Pill 85

Salto

Tra il 1969 e il 1970 la regista Helma Sanders aveva intervistato Ulrike Meinhof nel suo appartamento a Dahlem. Era nervosa, arrotolava con le dita delle palline di carta, fumando una sigaretta dopo l'altra. In faccia le si leggeva la disperazione: "Le faccende private sono sempre politiche. L'educazione dei figli è paurosamente politica, le relazioni che le persone hanno tra di loro sono paurosamente politiche, perché sono i rapporti a dire se gli uomini sono repressi oppure liberi. Se sono in grado di formulare pensieri o se non sono in grado di formulare pensieri. Dal punto di vista dei bambini la famiglia, sì, proprio la famiglia, come luogo stabile di relazioni umane stabili, è necessaria e irrinunciabile".
Ulrike Meinhof fece una pausa. Poi, sottovoce, continuò: "Difficile – difficile – tremendamente difficile – sì, è difficile – è tremendamente difficile. E' chiaro, è molto più facile se si è un uomo e quindi si ha una moglie che si occupa dei figli, e questo è normale. E i bambini hanno bisogno sul serio di relazioni stabili e di una persona che abbia veramente tempo per loro. E quando sei una donna, e quindi non hai nessuno che se ne faccia carico per te, sei costretta a fare tutto da sola – e questo è tremendamente difficile".
Interruppe quel flusso verbale, come se si fosse sorpresa a dar sfogo a qualcosa di eccessivamente privato. Di colpo, era di nuovo assolutamente concreta e 'politica': "Non si può fare politica antiautoritaria e a casa picchiare i propri figli. Ma alla lunga non si può nemmeno non picchiare i propri figli senza far politica, vale a dire, non si possono abolire i rapporti di concorrenza all'interno della famiglia senza lottare per abolire quei rapporti di concorrenza all'esterno della famiglia in cui ciascuno rientra, quindi si comincia... - esitò, poi completò la frase a voce bassissima – a lasciare la propria famiglia".
Qualche mese dopo Ulrike Meinhof avrebbe abbandonato le figlie.

(Stefan Aust, Rote Armee Fraktion, pag. 83, ilSaggiatore editore)



Il 14 maggio 1970 alle 9 tutto era pronto. In seguito a una sparatoria, Andreas Baader fu liberato dall'Istituto per le problematiche sociali a Dahlem, Berlino Ovest.
Georg Linke, impiegato dell'istituto, riportò gravi ferite da arma da fuoco.
Baader e il commando che lo aveva liberato riuscirono a fuggire.
Con il salto dalla finestra dell'istituto Ulrike Meinhof mise la parola fine alla sua carriera giornalistica, dandosi alla clandestinità.
Il suo film Bambule, che doveva essere trasmesso da lì a qualche giorno, fu cancellato rapidamente dai programmi televisivi.

(Stefan Aust, Rote Armee Fraktion, pag. 92, ilSaggiatore editore)

Posso concepire Ulrike, quando vedo le sue ginocchia piegate (e considero lei, rimpicciolita, accovacciata sulle ginocchia), mentre sfoglia carte dai faldoni al tavolo dell’Istituto, e i due guardiani, la pistola nella cintura, seduti lì vicino che non capiscono nulla della conversazione, solo se collego tutto questo con il balzo dalla finestra del 1° piano, pochi secondi dopo, mentre i poliziotti sono già stesi sul pavimento e quell’idiota si è buttato in mezzo come poliziotto ausiliario, e adesso è per terra davanti alla porta, sanguinante. E via sull’auto, e l’azione ‘riuscita’ e Baader ‘libero’.

(Bernward Vesper, Il viaggio, pag. 158, Feltrinelli editore)

Nel caos generale Andreas Baader aprì una finestra e saltò fuori. E nel frattempo che faceva Ulrike Meinhof? Cosa le passava per la testa?
E' difficile sapere se avesse riflettuto in precedenza sul comportamento da tenere in una situazione del genere. A Klaus Wagenbach aveva confidato di voler entrare in clandestinità e lui aveva tentato invano di distoglierla dall'idea. Ad ogni modo il piano stabiliva che Ulrike Meinhof non dovesse fuggire con gli altri dopo l'azione, ma avrebbe dovuto "seguirli sconvolta con lo sguardo". Nessuno avrebbe mai potuto imputarle la partecipazione all'agguato e sarebbe ritornata alla sua solita vita.
Forse neanche lei sapeva che cosa avrebbe fatto. Succede spesso di trovarsi in una situazione in cui si è obbligati a prendere decisioni che senza la pressione del momento non si riuscirebbe e non si vorrebbe prendere.
Mentre intorno a lei si sparava e Baader fuggiva, Ulrike Meinhof si decise: saltò anche lei dalla finestra.

(Alois Prinz, Disoccupate le strade dai sogni, pagg. 151-152, Arcana editore)

Il problema attorno al quale si smarrì in modo sempre più irrimediabile fu lo iato fra pensiero e azione. Per questo, alcuni giorni dopo l'impresa della liberazione di Baader, disse durante un'intervista rilasciata nella clandestinità: "Ma certo che si può sparare!". E questa frase ebbe su molti l'effetto di un segnale.
Il componente del commando che, con una rivoltellata, aveva ridotto a un invalido l'impiegato Linke dell'istituto cercò successivamente di giustificarsi dicendo di aver scambiato un'innocua pistola a gas, con la quale avrebbe voluto sparare, con una beretta. Ulrike Meinhof non si sarebbe mai rifugiata in scuse simili. Non conosco il referto medico, redatto all'inizio degli anni Sessanta dopo un'operazione alla quale era stata sottoposta, in cui si sarebbe parlato di un "tumore al cervello". Però non sono propenso ad associarmi alla versione che doveva evidentemente servire a screditarla e che fu quindi anche molto sbandierata: che l'abbandono, cominciato nel 1970, del mondo con il quale aveva confidenza e familiarità, il fallimento del matrimonio con il direttore di 'Konkret', Klaus Rainer Rohl, lo sbarazzarsi delle figlie e quante altre rotture di rapporti ancora seguirono fossero da considerare soprattutto conseguenze della lesione cerebrale. I lacci della logica nei quali si era avviluppata furono sicuramente molto più spietati. Non seppe come liberarsene. Seguendo la sua concezione idealisticamente distorta del mondo non riuscì a sottrarsi, lontana com'era dalla realtà concreta, alla conclusione secondo cui per attuare ciò che si riconosce giusto si possa e si debba anzi ricorrere a tutto.
Nel corso del nostro ultimo incontro constatai la pressione a fare una scelta alla quale si era esposta con le sue idee. Dopo anni di appassionato giornalismo di denuncia della situazione esistente aveva capito che le parole stampate, da sole, non risolvono nulla. La violenza, a suo modo di vedere, poteva essere osteggiata solo con la violenza.
Incarnò la disperazione dell'idea che diviene consapevole di non aver altra arma che la parola e la sua forza di persuasione.
Lo giudicava un dato di fatto intollerabile. Fra i cambiamenti che il mondo sbagliato richiedeva vi fu per lei in primo luogo la necessità di arrivare a una parità di armamento fra conservatori e innovatori. Ciò che non volle o non poté capire è che la limitazione del pensiero a sé stesso e la consapevole rinuncia ai mezzi brutali descrivono nulla di meno che il confine fra gli ordinamenti liberi e quelli non liberi.

(Joachim Fest, Incontri da vicino e da lontano, pagg. 367-368, Garzanti editore)


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