Pill 83

Tolse le gambe, si stese di fianco sul braccio, e provò compassione per se stesso. Attese soltanto che Gerasim se ne fosse andato nella camera vicina, e non stette più a trattenersi, e si mise a piangere come un bimbo. Piangeva per la propria impotenza, per la propria terribile solitudine, per la crudeltà degli uomini, per la crudeltà di Dio, per l'assenza di Dio.
"Perché hai fatto tutto questo? Perché mi hai condotto qui? Per qual motivo, perché mi tormenti così orrendamente?...".
Nemmeno s'aspettava una risposta, e piangeva per il fatto che non vi fosse né potesse esservi risposta. Il dolore si levò nuovamente, ma egli non si mosse, non chiamò. Si diceva: "Su, ancora, su, colpisci! Ma per che motivo? Cosa Ti ho fatto, perché?".
Poi s'azzittì, smise non solo di piangere, smise di respirare e divenne tutto quanto attenzione: come se stesse prestando orecchio non a una voce che gli parlasse con dei suoni, ma alla voce dell'anima, all'andamento dei pensieri che in lui si levavano.
"Che ti serve?" fu il primo concetto chiaro, possente, espresso a parole che egli sentì. "Che ti serve? Che ti serve?" si ripeté. "Che cosa? Non soffrire. Vivere" rispose.
E di nuovo divenne tutto quanto attenzione, così tesa che nemmeno il dolore lo distraeva.
"Vivere? Come vivere?" domandò la voce dell'anima. "Sì, vivere come vivevo prima: bene, piacevolmente".
"Come vivevi prima, bene e piacevolmente?" domandò la voce. Ed egli si mise a ripercorrere nell'immaginazione i momenti migliori della sua vita piacevole. Ma, cosa strana, tutti questi momenti migliori della sua vita piacevole, adesso gli apparivano completamente diversi da come gli erano parsi allora. Tutti, a eccezione dei primi ricordi d'infanzia. Là, nell'infanzia, c'era qualcosa di effettivamente piacevole, con la quale sarebbe stato possibile vivere se fosse ritornata a lui. Ma l'uomo che aveva sperimentato quel piacere ormai non esisteva più: era come il ricordo di qualcun altro.
Non appena aveva inizio quel processo che poi era sfociato in ciò che lui era in quel momento, l' Ivàn Il'ìč di oggi, tutte quelle cose che un tempo gli erano sembrate fonte di gioia prendevano ora a disfarsi sotto i suoi occhi, e a tramutarsi in un che d'insignificante e spesso ripugnante.
E quanto più s'allontanava dall'infanzia, quanto più s'avvicinava al presente, tanto più insignificanti e dubbie gli apparivano quelle gioie. Si cominciava dai corsi. Lì c'era ancora qualcosa di autenticamente buono: lì c'era l'allegria, lì c'erano l'amicizia, le speranze. Ma già nelle classi superiori questi momenti buoni erano più rari. Poi, all'epoca del suo primo posto nell'ufficio del governatore, avevano fatto nuovamente la loro comparsa dei momenti buoni: erano i ricordi dell'amore per una donna. Poi tutto s'era rimescolato, e di buono era rimasto ancor meno. Più oltre, ce n'era ancora di meno, e più si andava avanti, più il buono diminuiva.
Il matrimonio... così imprevisto, come pure la delusione e l'alito cattivo dalla bocca della moglie, e la sensualità, l'ipocrisia! E questo lavoro morto, e le preoccupazioni per i soldi, e così un anno, e due, e dieci, e venti – e sempre lo stesso. E, più s'andava avanti, più tutto si faceva morto. Proprio come se avessi camminato sotto una montagna immaginando di camminarci sopra. Era stato proprio così. Secondo il parere della gente avevo camminato sulla montagna quando invece la vita mi sfuggiva di sotto i piedi... E adesso ero pronto, crepa!
Cos'era stato dunque? Perché? Non può essere. Non è possibile che la sua vita sia stata così insensata, così ripugnante. E se fosse stata proprio così insensata e ripugnante, allora perché morire, e morire soffrendo? C'era qualcosa che non tornava.
"Forse non ho vissuto come avrei dovuto?" gli veniva improvvisamente in mente. "Ma come è possibile, se ho fatto tutto come si doveva?" si diceva, e subito allontanava da sé quell'unica soluzione dell'enigma della vita e della morte, come qualcosa di assolutamente impossibile.
Cosa vorresti adesso? Vivere? Come vivere? Vivere come vivi in tribunale, quando l'ufficiale giudiziario annuncia: "Entra la corte!...". La corte entra, entra la corte, ripeteva. Ecco la corte! "Ma io non sono colpevole!" gridò con rabbia. "Di cosa?" E smise di piangere e, voltandosi con la faccia alla parete, si mise a pensare sempre a una e un'unica cosa: perché, per cosa tutto quest'orrore? Ma per quanto ci pensasse, non trovò una risposta. E quando gli veniva, come spesso gli veniva, il pensiero che tutto derivasse dal non aver vissuto come bisognava, immediatamente rammentava tutta la correttezza della propria vita, e scacciava questo strano pensiero.
Trascorsero ancora due settimane. Ivàn Il'ìč ormai non si alzava più dal divano. Non voleva stare disteso a letto, e restava sul divano. E, stando disteso quasi perennemente con il volto rivolto alla parete, in solitudine soffriva le sempre uguali sofferenze senza soluzione, e in solitudine pensava sempre allo stesso, irrisolvibile, pensiero. Cos'è questo? Possibile sia vero che si tratta della morte? E una voce interiore rispondeva: sì, è vero. Perché questi tormenti? E la voce rispondeva: così, senza un perché. Più in là di questo, e oltre a questo, c'era il nulla.
Fin dall'inizio della malattia, dal momento in cui Ivàn Il'ìč era andato per la prima volta dal dottore, la sua vita si era divisa in due stati d'animo opposti, che si alternavano: ora c'era la disperazione e l'attesa di una morte incomprensibile e orrenda; ora c'era la speranza e l'osservazione, piena di interesse, dell'attività del proprio corpo. Ora davanti agli occhi c'era soltanto il rene, o l'intestino, che di tanto in tanto non faceva quel che doveva, ora c'era, sola, la morte incompensibile e orrenda, dalla quale non era possibile scampare in alcun modo.
Questi due stati d'animo fin dall'inizio della malattia si erano alternati l'uno all'altro: ma quanto più la malattia progrediva, tanto più erano diventate dubbie e fantasiose le considerazioni a proposito del rene, e più reale la consapevolezza della morte incombente.
Gli bastava pensare a come era tre mesi prima, e a come era adesso: ricordare come, con passo uniforme, era sceso lungo la montagna, perché si infrangesse qualsiasi possibilità di speranza.
Nell'ultimo periodo di questa solitudine nella quale si trovava, disteso e con la faccia rivolta allo schienale del divano, di questa solitudine in mezzo a una città sovrappopolata; e in mezzo a innumerevoli conoscenti e famigliari, una solitudine che in nessun luogo avrebbe potuto essere più completa: né in fondo al mare, né sulla terra, - nell'ultimo periodo di questa spaventosa solitudine Ivàn Il'ìč aveva vissuto unicamente nella sua immaginazione, volta sempre al passato. Una dopo l'altra gli si presentavano scene del suo passato. Si cominciava sempre da quelle più vicine nel tempo e si arrivava sempre alla più lontana, all'infanzia, e lì ci si fermava. Ivàn Il'ìč si ricordava della marmellata di prugne, che gli avevano dato da mangiare quel giorno, e subito si ricordava delle prugne francesi, crude e grinzose, dell'infanzia, del loro gusto particolare, e dell'ondata di saliva quando si arrivava al nocciolo, e accanto a questo ricordo ne affiorava un'intera serie di quel tempo: la njanja, il fratello, i giocattoli. "Non bisogna farlo... fa troppo male", si diceva Ivàn Il'ìč, e tornava nuovamente al presente. Il bottone dello schienale del divano e le grinze del marocchino. "Il marocchino è pregiato, e dura poco: c'era stata una lite per via di questo marocchino... Ma si trattava di un altro marocchino e di un'altra lite, quando avevamo rotto il portafoglio di nostro padre e ci avevano puniti, e la mamma aveva portato i dolcetti". E di nuovo si fermava all'infanzia, e di nuovo Ivàn Il'ìč provava sofferenza, e cercava di scacciare il pensiero, e di pensare ad altro.
E, subito, di nuovo, al posto di questo flusso di ricordi nella sua anima ne scorreva un altro, e ricordava il crescere e l'intensificarsi della sua malattia. E più si andava all'indietro, più si trovava vita. E più si trovava il bene nella vita, più si trovava la vita stessa. E queste due cose si fondevano insieme. "Così come le sofferenze non hanno fatto altro che peggiorare, allo stesso modo anche tutta quanta la vita non ha fatto che diventare peggiore" pensava. Un solo punto luminoso era là, indietro, all'inizio della vita, e poi tutto diventava sempre più buio e precipitoso. "E' inversamente proporzionale al quadrato della distanza dalla morte" pensò Ivàn Il'ìč. E quest'immagine della pietra che volava giù con velocità crescente gli s'impresse nell'anima. La vita, una serie di crescenti sofferenze, vola sempre più in fretta verso la fine, verso la sofferenza più spaventosa. "Io sto volando..." Sussultò, si agitò, voleva opporsi: ma già sapeva che non era possibile opporsi, e di nuovocon occhi stanchi di guardare quel che avevano davanti, ma che non potevano non farlo, osservava lo schienale del divano e aspettava – aspettava quella spaventosa caduta, l'urto e la distruzione. "Non è possibile opporsi" si diceva. "Ma si potesse almeno comprendere il perché di tutto questo! E anche questo non è possibile. Si potrebbe spiegare, se si potesse dire che non ho vissuto come avrei dovuto. Ma questa è una cosa che è impossibile riconoscere" si diceva, rammentando tutta la legalità, la correttezza e il decoro della propria vita. "E' una cosa inammissibile" si diceva, atteggiando le labbra a un sorriso come se qualcuno potesse vedere questo suo sorriso, e restarne ingannato. "Non c'è una spiegazione! Il tormento, la morte... Perché?".

(Lev Tolstoj, La morte di Ivàn Il'ìč, pagg. 63-68, Oscar Mondadori)

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