Pill 84

Il silenzio

lettere dal "braccio della morte" scritte da Ulrike Meinhof ai suoi avvocati (febbraio 1974)


<< (...) E' chiaro dunque: dobbiamo uscire da qui! Presto. Subito. Meglio ieri che oggi. Per un carcere occupato dove ci sia qualcosa da sentire. Certo, la differenza è che io sono qui per la terza volta, mentre Gudrun (Ensslin) vi è da poco – che per me, dunque, tutte le "valvole di sicurezza" sono saltate, mentre Gudrun ne ha ancora in serbo. E se dico che il caso è, adesso, tanto urgente, più urgente che mai, non è per una mera questione di umore o giù di lì. Le "scariche elettriche" che mi attraversano in pieno, le subirà anche lei. Il silenzio è una realtà fisica. Se la Procura federale, il capo della polizia e la polizia politica non sono decisi a liquidarci ora, ancor prima del processo, dovrebbe essere possibile ottenere il trasferimento – e se lo fossero, a maggior ragione. E ancora: sporgere denuncia per lesioni fisiche contro il capo-poliziotto (Bucker) sarebbe senz'altro cosa giusta. (...) >>

<< (...) Elemento importante nel progetto di lavaggio del cervello è il venir posti in uno stato nel quale non ci si renda conto del legame causale tra il mezzo impiegato e i sintomi, ossia della combinazione raffinata, del concorso di mezzi e di ciò che ti succede. Potremmo anche dire: più invisibile ed impercettibile è il mezzo, maggiore è l'effetto. Una cosa che non si riesce a percepire non la si può neanche affrontare, il che significa: non si può opporvi resistenza. Ed io so perché a Berlino avevo detto che il "braccio del silenzio" era il tentativo di spingerci al suicidio. Perché l'energia per resistere, nel silenzio assoluto, assolutamente impercettibile, non ha, in ultima analisi, altro oggetto che se stessi. E siccome non si può combattere il silenzio, si combatte, allora, solo quanto succede, in noi e nel nostro corpo – e si finisce col combattere solo se stessi. A questo mira il braccio: alla fine, c'è l'autodistruzione del detenuto. In questo genere di tortura, perfino la resistenza è strumentalizzata dai torturatori, anche quando il suo obiettivo è: tener duro. Allora, a quel livello, tutto vi dilania. Il crollo è la peggior cosa, perché è la resa. Una cosa è sicura: quando sei con le orecchie completamente a digiuno, scorticato e completamente suggestionato, non sei più capace di ascoltare una sola frase dei poliziotti senza respingerla, perché rischieresti di rimanere infuenzato in ciò che pensi e senti. E' allora che possono trascinarti nella loro sporcizia. Fare i sordi non riesce più. La minima gentilezza da parte dei poliziotti, se non respinta efficacemente, fa già di te un collaboratore. Il lavaggio del cervello, a cui il detenuto è sottoposto ininterrottamente, rende le sue orecchie sensibili ai rumori e a quanto di organico vi è annesso, le rende quindi ricettive come lo è una pellicola sensibile alla luce. Il cervello accetta tutto quanto entra, come una pellicola all'apertura del diaframma. Senza trascurare che ciò che si legge si "sente" anche. Il cervello – così condizionato – naturalmente fa male. Il che significa: finché il raziocinio è pensare, è fatto di pensieri, anche questi pensieri fanno male. Difendendosi, quindi, da queste porcherie si fa del male a se stessi. (D'altronde, che pensare fa male già lo sapevo all'epoca del mio intervento chirurgico al cervello, ma sapevo pure che pensare era l'unica via per rimettere tutto in moto). Lavaggio del cervello significa sconvolgere il cervello in modo tale da ridurlo – così almeno lo sente il detenuto – in una boccia di carne bruciata, frastagliata, rotta. Allora, sentire qualcosa – non importa cosa – è un balsamo. Ed è a questo punto che gettano dentro la boccia la loro merda. Un bel giorno, ci si ritrova con tutti i propri sensi e non si sa più dove è il sopra e dove è il sotto: si è distrutti. Solo così, il nemico può additarti a dimostrazione del suo potere. Orecchie distrutte, il che, certamente, significa: l'organo dell'equilibrio è distrutto. Si ondeggia, si barcolla da un angolo all'altro. Tutto quanto si manifesta è sproporzionato, esagerato. Un bisbiglìo è come un grido amplificato, un cenno come una martellata, una breve frase come una manganellata. (...)

(tratto da La morte di Ulrike Meinhof – Rapporto della Commissione internazionale d'inchiesta, pagg. 88-90, Pironti editore)



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