Brutal truth - Need to control (1994)

Oggi come vent'anni fa si pensa al grind come un genere di difficile evoluzione. I pionieri Carcass e Napalm Death prima di tornare goffamente a riproporre quel che il metallaro medio vuole ascoltare, nel pieno della propria maturità artistica virarono verso suoni più vicini al death metal (biennio '93-'94), e qualche anno più tardi si allontanarono ulteriormente (Swansong e Inside the torn apart, senza dimenticare gli incomprensibili Diatribes e Greed Killing).
Nel 1994 o ti chiamavi Justin Broadrick oppure era difficile che persone avvezze a sonorità estreme concepissero la parola "industrial" in genere, figurarsi posta accanto al loro amato rifugio "metal". Così mentre i Fear Factory registravano Demanufacture, più tardi definito come il capostipite di un nuovo corso, il 25 ottobre 1994 usciva Need to control, secondo album dei Brutal truth. Un disco enorme sotto tutti i punti di vista: ha tecnica, spunti geniali, suoni paurosi, un cantante di una versatilità disumana, e soprattutto novità. E' proprio quest'ultima, fondamentale caratteristica ad elevarlo a qualcosa di cui ha ancora oggi senso parlare.
Dopo un primo disco solidissimo di death/grindcore di qualità, ma sulla scia di altri grandi nomi del tempo (ci riferiamo ai primi anni '90), la band newyorkese registra nel marzo del '94 quindici brani diversi gli uni dagli altri. Resta evidente la matrice grindcore ma trovano spazio campionamenti stranianti (simili a certe sperimentazioni dei Neurosis di quegli anni), riff rallentati, un cantato molto più vario e effettato, e un approccio strumentale a volte quasi più vicino al noise che al metal (il basso di Dan Lilker ha un suono zanzaroso come raramente ho ascoltato in produzioni metal dell'epoca). Senza dimenticare che spesso si ha la sensazione che il grind proposto assomigli più alle sue origini britanniche, ossia all' hardcore/punk.
L'amalgama è eccellente ed è difficile annoiarsi. Collapse colpisce subito per la sua ripetitività e lentezza e la scelta di introdurla come apripista del disco fa pensare a Evolved as one dei Napalm Death. Seguono brani veloci e possenti (specie su Turn face appare evidente la classe del nuovo batterista Rich Hoak) e altri rumorosi e alienanti che richiamano con forza l'artwork, come Ironlung, Ordinary madness, Crawlspace.
Godplayer rappresenta la summa di tutta la sperimentazione e la complessità raggiunta dal gruppo. Racchiude velocità, follia, riff di difficile categorizzazione per tutti i gusti, e un cantato eccezionale: Kevin Sharp qui è in stato di grazia e riesce a raggiungere una performance difficile da dimenticare. Intricate e originali I see red e Displacement, quest'ultimo uno dei miei brani preferiti del lotto, specie per la prova di Rich Hoak. Da segnalare poi Choice of a new generation che è diventato nel tempo uno dei brani più suonati dal vivo.
Al di là di tutte le parole spendibili per descrivere le sensazioni che Need to control è in grado di suscitare, ritengo che lo straordinario videoclip di Godplayer sia sufficiente per esprimere la longevità di questo disco incredibile.

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