Pill 81

A quanto pare, lo stesso Fassbinder considerò la decisione di non disintossicarsi come una svolta con inevitabili ripercussioni sulla sua vita futura. Per prima cosa il legame con il suo grande amore Armin Meier "arrivò al capolinea", e a quel punto Fassbinder cercò con tutte le sue forze di tirarsene fuori "pur non sapendo come". Per scoraggiare Armin, sempre fedele a Rainer, a New York Fassbinder ebbe una storia con un uomo di colore proprio sotto gli occhi del compagno. Il piano sortì l'effetto voluto: geloso e offeso, Armin Meier se ne tornò a Monaco con il primo volo. Per Fassbinder questo gesto sancì la fine della loro relazione. In una lunga lettera d'addio il regista garantiva al suo ex compagno un appartamento e una rendita mensile. La lettera, tuttavia, doveva essere formulata in modo così confuso e stravagante che Armin Meier vagò parecchi giorni per Monaco con lo scritto in mano chiedendo ad amici e conoscenti interpretazioni del contenuto. Quando, però, capì che Rainer lo voleva definitivamente lasciare, gli cadde il mondo addosso, quel mondo al quale Armin non era mai appartenuto veramente. Nella sua ingenua semplicità era stato fatto fin dall'inizio un outsider nell'universo di Fassbinder, diventando col tempo sempre più remissivo. Anche se all'inizio il cineasta gli aveva affidato delle piccole parti nella speranza di integrarlo nella propria vita e nel proprio lavoro, tra i due amanti non poteva esserci uno scambio intellettuale, in quanto Armin, un macellaio di umile estrazione, non era certo l'interlocutore adatto per Fassbinder e per il suo ambiente. Questa incompatibilità si evidenziò soprattutto quando, venendo meno l'attenzione erotica, il regista, sempre più immerso negli abissi di una sessualità estrema, cominciò ad annoiarsi con il compagno. Nel suo episodio di Germania in autunno Fassbinder mostra addirittura al pubblico se stesso che mortifica e terrorizza il suo amante. Anche se Armin pareva sopportare tutto in silenzio, in realtà era sempre meno all'altezza della situazione e tendeva a comportarsi in modo strano, come ricorda Ingrid Caven: "A un tratto si mise a firmare le lettere con il nome di Fassbinder. Quando poi Rainer troncò la relazione, voleva assolutamente ucciderlo e lui, Rainer, si sentiva davvero minacciato tanto che, prima di partire senza Armin per il Festival di Cannes, gli disse: "A Cannes sarò in compagnia di un negro". L'intento era quello di spaventarlo e far sì che non lo seguisse". Al festival, dove il 19 maggio 1978 ci fu la prima di Despair, Fassbinder aveva effettivamente assoldato un nero muscoloso come guardia del corpo per difendersi da un'eventuale apparizione improvvisa di Armin. Nonostante ciò rimase quasi tutto il tempo trincerato nella sua stanza d'albergo. Disertò persino la proiezione del film e si presentò alla conferenza stampa e ai ricevimenti serali sempre con grande ritardo.
Lasciata Cannes, il regista proseguì per Parigi dove abitualmente incontrava Ingrid Caven. A differenza di quanto faceva di solito, quell'anno aveva deciso di passare il suo compleanno non in compagnia di tanti amici ma solo con Ingrid: "Siamo andati in un piccolo ristorante. Rainer non mi aveva ancora raccontato nulla dei suoi problemi con Armin. Non immaginavo nemmeno che si stesse nascondendo dall'ex compagno né che non volesse essere raggiunto da lui. E proprio mentre noi trascorrevamo una bella serata, a Monaco succedeva il peggio. Ovviamente l'abbiamo saputo più tardi ed è stato davvero terribile, soprattutto per Rainer. Aveva avuto paura di Armin, è vero, ma non pensava che avrebbe potuto farsi del male".
Il 31 maggio 1978, nel giorno del trentatreesimo compleanno di Fassbinder, Armin Meier si era tolto la vita. Solo sei giorni dopo la madre del regista aveva trovato il suo corpo esanime nell'appartamento della Reichenbachstrasse, dove un tempo aveva vissuto con Rainer. Vicino al cadavere la polizia rinvenne diversi flaconcini di pillole vuoti. Invano Liselotte Eder cercò di spargere la voce che Armin era morto per un'ulcera gastrica. Tutti sapevano che Fassbinder l'aveva lasciato da poco, ed era facile immaginare cosa avesse significato quella separazione per l'ex compagno. Non solo le sue speranze in un futuro assicurato erano state tradite, ma si era anche scontrato con la prospettiva di ricadere in un'esistenza mediocre senza il faoso regista al suo fianco. Evidentemente non riusciva a concepire una vita senza Rainer. Le indagini e l'autopsia non riuscirono a chiarire se si trattò di suicidio o di un incidente. Alla fine si stabilì che a causare il decesso era stata una "paralisi centrale" dovuta all'assunzione di pillole. Anche se poi nelle interviste Fassbinder avrebbe messo pubblicamente in dubbio la tesi del suicidio, nell'immediato non ebbe alcun dubbio in merito e soffrì moltissimo per la tragedia, di cui si addossò la colpa.
Fu "Wally" Bockmayer a comunicare la notizia della morte di Armin a Rainer, che, di ritorno dal soggiorno parigino, aveva fatto tappa da lui a Colonia. Sul momento Fassbinder cercò di trascorrere la giornata ormalmente e, come sempre, si tuffò nell'ambiente omosessuale della città. Poi, però, in un locale leather si ubriacò a tal punto da perdere conoscenza, e dovette essere riportato a casa di peso da Bockmayer e dal suo compagno Rolf. Passò i giorni successivi nell'appartamento dell'amico, del tutto inerte, senza proferire parola, rifiutando persino di mangiare. Al funerale di Armin non si fece vedere. In realtà era volato a Monaco ma, una volta lì, era stato subissato di accuse da parte di tutti – il proprietario del Deutsche Eiche, il suo locale preferito, gli aveva persino vietato di entrare -, e così aveva ripreso l'aereo per Colonia, dove si era trincerato in casa di Bockmayer, il che diede ancora più scandalo. Dopo aver trascorso diverse settimane nella più completa apatia, si mise a lavorare freneticamente a una sceneggiatura che intitolò Un anno con 13 lune (In einem Jahr mit 13 Monden). Il film diventò la sua opera di gran lunga più personale e impegnata. Il suicidio di Armin Meier provocò nel cineasta una crisi profonda che lo costrinse a interrogarsi sul senso di tutta la sua vita. All'interno di questo scenario aveva contemplato tre vie d'uscita: emigrare in Paraguay e fare l'allevatore, smettere di interessarsi di tutto ciò che lo circondava, o rielaborare l'esperienza in un film. "Per me era una necessità esistenziale fare qualcosa". Effettivamente le riprese lo aiutarono a superare poco alla volta quanto era successo, ricorda Walter Bockmayer, che vide "Fassbinder riprendersi giorno dopo giorno e uscire dalla depressione".

(Jürgen Trimborn, Un giorno è un anno è una vita, pagg. 248-251, il Saggiatore Editore)

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