come se ce ne fosse bisogno, cade miseramente la teoria di Necla, perché l'effetto sperato dalla mancanza di resistenza al male non si è verificato: Ismail non ha le chiavi per capire, e così – con effetto a catena – suo figlio. Figurarsi infatti cosa può imparare sulla vita il piccolo Ilyas, che vede la scena delle banconote nel fuoco (che ne ricorda una analoga ne L'idiota di Dostoevskij) da una fessura e incrocia lo sguardo di suo padre.
Non si salva nessuno, restano solo l'egoismo e la crudeltà dell'uomo (la caccia che si conclude con l'uccisione del coniglio), e la lettera finale (perché addirittura le parole non scaturiscono più da un confronto, ma da una lettera) ha un tono superficialmente consolatorio, che nasconde quanto in realtà nessuno abbia imparato nulla da ciò che è accaduto.
L'uomo si ripete, come la natura che lo circonda. Forse non è un caso che il film si apra e si chiuda in un silenzio interrotto solo dall'abbaiare dei cani: gli stessi che muoiono nella neve, mentre i corvi si radunano minacciosi sugli alberi.

1 commento:

Ismaele ha detto...

è vero, è un Regno, in quel mondo e a parte, dove le dinamiche dei due sarebbero incomprese ai sudditi.